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Il film portoghese “A Vida Invisivel” e l’iraniano “Acrid” al Festival Internazionale del Cinema

La vita invisibile. Siamo nel nostro presente. Ma la vita del film a Lisbona (vista personalmente vivace, moderna e felice), sembra invece riecheggiare un sentore di oscurantismo salazariano. E’ chiaro che il periodo di transizione al futuro, interrotto anche dalle crisi economiche, in Portogallo è ancora in atto, testimoniato dalla piazza del Commercio, sempre piena di ristrutturazioni. Anche gli ambienti, un ministero, un ospedale, una casa, pieni di buio e di vecchie cose, sono pronti a modificarsi in nuove sistemazioni. Così come il tempo plumbeo e piovoso sta cambiando il suo grigiore in scorci di luminosità. Solo alla fine, in pochi minuti sarà chiaro che il protagonista Hugo Macedo, piccolo impiegato statale, lascerà il lavoro e la casa avita per un futuro diverso. Ma si vorrebbe dire con Fernando Pessoa, sicuramente qui chiamato in causa, che il tempo dell’inquietudine, prima di ogni liberazione, è lungo come il tempo di un film.

Il regista Vitor Concalves nella linea del suo maestro Antonio Reis, ha portato avanti una lunga riflessione esistenziale attraverso la solitudine, la tristezza e l’angoscia del suo protagonista. Hugo è un bell’uomo di circa 40 anni che ha sempre evitato la vita. Vive soprattutto nei bui corridoi del Ministero, con le scale a chiocciola, le porte a vetri, le persiane accostate e le lampade sui tavoli accese, tra scartoffie, mobili e divani antichi. Soprattutto vi passeggia, con il rumore delle sue scarpe sul pavimento di marmo ed i tonfi irregolari amplificati di un cuore addolorato, nel silenzio delle ore in cui non c’è più nessuno, protetto da un dirigente amico (Antonio Sarmento) che gli dimostra affetto e solidarietà. L’altra vita di Hugo è quella malinconica e nostalgica in casa paterna, con le persiane chiuse ed odore di vecchi ricordi familiari. Solo a mangiare, dormire e passeggiare, con il rumore delle sue scarpe sul pavimento di legno ed i tonfi irregolari amplificati di un cuore addolorato. E pensieri personali (con voce fuori campo) ispirati dall’inerzia e dal vuoto esistenziale. Buona parte del film è quindi fatta di inquadrature fisse su scenografie desolate, con poco montaggio e linguaggio da vecchio novecento.

Antonio si ammala e muore e lascia ad Hugo qualsiasi cosa trovi nella sua casa e gli possa servire. Hugo sceglierà dei filmini in super 8 (un po’ rovinati, realizzati da Julie Brook) che fanno vedere il mondo: mari, montagne, animali, cieli, prati, alberi, neve. La loro visione da parte di Hugo, sarà l’alternativa nel film alla desolazione ed angoscia crescente del protagonista. Un uomo schiacciato da un mondo ormai morto che gli impedisce di costruire qualcosa. Anche con una assistente di volo, Adriana, che dopo sei anni lo cerca per formare con lui una famiglia. A vida invisivel è un film che vorrebbe essere indagine esistenziale e di malessere sociale, ma forse tratta solo di schizofrenia o monomania sulla memoria e la morte.

“Asprezza” è un termine molto ‘agro’, che noi usiamo più poco, ma dovrebbe essere il titolo del film iraniano Acrid. Fa meraviglia vedere che malgrado le forti tradizioni e le osservanze religiose in Iran si stia verificando il crollo dei valori, sia pubblici che privati: l’onestà, la sincerità, la fiducia negli altri e nelle istituzioni, sostituiti dalle mistificazioni nei comportamenti sociali, e poi la famiglia in crisi, il rapporto di coppia sempre conflittuale, l’amore tradito. Di questo ed altro parla il film di Kiarash Asadizadeh, che dopo Una separazione di Farhadi, premio Oscar 2011, parla ancora di donne coraggiose e determinate di tutte le classi sociali, che combattono una battaglia di libertà dalla schiavitù, le percosse, i tradimenti dei mariti. In maniere differenziate ma sempre da ammirare.

Alla proiezione c’era un gran parterre del cast iraniano in abbigliamento tradizionale o moderno ma molto creativo e colorato. E’ bene, oltre il regista – produttore nominare gli altri, perché soprattutto tra le donne ci dovrebbe essere qualche premiata: Roya Javidnia, Edsan Amani, Pantea Panahiha, Saber Abar, Shabnam Moghadami, Mahsa Alafar, Sadaf Ahmadi, Nawal Sharif. Una bravura di recitazione, vista poche volte in questo festival. La rabbia, la tristezza, il rancore, la freddezza, coniugate in tutte le loro sfumature, sia urlate che covate dentro, in un caleidoscopio di atteggiamenti, di movimenti, di gesti, di facce e mimiche, che ripetono il teatro della vita vera, moltiplicati per tutte le brave interpreti. Storie di vita comune narrati con un neorealismo espressivo ed emotivo. Donne che sono espressione della produttività avanzata ed ancora della famiglia tradizionale in una città in trasformazione, in una società che cerca la modernizzazione ma che ha bisogno di maturazione.

Sofferenze profonde per cose gravi come la violenza, l’odio, le incomprensioni, i tradimenti, ma anche per piccoli screzi familiari che, visto il carattere di queste donne, accomunate da una infelicità latente o manifesta, stentano a stemperarsi in dolcezza e quiete. Impossibile perché poi ci sono i prevalenti problemi economici, prima la casa, sia per le classi elevate sia per i meno abbienti, bene essenziale e scarso, per cui bisogna di necessità convivere. Nessuno alla fine ne vuole o può uscirne. In una Teheran invasa dal traffico altro problema la macchina, motivo di conflittualità, incidenti, riparazioni, assicurazioni. Pagamenti di ogni genere (tasse, multe, servizi, ecc.). Infine la spesa nei piccoli o grandi supermercati, molto cara, frutto delle sanzioni economiche di Europa ed America (vedi le trattative di questi giorni).

Il film è corale e circolare, perché il caso lega ad una ad una le storie in un mosaico in cui le protagoniste si alternano in scena finché l’ultima ritorna alla prima chiudendo il circolo. Forse di queste storie noi ne siamo ormai dei veterani e le abbiamo anche complicate ma non le abbiamo mai dette in modo così diretto, così semplice e così sentito.

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