Il 4 ottobre 1993 a Palazzo d’Accursio, sede del Comune di Bologna, viene inaugurato il museo dedicato a Giorgio Morandi alla presenza, tra gli altri, del Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro e di Umberto Eco a cui è affidata la prolusione.
La gran parte dei dipinti, acquerelli disegni e acqueforti che compongono la collezione permanente del Museo – assieme all’intero studio dell’artista ricostruito in loco – è stata donata alla città, con precise condizioni sull’allestimento e la sua collocazione, da Maria Teresa Morandi, sorella ed ultima erede del pittore bolognese, anch’essa presente all’evento.
Per l’occasione, il grande disegnatore belga Jean-Michel Folon realizza un bel manifesto in cui si vede una rondine volare verso l’alto, dopo aver sottratto una rosa a un vaso di fiori ispirato a quelli dipinti dall’artista bolognese.
Oggi, poco meno di trent’anni dopo, il Museo non esiste più e le preziose opere che conteneva sono volate da tempo verso alcuni spazi della Galleria d’arte moderna (MAMbo) del capoluogo emiliano.
Lo studio dell’artista è stato separato da quadri e acqueforti e riportato nell’appartamento di Morandi. Ufficialmente si tratta di una misura provvisoria motivata nel 2012, ben 9 anni fa, con i danni che i locali avrebbero subito dopo il terremoto di quell’anno.
Va ricordato, però, che il progetto di dedicare un apposito spazio museale a Giorgio Morandi nel Palazzo Comunale è stato avversato fin da prima della sua nascita da diverse personalità cittadine.
Già nel 2005 – sette anni prima del terremoto – Sergio Cofferati, da poco divenuto sindaco di Bologna, dovette assicurare pubblicamente ai funerali del suo predecessore Renzo Imbeni, che le decisioni sottoscritte da quest’ultimo in merito al Museo non sarebbero state modificate durante il suo mandato.
Nel 2017 il Comune di Bologna confermò, invece, che la Galleria d’Arte Moderna sarebbe diventata la sede permanente delle opere di Morandi, ma soltanto tre anni dopo l’assessore alla cultura Matteo Lepore, attualmente candidato alla carica di sindaco, propose di spostarle nuovamente in un altro edificio lontano dalla loro prima sede, che sarebbe stato appositamente restaurato.

Perché il Museo Morandi di Bologna ha avuto una storia così travagliata e, almeno in apparenza, poco chiara? Per capire come sia cominciata e finita nel giro di pochi anni un’istituzione così importante e riconosciuta è opportuno leggere Io, testimone di Marilena Pasquali (Noèdizioni 2021).
Storica dell’arte, curatrice di diverse mostre su Morandi in Italia e all’estero e responsabile del Museo dalla sua creazione fino alle sue dimissioni nel 2001, Marilena Pasquali ha costruito un importante rapporto professionale e personale con Maria Teresa Morandi, culminato con la donazione che diede origine al museo. A Morandi ha dedicato anche Giorgio Morandi, il sentimento delle cose (Gli Ori 2019).
Dottoressa Pasquali, prima di affrontare la complicata vicenda del Museo Morandi, vorrei rivolgerle una domanda sul suo rapporto con l’artista Giorgio Morandi. Come è nato in lei l’interesse per la sua opera?
In casa dei miei genitori c’erano due opere di Morandi, una Natura morta del 1960 e una splendida acquaforte del 1928, e quindi io sono cresciuta avendole sempre sotto gli occhi. A sedici anni, nel 1966, vidi la prima mostra antologica dell’artista allestita presso la Biblioteca dell’Archiginnasio a due anni dalla sua scomparsa. Fu una folgorazione.
Poi nel 1982, quando ritornai alla Galleria d’arte moderna di Bologna dopo quattro anni passati in Ancona come direttrice dei Musei civici, ho iniziato a occuparmi stabilmente di Morandi e della sua opera, creando uno spazio apposito all’interno della Galleria, in accordo con il suo primo direttore, Franco Solmi, “morandiano doc”.
Nel suo libro racconta la sua relazione professionale e di amicizia con Maria Teresa Morandi che accettò di donare alla città di Bologna le numerose opere e lo studio del fratello in suo possesso con la condizione che costituissero un Museo posto all’interno di Palazzo d’Accursio. Oggi, dopo che le opere e lo studio sono stati separati e spostati altrove, crede che le opere di Morandi non siano adeguatamente valorizzate presso il MAMbo? Pensa che la sorella dell’artista, scomparsa nel 1994, oggi confermerebbe la donazione?
No, non credo proprio che Maria Teresa oggi apprezzerebbe la scelta del MAMbo e che all’interno di questo le opere di Morandi vivano in un’atmosfera e in un ambiente a loro congeniali (l’ultima sorella dell’artista era solita ripetere: «noi alla Galleria d’arte moderna abbiamo già dato abbastanza», distinguendo così in maniera chiara e inequivocabile la galleria dal museo monografico per la cui nascita decise la sua generosissima donazione del 1991).
Il complesso dell’ex Forno del pane, in cui oggi è ospitata la Galleria d’arte moderna, fa parte di un insieme di edifici di “archeologia industriale”, con ampi spazi assolutamente inadatti alla pittura morandiana, ora presentata in un unico, lungo ambiente suddiviso in aree più piccole da semplici pannelli.
Quella di Morandi è invece un’arte che chiede spazi raccolti, puliti e silenziosi, spazi che riflettano il suo carattere contemplativo e la sua assoluta raffinatezza. E così era in Palazzo d’Accursio, sede storica del museo, indicata al primo posto, come «scopo» esplicito della donazione di Maria Teresa Morandi.
Senza contare che il MAMbo è ovviamente un museo “generalista” che si deve occupare d’arte a 360 gradi e che quindi può dedicare a Morandi ben pochi approfondimenti e spazi (la raccolta morandiana, ricca di ben 263 opere – di cui ben 185 donate dalla famiglia Morandi – è qui esposta solo in minima parte), mentre il museo monografico di Palazzo d’Accursio esponeva in sale più piccole ma perfette per l’artista un numero molto maggiore di sue opere – dipinti, acquerelli, disegni e acqueforti.
E poi, essendo appunto un museo tutto suo, dedicava tutto il lavoro di ricerca innanzitutto a Morandi e poi, in secondo luogo, agli artisti che a vario titolo sono entrati in contatto o in sintonia con lui.
Per quali ragioni, secondo lei, il Museo Morandi, ha incontrato tante resistenze e se ne è proposto il trasferimento già poco tempo dopo la sua nascita, prima ancora del terremoto del 2012?
Questo non mi è ancora chiaro, nonostante io stessa mi ponga questa domanda fin dall’inizio, cioè da ben 40 anni! Infatti in molti bolognesi “di peso” questa resistenza c’è sempre stata, tanto che ci sono voluti ben undici anni per aprire il museo (1982-1993) e altri otto per portarlo a una stima internazionale e condivisa (1993-2001).
Dopo le mie dimissioni dell’ottobre 2001 (causate dalla mancata autonomia concessa al museo da parte delle autorità comunali: autonomia dalla Galleria d’arte moderna, non indipendenza, s’intende) le forze contrarie, molto influenti a Bologna, hanno tentato subito di chiuderlo, ma nel 2002 questo tentativo è stato stoppato dall’opposizione degli eredi.
E allora si è scelta la via del silenzio, si è lasciato passare il tempo fino a ché un’intera generazione non ha più saputo che cosa fosse veramente il Museo Morandi, e nel 2012 si è portato via tutto con la scusa di inesistenti danni causati dal terremoto dell’anno precedente.
Perché il potere bolognese non ama e non vuole Morandi? Le ragioni sono tante, anche di ordine personale ed economico: i vari direttori della Galleria d’arte moderna non hanno mai accettato l’idea di un museo separato, in modo da poter disporre a piacer loro delle opere di Morandi per scambi con altri musei (Peter Weiermair definì senza mezzi termini e senza pudore le opere morandiane come «l’unica carta di scambio» di Bologna nel campo dell’arte moderna).
C’è anche chi dice – e sono in molti – che hanno portato i Morandi al MAMbo per garantirsi quel pubblico che altrimenti non avrebbe alcun motivo per frequentarlo (più visitatori, più biglietti, più contributi).
Secondo altri inoltre, nei primi anni Novanta i lavori di ristrutturazione dell’intera ex Manifattura Tabacchi, di cui fa parte il MAMbo, erano già stati spartiti tra le principali forze economico-finanziarie della città (cooperative edilizie e grandi imprese private) e che la mancata presenza di un Museo Morandi all’interno della stessa area abbia mandato in fumo un progetto molto molto lucroso.
Le ragioni possono quindi essere diverse e compresenti, ma nessuna è a mio avviso abbastanza convincente per giustificare tanto accanimento. E quindi ancor oggi non mi spiego un rifiuto così insistito e perentorio, anche perché non esistono e non sono mai esistite vere ragioni di ordine culturale per la chiusura del museo di Palazzo d’Accursio e per il conseguente trasferimento delle opere di Morandi al MAMbo.
Emerge, nella sua esposizione della storia del Museo Morandi, una certa insofferenza, politicamente e artisticamente trasversale, non soltanto nei confronti del Museo Morandi, ma anche verso l’artista bolognese da parte dell’ambiente artistico e culturale del capoluogo emiliano. Come mai, secondo lei?
Questo è verissimo e si deve in gran parte al carattere stesso dell’artista, assolutamente non disponibile a quei compromessi che in qualsiasi comunità si rendono, se non necessari, almeno consigliabili per chi vuol vivere una vita tranquilla, senza scosse, negli schemi.
Morandi – uomo e artista civilissimo e molto disponibile verso chi stimava e apprezzava (gli esempi sono innumerevoli) – non era altrettanto generoso verso chi non godeva della sua considerazione.
Poteva essere molto ironico, sarcastico e perfino feroce, e non concedeva nulla a coloro che non riteneva all’altezza del “mestiere dell’arte” e dell’impegno etico, totale, che questo richiede.
E ovviamente nell’ambiente dei pittori locali tutto ciò gli ha creato fin dagli anni Venti parecchi nemici e la fama di “orso” inavvicinabile e scontroso, luogo comune che ancor oggi resiste insieme all’altra definizione, altrettanto sbagliata, di «monaco della pittura».
A Bologna è nato un comitato per il ripristino del Museo Morandi nella sede di Palazzo d’Accursio che ha anche intrapreso iniziative legali contro il Comune di Bologna. Crede possibile che le opere di Morandi tornino nei locali da cui sono state rimosse nel 2012?
Mah! Ho molti dubbi in proposito, perché – come dicevo – c’è ormai più di una generazione che non ha mai visto l’autentico Museo Morandi e che quindi può credere a qualsiasi cosa le venga raccontata.
Hanno detto, ad esempio, che nel museo di Palazzo d’Accursio mancavano i servizi oggi essenziali per un museo che si rispetti (oltre ai sistemi di allarme antiintrusione e antincendio, oltre al costante controllo di luce, temperatura e umidità, sono indispensabili una biblioteca con possibilità di consultazione interattiva on line, un’aula didattica, uno spazio per incontri e conferenze, un book-shop, una caffetteria). E invece nel vero Museo Morandi c’era tutto: lo provano le foto del 1993-1994 che pubblico nell’appendice documentale del libro.
Anzi, il Museo Morandi era talmente avanti da meritarsi nel 1995 l’European Museum of the Year Award (EMYA) proprio per la qualità della sua offerta museografica oltre che artistica.
Pur non facendone parte, condivido e appoggio l’azione del Comitato che ha intrapreso una causa contro il Comune di Bologna per il mancato rispetto delle clausole della donazione e del testamento di Maria Teresa Morandi.
Credo però che, per cambiare le cose, riaprire il museo e riprenderne l’attività di ricerca e di proposta nella sua sede storica di Palazzo d’Accursio, siano necessari una volontà politica, una visione complessiva della vita culturale e dell’identità cittadina, un progetto per il futuro che sinceramente non vedo negli attuali amministratori pubblici né in coloro che tra poco più di un mese li sostituiranno. In sostanza sono sempre gli stessi. La musica non cambia.
Nel 2020, come abbiamo ricordato, l’assessore alla cultura Lepore, ora candidato a sindaco di Bologna ha proposto di ristrutturare l’edificio della Palazzina Magnani e di farne la sede di un Museo Morandi nuovamente separato dal MAMbo. Cosa pensa di questo progetto?
Sinceramente tutta la vicenda mi sembra folle. I responsabili del Comune e della sua Istituzione Musei – di cui il MAMbo fa parte – per dieci anni e più hanno raccontato che la sede del MAMbo era la migliore sede possibile per le opere di Morandi (tanto che il parere legale richiesto dal Comune per la causa in corso fa perno proprio sulla “giustezza” del museo di Via Don Minzoni per sostenere la tesi dello spostamento definitivo delle opere di Morandi da Palazzo d’Accursio: nella memoria legale si legge appunto che il MAMbo, in quanto museo internazionale e dotato di tutti i servizi, è il luogo migliore per Morandi, senza tener conto degli enormi problemi di allestimento e di fruizione che l’attuale sistemazione comporta).
A fine 2020 invece, all’improvviso, salta fuori il nuovo assessore ad affermare pubblicamente che Morandi è artista talmente importante, anche a livello internazionale, da meritarsi un museo tutto suo.
Finalmente se ne sono accorti! Ma allora perché acquistare una palazzina fatiscente in una zona non amata dai bolognesi e scomodissima per i turisti, spendere altri soldi per ristrutturarla e sistemare lì il museo monografico?
La sede naturale, storica, amatissima da tutti, c’è già ed è lì che aspetta soltanto il ritorno delle opere e di qualcuno che se ne occupi veramente. Da cosa deriva tanta insistenza nel rifiuto di Palazzo d’Accursio per Morandi? Non sarà che chiunque arrivi alla poltrona di sindaco e nei ruoli “che contano” vuole dire la sua per marcare il territorio, per lasciare il suo personale segno, per fare promozione a se stesso?
Per concludere, vorrei ritornare all’arte di Giorgio Morandi. Quali sono gli aspetti dell’opera del pittore bolognese che lei ritiene più significativi e che a suo giudizio meritano di essere conosciuti dal pubblico?
Morandi è uno dei più grandi artisti del XX secolo, epoca complessa e piena di buio di cui nelle sue opere lascia filtrare umori, clima e atmosfera, pur trascendendone aspetti e vicende specifiche.
Morandi è nel suo tempo e al tempo stesso ne è fuori. Si muove più liberamente, al di sopra del quotidiano, proprio in virtù di un impegno etico che in lui si fonde con la poesia, in una fusione così profonda di pensiero ed emozione, di ragione e sentimento, da lasciar perfino sbalorditi.
Come scrive Cesare Brandi, Morandi è «artista difficile e segreto», ma l’avventura della sua scoperta ripaga certamente di ogni sforzo, perché – una volta entrati nel suo mondo, una volta compresa la pienezza della sua arte – si acquista un nuovo, prezioso compagno di viaggio e si scopre una riserva di energia non solo mentale che aiuta a vivere.

Francesco Neri è nato a Bologna nel 1977. Laureato in lettere classiche e dottore di ricerca in Storia Antica, dal 2008 lavora come Addetto culturale/coordinatore linguistico presso il Ministero degli Affari Esteri e delle Cooperazione internazionale. Dal 2011 al 2020 è stato Addetto culturale responsabile degli Istituti italiani di cultura a Lussemburgo e a Marsiglia. Ha scritto "Reliquie eroiche nella Grecia arcaica e classica" e due romanzi, "Un'isola normale" e "Il rettore di Poitiers".










Una risposta
L’affermazione di Peter Weiermair non mi meraviglia affatto, così come l’ipotesi di Marilena Pasquali dello spostamento delle opere di Morandi al MamBo per “riempire” quest’ultimo di contenuti altrimenti inesistenti. Il fatto è – e non dovremmo più meravigliarcene dopo tanti decenni di pessimi esempi – che in Italia le decisioni in materia di “politica culturale” vengono prese non sulla base delle necessità della cultura, ma solo su quelle della politica che (quasi) mai coincidono con le prime. Sono lontani i tempi di Cesare Brandi e di Giovanni Urbani, tanto per fare alcuni nomi a caso!