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Le reliquie musicali

Hieronymus Bosch, Garden of Earthly Delights tryptich, centre panel detail
Hieronymus Bosch, Garden of Earthly Delights tryptich,
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Quando i corsari veneziani, con la speranza di accaparrarsi qualche brandello di reliquia da poter rivendere, arrivarono a Myra, città dell’antica Lycia nell’odierna Turchia, nel bel mezzo della confusione creata dalla prima crociata furono instradati dal custode verso una seconda tomba di san Nicola (la presunta prima tomba era già stata saccheggiata dai baresi).
Ecco, quella è la vera tomba del santo!” dichiarò sotto minacce e lusinghe. E così abbiamo due santi Nicola, uno a Bari e uno a Venezia.

Cambio di scena e qualche decennio fa si scopre che le venerate reliquie di santa Giovanna d’Arco appartengono ad una mummia egizia presumibilmente del VI sec. A.C. e, a seguire, nei secoli, santi con tre femori e due mascelle, sante croci alte 80 metri, corone di spine di dimensioni ciclopiche; per non parlare del veneratissimo e miracoloso sangue di un santo, san Gennaro, ufficialmente mai esistito.
Insomma tutto un fantasmagorico repertorio di meraviglie a dar lustro a chiese e conventi.

Non molto diversamente, nella musica: la mancanza di prospettiva storica, scientifica o semplicemente di buon senso ha creato un buon numero di false reliquie che, tuttavia, rimangono oggetto di venerazione a prescindere.
Valgano per tutti : Per-Elisa di Beethoven,  Toccata-e-fuga-in-re-minore di Bach e l’Ave-Maria-di-Caccini di Caccini, tre casi clamorosi, passati indenni attraverso disamine ed evidenze storico-musicologiche come molte  altre reliquie, meno note, che nei secoli hanno formato oggetto di culto a causa di paternità indebite.

I magnifici tre sopravviveranno per sempre grazie alla fama acquisita e agli equivoci di paternità che garantiscono agli esecutori e agli uditori la qualità derivante dal feticcio onomastico,  nonostante da tempo si sappia che Per Elisa è stata composta da Ludwig Nohl a fine ‘800, che la Toccata-e-fuga non ha alcuno dei tratti organistici bachiani ed è probabilmente spuria e che l’ Ave-Maria-di-Caccini è stata composta nel 1970 dal celebre creatore di falsi Vladimir Vavilov.

Tuttavia la questione delle false reliquie musicali è più ampia e dinamica dei tre esempi citati.  Il primo catalogo ufficiale delle opere di Johann Sebastian Bach (il celebre Bach Werke Verzeichnis: BWV, nella vulgata delle opere) è zeppo di composizioni di autori più o meno coevi: Vivaldi, i figli di Bach, Telemann e tanti altri compositori minori, al punto che la raccolta commerciale per principianti: “Il mio primo Bach“, compilata qualche decina di anni fa, in effetti contiene poco o nulla di Bach.

Similarmente, nell’800, tante composizioni dei secoli precedenti hanno trovato attribuzioni posticce dovute, in parte alla necessità di fornire una paternità che “avesse presa” sul pubblico ed in parte all’ignoranza del repertorio dei secoli precedenti; da tempo sono però al lavoro  musicologi e studiosi di varie discipline per ristabilire, per quanto possibile, la giusta collocazione di tante composizioni del passato.

E, prescindendo dal caos, che ancora regna sovrano nei cataloghi musicali del seicento italiano, il culto delle false reliquie musicali è arrivato a lambire anche mostri sacri del panorama musicale quali Mozart, alcune delle cui sinfonie sono probabilmente spurie, per non parlare di molte composizioni del padre inserite nel suo catalogo ufficiale, o Vivaldi. Riguardo a quest’ultimo è stato recentemente scoperto un concerto per violino di un autore tedesco coevo che è la trascrizione quasi integrale del primo movimento del celebre Gloria del prete rosso… ora il problema è: chi lo scrisse prima? Oppure, meglio, potrebbe uno solo dei due compositori aver composto entrambi i brani?

Allargando l’orizzonte alle questioni di onomastica e, più in generale, a quelle riguardanti l’originalità della composizione, possiamo osservare come queste siano sono arrivate ai giorni nostri filtrata attraverso la cultura ottocentesca che, per la differente sensibilità mostrata dai secoli precedenti, attribuiva  importanza feticistica sia all’originalità, come categoria assoluta, sia alla paternità. Magari tra qualche anno  (e un ulteriore ed approfondito lavoro di critica) si riuscirà a navigare senza il faro dell’autore celebre, recuperando anche il gusto dei pastiche  settecenteschi o delle arie del baule, assegnando ad ogni composizione la sua giusta prospettiva storica e ad ogni compositore il suo valore artistico.

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