Il progetto Elyma – Installazioni vegetali e performance in dialogo con il Parco Archeologico di Segesta di Gandolfo Gabriele David, curato da Lori Adragna e Luigi Biondo, è di recente sfociato una pubblicazione edita da MondoMostre.
Il libro documenta un anno di mostre, azioni performative e laboratori con le comunità locali, segnando la riapertura del tempio dorico, rimasto chiuso per due decenni.
All’ingresso del Parco, le opere: Chakana e Lance hanno guidato i visitatori verso una maggiore consapevolezza del paesaggio. La combinazione di archeologia e Land Art, con l’uso di simboli provenienti da diverse culture, ha offerto una visione sistemica del rapporto tra esseri viventi e spazio.


Pubblichiamo un’intervista della curatrice con l’artista.
Come nasce questo progetto, cosa ha mosso il tuo intervento all’interno del parco archeologico di Segesta?
Quando ho iniziato a lavorare nel Parco, ho compreso quanto fosse importante dialogare con quei luoghi scelti dagli antichi per edificare i loro templi in base alle loro qualità geomorfiche, strategiche e cosmologiche.
Desideravo catturare quella essenza e trasmetterla ai visitatori, creando un’esperienza del sacro radicata nello spirito e nello spazio, attraverso tre installazioni e una mostra che si integrano con il sito archeologico e l’ambiente naturale.
Il Parco archeologico di Segesta si presentava come un vasto territorio immerso tra boschi, vigneti e una rigogliosa vegetazione mediterranea. Purtroppo, l’incendio del luglio 2023 ha devastato gran parte di questo paesaggio.
Anche se le installazioni sono rimaste intatte, ci siamo trovati a dover affrontare le ferite lasciate dal disastro e a lavorare in un contesto profondamente alterato.
Queste difficoltà peraltro hanno reso il nostro intervento ancora più significativo, poiché abbiamo dovuto reinterpretare il rapporto tra l’arte e un territorio segnato dalla distruzione, mantenendo viva la connessione con la sua storia e la sua sacralità.
Parli di “esperienza del sacro”. Quanto è centrale per te la questione spirituale nella dimensione contemporanea?
Per troppo tempo, soprattutto nella tradizione occidentale, la spiritualità è stata confusa con precetti religiosi restrittivi. La nostra visione del mondo si è evoluta in una dicotomia tra natura e scienza, con una tecnologia focalizzata solo sul profitto.
La società capitalistica ha disconnesso l’uomo dalla natura, vedendo il vivente come una risorsa infinita da mercificare. Oggi è essenziale parlare di un nuovo umanesimo ecologico, che recuperi la sensibilità verso tutte le forme di vita.
L’installazione Chakana, che ho tracciato all’inizio del percorso, rappresenta un luogo di riflessione antispecista, dove piante, persone e insetti impollinatori si intersecano nei cicli delle stagioni. Non un semplice giardino di diletto, ma uno spazio di riflessione e pratica di nuove ecologie.
Il segno della Chakana appartiene alle popolazioni andine. Perché hai scelto un simbolo così lontano dalla cultura locale?
Lo spunto iniziale è venuto dal tema del festival Neonorte IV di cui Elyma ha fatto parte, ma poi si è sviluppato correlandosi al territorio. La Chakana rappresenta la costellazione della croce del sud, visibile nell’emisfero australe.
L’incontro tra gli elementi culturali di Segesta e le riflessioni cosmologiche andine ha aperto una dimensione suggestiva e globale sul senso del sacro. La Chakana è come un’architettura metafisica che connette i tre mondi (infero, terrestre e celeste), e quindi i tre elementi della natura nel ciclo delle stagioni.
Nell’opera Elyma, il motivo a croce scalonata delimita un giardino dove gli elementi verticali (lance fiorite) negli angoli, richiamano gli Elimi e i miti fondativi di Segesta. Ho allineato l’installazione all’asse del tempio, creando uno spazio in contatto diretto con l’edificio sacro e i sentieri naturali del parco.

Cos’è il paesaggio per un artista che realizza progetti di Land Art?
L’idea di paesaggio è ancora condizionata dalla sua percezione come oggetto statico ed esterno all’uomo, come una cartolina o un’immagine da consumare sui social. Questa prospettiva va rivista: il paesaggio è un luogo dinamico, di interazione tra tutti i viventi.
Nel mio lavoro, cerco di creare uno slittamento tra uno sguardo esterno, oggettivo e uno più interno ed esperienziale, seguendo il filosofo Jean Marc Besse, che distingue tra agire “sul” o “con” il paesaggio. “Agire sul” perpetua la separazione uomo-natura, mentre “agire con” implica una relazione integrata e dinamica con l’ambiente.
In che modo le tue installazioni si ispirano alle teorie sul giardino contemporaneo?
Negli ultimi anni, soprattutto in Francia, il concetto di giardino è stato rivoluzionato, passando dall’idea di una natura addomesticata a una che promuove la biodiversità. Il giardino contemporaneo abbraccia principi e valori che riflettono la sensibilità di oggi.
Penso al Giardino di Derek Jarman, con objets trouvés e piante autoctone, o al Giardino Punk di Eric Lenoir, che si ispira alla subcultura giovanile degli anni settanta. Questi giardini anarchici rifiutano le geometrie rigide, promuovendo la libertà e la vitalità.
Per me rappresentano una continua fonte di ispirazione, non solo per il loro approccio estetico, ma anche per la filosofia che li sottende. Creare spazi che sfidano le convenzioni e abbracciano la biodiversità è un atto di resistenza contro la standardizzazione, la banalizzazione e l’eccesso di decorativismo.
Questi giardini incoraggiano una riflessione critica sull’interazione tra l’uomo e la natura, stimolando una consapevolezza ecologica e un impegno verso la sostenibilità.
L’idea di un giardino come luogo di sperimentazione e libertà creativa è centrale nel mio lavoro, e continuo a esplorare nuove modalità per integrare questi principi nei miei progetti artistici.
Lori Adragna nata a Palermo, vive e lavora a Roma. Storico dell’arte con perfezionamento in simbologia, critico e curatore indipendente, dal 1996 organizza mostre ed eventi per spazi pubblici e privati tra cui: Museo Nazionale d’Arte orientale di Roma; Villa Piccolomini, Roma; Museo D'Annunzio, Pescara; Teatro Palladium, Università Roma Tre; Teatro Furio Camillo, Roma; Palazzo Sant’Elia, Palermo; Museo di Capodimonte, Napoli; Complesso monumentale di San Leucio, Caserta; Museo Carlo Bilotti Aranciera di Villa Borghese, Roma. Come consulente editoriale e artistico ha collaborato con il Ministero per i Beni e le Attività Culturali (mostre e cataloghi nel Complesso monumentale di S.Michele a Ripa) e come collaboratore-autore presso l’Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani. Lavora con la qualifica di content editor presso Editalia, IPZS. I suoi testi sono pubblicati su enciclopedie, libri, cataloghi e riviste, in Italia e all’Estero. Scrive come free lance per numerose riviste specializzate nel settore artistico e collabora con la testata Artribune.











