“Niente davvero è più tragico
della pazzia
in forme indecenti: e riderne, certo, non sarebbe giusto. Ma gli angeli, dopo tutto, sono pure dei ragazzetti
anzi, più allegri, in quanto angeli, di tutti i ragazzetti possibili
e al vedere l’espressione alienata di quei tre personaggi,
come davanti a uno spettacolo buffo si dànno liberamente a un’ilarità indescrivibile
quasi sfiatandosi dal gran ridere e ballando
per più di mezzo minuto là sospesi nel cielo”
(Elsa Morante, La carlottina, in: Il mondo salvato dai ragazzini)
Tano D’Amico racconta un aneddoto che riguarda Elsa Morante. La scrittrice, già molto nota e autorevole, voleva conoscerlo. In una trattoria romana dove Elsa era trattata con molto ossequio, lei disse al fotografo che le sarebbe piaciuto andare con lui, nei suoi peregrinaggi di sguardi e attente ricerche delle vite altrui. Questo desiderio non prese forma e l’intenzione della narratrice non camminò con il fotografo.
Perché raccontare all’interno di una mostra dedicata all’infanzia e all’utopia ribelle che l’infanzia è per gli adulti questo piccolo fatto? Per due motivi.
La sua fotografia elimina il diaframma spesso di tessuto pesante tra chi guarda e chi è guardato. Certamente con lui altri grandi maestri della fotografia, ma qui c’è qualcosa di più che lo costringe ad andare solo: c’è un desiderio furente di dialogare con chi, come a caso, guarderà dentro il suo obiettivo.
Un intimo coinvolgimento che si fa prossimità, empatia ma anche giocosità in quel misto di paura e curiosità che si mescola nella testa dei bambini anche quando disperati.
Un lavoro che diventa conferma della teoria di Arasse sul ruolo ermeneutico del dettaglio nell’arte. Guardate le mani che stringono una gonnellina in un girotondo, che si tengono spalancate come per stare in equilibrio o che si fanno pugno per darsi baldanza, i colli che si incassano per lo stupore, il dito che indica senza guardare, le gambe che dondolano, le spalle che si alzano per parare un colpo, forse solo metaforico, forse.
Guardando quelle foto sappiamo che quelle bambine, quei bambini stavano vivendo nella maggior parte dei casi vite agre e tuttavia loro sono più forti di noi piegati osservatori; l’immagine che Tano ci offre ci fa venire voglia di andarle a cercare quelle gambette, quelle mani, quegli sguardi, quei capelli dritti e chiedere umilmente “Che posso giocare con te? Mi fai giocare?”
Guardando le bambine e i bambini di Belfast o della Magliana, di Palestina o di una città tedesca, sentiamo e vediamo che no, non dovrebbero essere i ragazzini a salvare il mondo, perché dovrebbero essere coloro di cui spesso ridono in modo ignaro, sfrontato e offeso a farlo per loro.
Domenica 23 giugno 2024, nell’ambito di Castelnuovo Fotografia, XI edizione, in corso fino al 30 giugno a Castelnuovo di Porto, Roma, si è tenuto un incontro con Tano D’Amico in conversazione con Attilio Scarpellini.
Michela Becchis è Storica e Critica dell’arte. Ha insegnato nelle Università dell’Aquila e di Chieti, all’Istituto Universitario “Suor Orsola Benincasa” di Napoli e ha collaborato con l’Istituto Universitario di Fiesole. Ha curato mostre e divide i suoi studi fra l’arte medievale (“Capolavori della terra di mezzo”, cat. della mostra, arte’m, 2012; “Pietro Lorenzetti”, Silvana editoriale, 2012) e quella contemporanea e relativamentea questo settore dirige la collana TAC-Tomografie di Arte Contemporanea per la casa editrice Exòrma; in entrambi i casi rivolge il suo particolare interesse al rapporto tra arte e storia e alla circolazione dei modelli figurativi e linguistici.









