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Tano D’Amico. All’infanzia e all’utopia ribelle. Castelnuovo Fotografia.

di Michela Becchis

“Niente davvero è più tragico
della pazzia
in forme indecenti: e riderne, certo, non sarebbe giusto. Ma gli angeli, dopo tutto, sono pure dei ragazzetti
anzi, più allegri, in quanto angeli, di tutti i ragazzetti possibili
e al vedere l’espressione alienata di quei tre personaggi,
come davanti a uno spettacolo buffo si dànno liberamente a un’ilarità indescrivibile
quasi sfiatandosi dal gran ridere e ballando
per più di mezzo minuto là sospesi nel cielo”
(Elsa Morante, La carlottina, in: Il mondo salvato dai ragazzini)

Tano D’Amico racconta un aneddoto che riguarda Elsa Morante. La scrittrice, già molto nota e autorevole, voleva conoscerlo. In una trattoria romana dove Elsa era trattata con molto ossequio, lei disse al fotografo che le sarebbe piaciuto andare con lui, nei suoi peregrinaggi di sguardi e attente ricerche delle vite altrui. Questo desiderio non prese forma e l’intenzione della narratrice non camminò con il fotografo.

 

Perché raccontare all’interno di una mostra dedicata all’infanzia e all’utopia ribelle che l’infanzia è per gli adulti questo piccolo fatto? Per due motivi.

Il primo è che all’andare di Tano D’Amico non si può stare dietro perché quella sua ricerca parte sempre come un’arrampicata in solitaria, ma ha come meta la ricerca di un incontro, meglio di un dialogo, che sarà al momento dello scatto un guardarsi e capirsi esclusivo, un brevissimo lasso di tempo senza nessuno e senza null’altro aggiungere.

La sua fotografia elimina il diaframma spesso di tessuto pesante tra chi guarda e chi è guardato. Certamente con lui altri grandi maestri della fotografia, ma qui c’è qualcosa di più che lo costringe ad andare solo: c’è un desiderio furente di dialogare con chi, come a caso, guarderà dentro il suo obiettivo.

Un dialogo fatto spesso di sue improvvise apparizioni, laddove c’è poco tempo per i discorsi, di passi che si mettono in ascolto della vita di chi sarà fotografato. Nel caso di bambine e bambini, un’amorevole, ansiosa attenzione che instaura un affettuoso dialogo, che risolve, ma certo non cancella lo sgomento che proviamo di fronte all’infanzia tradita in una vicinanza assoluta.

Un intimo coinvolgimento che si fa prossimità, empatia ma anche giocosità in quel misto di paura e curiosità che si mescola nella testa dei bambini anche quando disperati.

Il secondo motivo è che Tano ha dell’infanzia la concentrazione e lo scarto, quella concentrazione e quello scarto che bambine e bambini hanno quando si isolano anche stando in mezzo, felici o straziati, a molti altri coetanei e per capire il racconto di queste due qualità infantili e della sua fotografia, mai come in questa serie, bisogna guardare la ricerca, non crediate a fortunate coincidenze, che il fotografo compie sui dettagli.

Un lavoro che diventa conferma della teoria di Arasse sul ruolo ermeneutico del dettaglio nell’arte. Guardate le mani che stringono una gonnellina in un girotondo, che si tengono spalancate come per stare in equilibrio o che si fanno pugno per darsi baldanza, i colli che si incassano per lo stupore, il dito che indica senza guardare, le gambe che dondolano, le spalle che si alzano per parare un colpo, forse solo metaforico, forse.

In questi particolari che chiedono di essere osservati dentro una composizione che in Tano D’Amico è sempre pittorica e in cui la realtà complessa e complessiva di una foto d’infanzia chiede di essere compresa, convivono ciò che Arasse chiama il “dettaglio iconico”, cioè quello “che fa immagine” e il dettaglio che chiamerei sentimentale, quello che ci fa accovacciare vicino a una bimba o un bimbo per poter tornare alla sua altezza.

Guardando quelle foto sappiamo che quelle bambine, quei bambini stavano vivendo nella maggior parte dei casi vite agre e tuttavia loro sono più forti di noi piegati osservatori; l’immagine che Tano ci offre ci fa venire voglia di andarle a cercare quelle gambette, quelle mani, quegli sguardi, quei capelli dritti e chiedere umilmente “Che posso giocare con te? Mi fai giocare?”

Forse cade la speranza, cadono le illusioni che sia andata meglio, ma si apre la possibilità che una, uno. qualcuno, qualcuna di quelle creature fermate in quegli istanti dello scatto abbia toccato e afferrato la libertà di essere felici, di accogliere un inatteso bellissimo e indefinibile, di essere arrivate a rubare la bandiera dalle mani di chi ha già deciso tutto anche prima che loro nascessero.
Quelle bambine e quei bambini sono i personaggi di un’epica che non concede al ricordo di tacere, di disfarsi del sentire infantile che ciascuno di noi ha ben ripiegato in un cassetto chiuso a chiave nella propria memoria.

Guardando le bambine e i bambini di Belfast o della Magliana, di Palestina o di una città tedesca, sentiamo e vediamo che no, non dovrebbero essere i ragazzini a salvare il mondo, perché   dovrebbero essere coloro di cui spesso ridono in modo ignaro, sfrontato e offeso a farlo per loro.

Ma spesso non ci resta che canticchiare in modo consolatorio tra noi “Dacci oggi la nostra utopia quotidiana e daccela in terra altrimenti ce la dobbiamo prendere per donare a tutte quelle testoline la certezza della gioia”.

Domenica 23 giugno 2024, nell’ambito di Castelnuovo Fotografia, XI edizione, in corso fino al 30 giugno a Castelnuovo di Porto, Roma, si è tenuto un incontro con Tano D’Amico in conversazione con Attilio Scarpellini.

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Michela Becchis è Storica e Critica dell’arte. Ha insegnato nelle Università dell’Aquila e di Chieti, all’Istituto Universitario “Suor Orsola Benincasa” di Napoli e ha collaborato con l’Istituto Universitario di Fiesole. Ha curato mostre e divide i suoi studi fra l’arte medievale (“Capolavori della terra di mezzo”, cat. della mostra, arte’m, 2012; “Pietro Lorenzetti”, Silvana editoriale, 2012) e quella contemporanea e relativamentea questo settore dirige la collana TAC-Tomografie di Arte Contemporanea per la casa editrice Exòrma; in entrambi i casi rivolge il suo particolare interesse al rapporto tra arte e storia e alla circolazione dei modelli figurativi e linguistici.

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