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Dopo la rivoluzione: Ottantanove di Frosini/Timpano

di Francesco Neri

Due attori a lungo muti sulla scena accolgono lo spettatore di Ottantanove, la pièce presentata da Elvira Frosini e Daniele Timpano al teatro India di Roma. Il loro silenzio non è un semplice espediente per catturare l’attenzione del pubblico, ma serve a esprimere il profondo imbarazzo che coglie la società contemporanea nel raccontare uno dei propri miti fondativi: la rivoluzione francese, cominciata per l’appunto nel 1789 con la presa della Bastiglia.

La ragione di questo disagio viene spiegata, con una soluzione pirandelliana, da un anonimo spettatore che prende polemicamente la parola e che si rivelerà essere Marco Cavalcoli, terzo protagonista dello spettacolo.

La révolution, per il pensiero conservatore e reazionario, costituisce lo snodo centrale di quell’unico ciclo di sedizioni – iniziato già nel XVI secolo con la Riforma protestante, proseguito in Italia con il Risorgimento, in Russia con la Rivoluzione d’Ottobre e ancora fino al ’68 – che ha pericolosamente minato la fede, la famiglia e la proprietà. Anche chi si definisce oggi progressista – si potrebbe aggiungere – e pensa che dalla Bastiglia in poi siano state cancellate millenarie superstizioni, gerarchie e privilegi in nome di una sempre maggiore libertà dell’uomo, è spesso ben contento di poter celebrare le lotte del passato nella rassicurante cornice di un’epoca post-storica ormai lontana da passioni forti e azioni violente, nella quale il conflitto viene spiegato sempre più soltanto come devianza.

Cosa rimane allora, dell’89? Dobbiamo celebrarlo come nascita della società moderna oppure respingerlo come inizio di una serie di brutalità che hanno insanguinato l’Europa o il mondo? Una rivoluzione può esistere ancora nel mondo di oggi o è un’idea definitivamente sepolta?

Frosini, Timpano e Cavalcoli rispondono dal palco raccogliendo una serie di frammenti, smontando i miti che ci sono stati trasmessi, rivelando curiosità. Si inizia con la Marsigliese, che sarebbe stata composta non da Rouget de l’Isle, ma dall’italiano Viotti (su questo però vale la pena leggere le obiezioni della musicologa Giuseppina La Face); si continua – con una vivacità adatta anche a un pubblico di giovanissimi – con la storia d’Italia a fumetti di Enzo Biagi, il Misogallo di Vittorio Alfieri, lo sceneggiato TV I Giacobini del 1962 che fu apprezzato da Togliatti, la delusione di Ugo Foscolo, i Francesi che derubarono l’Italia di tesori d’arte e la riempirono di parole d’Oltralpe, la breve vita del calendario rivoluzionario, quello di Germinale e Termidoro che aveva sostituito le settimane con le decadi.

L’andamento di Ottantanove non segue un filo logico, ma piuttosto il percorso di un flusso di coscienza in cui affiorano reminiscenze testuali, musicali, orali, trattate con umorismo e fantasia attraverso letture, canzoni, monologhi, racconti a tre voci. Lo sfondo è costituito da una scena semivuota in cui compare un tricolore francese scolorito, un piccolissimo un albero della libertà e una pietra che può essere stata lanciata da un sanculotto o essere – come viene suggerito -un frammento del muro di Berlino.

Ottantanove indica, infatti, anche il 1989 quando, con la caduta del muro di Berlino è parsa sciogliersi per sempre, nell’ingenuamente invocata fine della storia, tutta l’epopea rivoluzionaria iniziata a Parigi alla fine del Settecento.

Frosini/Timpano ci ricordano che la politica, dopo quel cambiamento epocale, ha definitivamente abbandonato i grandi slanci ed è stata sempre meno la gestione della cosa pubblica da parte dei cittadini e sempre più una rappresentazione per spettatori-consumatori che si confrontano frustrati su internet ed escono per andare a vedere manifestare gli altri.

Alla fine i tre attori concludono vestendosi con abiti e parrucche settecentesche, quasi a voler indicare il progressivo ritorno, negli ultimi decenni, ad una apatica e apolitica condizione prerivoluzionaria. Del resto, un tratto malinconico più generale domina lo spettacolo: gli entusiasmi, gli eventi, le donne e gli uomini che hanno fatto la storia o che l’hanno raccontata anche in scena, sono destinati a trasformarsi in immagini sbiadite, a essere dimenticati o circondati dal disinteresse.

Alla metà degli anni ’60, a qualche anno dall’esplosione della contestazione, Bernardo Bertolucci in Prima della Rivoluzione raccontò l’inquietudine di un giovane borghese percorso da istinti ribelli, ma incapace di abbandonare le comode convenzioni della sua classe.

Ottantanove ci mostra ciò che resta oggi di quegli ideali e di quelle passioni, confuso e sparso in una società spesso indifferente e abulica, dopo la rivoluzione e la sua conclusione.

 

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Francesco Neri è nato a Bologna nel 1977. Laureato in lettere classiche e dottore di ricerca in Storia Antica, dal 2008 lavora come Addetto culturale/coordinatore linguistico presso il Ministero degli Affari Esteri e delle Cooperazione internazionale. Dal 2011 al 2020 è stato Addetto culturale responsabile degli Istituti italiani di cultura a Lussemburgo e a Marsiglia. Ha scritto "Reliquie eroiche nella Grecia arcaica e classica" e due romanzi, "Un'isola normale" e "Il rettore di Poitiers".

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