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9’/Unlimited alla Fondazione Maramotti. Intervista a Beatrice Pediconi, italiana a New York

Fino al 31 gennaio sarà visitabile presso la splendida Collezione Maramotti di Reggio Emilia una delle ricorrenti, generose mostre temporanee, qui dedicate a giovani talenti del Contemporary Art World.
Questa volta c’è anche l’artista Beatrice Pediconi, che ci immerge nel suo moto (di)pinto nell’ acqua, un mondo in cui fluttuano pigmenti e frammenti di sostanze organiche e inorganiche, un paesaggio di (in)naturali alchimie. Generato da soluzioni, emulsioni, sospensioni acquose fotografate o filmate, a distanza ravvicinata o in immersione. Un itinerario dalle Polaroid-schizzi preparatori fino alla Videoinstallazione ambientale che avvolge lo spettatore in una moderna Camera Oscura alla rovescia, in cui ci si siede al buio e in gruppo, come al cinema. Il tema è quello dell’acqua dipinta dai moti convettivi dei materiali immessi in una grande vasca: immagini fisse o in movimento, Polaroid o grande formato da banco ottico e soprattutto video -ora contrastate, ora sfumate- creano un inesauribile repertorio di magnetico astrattismo.
9’/Unlimited è insieme breve (9 minuti, che finiscono troppo presto) e portatore d’infinito, senza un prevedibile confine fisico e visuale. Spazio, tempo e peso si allontanano.
Restiamo, per un attimo, con noi stessi.
C’è anche un libro d’artista: bello, identitario e pertinente. Aperto e collaborativo. Con chi? Sentiamolo attraverso le parole dell’ artista Beatrice Pediconi, italiana trasferitasi a New York.

Com’è nato il progetto pensato per la Collezione Maramotti?

“La direttrice Marina Dacci ha visto la mia mostra da Sara Zanin a Roma e, dopo 60 secondi del mio video precedente su pitture mescolate a sostanze organiche, mi ha detto:
“ Ti posso abbracciare?
Questo è stato il primo incontro. Poi sono tornata negli States e dopo due mesi ho ricevuto una mail dal collezionista: mi proponeva un incontro nel mio studio a New York. Era marzo di due anni fa. Ha avuto inizio un fitto dialogo, attraverso il quale ho fatto vedere loro tutti i miei lavori, spiegando le motivazioni di quello che facevo e il processo che stavo sperimentando. La Collezione Maramotti è fortemente incentrata sulla pittura e così il mio modo divergente di fare pittura li ha interessati molto.”

Tu dipingi con l’acqua, con questi moti convettivi.

“La mia è stata definita anche “pittura dinamica”, in cui l’immagine viene lasciata scorrere, ma anche lasciata andare… è una parte del mio lavoro che lascia posto all’ imprevisto, al non prevedibile legato all’azione-reazione dei materiali.”

Non trovi che ci siano dei precedenti tecnici in questo modo di lavorare, per esempio in usi pittorici passati, nella storia dei pigmenti in pittura. Per esempio sui tessuti?

” C’è un’ antica tecnica giapponese di marmorizzazione che si chiama Suminagashi e che ho scoperto poi grazie ad un testo scritto dal critico americano Lyle Rexer sul mio lavoro.”

 Com’è cominciata?…

“Nel mio caso l’inizio è stato istintivo. Successivamente ho fatto una mostra a New York, alla Cornell University, Ithaca (N.d.R.: Lux, an Art and Science Exhibition), dove erano stati invitati cinque artisti e cinque scienziati. Durante una conferenza con un chimico mi sono resa conto dell’interesse degli scienziati per la parte sperimentale del mio lavoro e per il suo processo: dalla Polaroid, all’uso del banco ottico fino all’installazione video. Così ho riportato nel mio lavoro anche tutta la parte performativa, mostrandola.”

La tua scelta di essere a New York cosa implica come artista? Il distacco dall’Italia e dal suo contesto culturale?

“Sono andata via 5 anni fa. A quell’ epoca viaggiavo tra le due sponde dell’Atlantico, avanti e indietro, perché non avevo ancora il visto. Forse sono stata fortunata, credo molto nelle coincidenze: c’è stata una serie di incontri, di quelli che tracciano – bene o male – la tua strada. Sono capitate delle occasioni, mi hanno pubblicato una serie di lavori su “Harper’s Magazine” -la rivista dell’ intellighenzia americana- grazie alle quali ho avuto dei riscontri significativi ed ho scoperto il ritmo nel mio lavoro.
L’ America mi ha dato moltissimo e sono nate collaborazioni con altre forme d’arte. Per me questo modo di lavorare è fondamentale. Accade proprio nella quotidianità, come persona che vive a New York. Questo, questa facilità mi ha veramente affascinato. C’è una tale concorrenza che tutti sono veramente umili e hai una facilità incredibile ad entrare in contatto con scrittori, scienziati, musicisti, quindi con le più diverse forme di creazione.”

Quali sono altre differenze, anche strutturali, che ritieni avresti dovuto sopportare in Italia, se non avessi avuto questo canale, questa via di fuga?

“Io penso che una grande differenza sia la raccomandazione.
In America è ufficiale la raccomandazione, perché le persone spendono il loro nome, se lo giocano per segnalarti; le lettere di raccomandazione sono qualcosa di lecito e ufficiale. In Italia mi sembra che sia un po’ tutto sottobanco, si porta avanti un parente piuttosto che una persona meritevole. In America non porti avanti una persona se non pensi che sia capace. Questa è una grande differenza, e ti fa sentire che sei più apprezzato. Un’ altra differenza é che sei vai nelle gallerie e nei musei vedi una marea di persone. Forse perché loro non hanno arte antica. Questo fa sì che tutti siano innamorati e abbiano interesse per l’arte contemporanea. Forse perché non hanno la storia millenaria del continente europeo…”

Ormai hanno trecento e più anni di storia dell’arte: se vogliamo limitarci al Settecento e poi a certi paesaggisti romantici… Dunque nessun dubbio: anche tu stai conoscendo i benefici di una società molto più dinamica.

“Quando sono arrivata cinque anni fa era il periodo della grande crisi. C’é stata, ma è durata poco, nella sua fase più intensa. Non bisogna dimenticare che New York non è l’America, è un’isola particolare… ma loro si muovono sempre. Se ti fermi, vai a fondo…”

E qui torniamo… all’acqua [per un momento, ridiamo]. Riprendiamo il tuo racconto di come è nato il progetto per la Collezione Maramotti…?

“Stavo sperimentando nuove sostanze da utilizzare per un nuovo progetto che non aveva preso forma. L’idea che nella Collezione Maramotti vi fosse una speciale attenzione per la pittura, mi ha portato verso un ambiente in cui ritrovare queste sostanze pittoriche – in movimento o meno -per un tempo indeterminato. A quel punto mi sembrava giusto mostrare anche l’ origine di quella ricerca, attraverso la Polaroid, che può essere vista come una miniatura, uno schizzo preparatorio del lavoro. Volevo evidenziare questi due aspetti, tanto diversi quanto collegati. Per me la parte sperimentale del lavoro è fondamentale: ogni volta cambio sostanze, devo renderle fluide, perché abbiano la consistenza giusta per dipingere sulla superficie dell’acqua.
In questo progetto per la Collezione ho usato sostanze che non avevo mai usato prima: ad esempio frammenti di bronzo o d’argento e il sale – immessi alla base della vasca- per cui qualsiasi cosa creava una reazione! C’è una scena del video in cui escono -all’improvviso- molte bolle. Quella per me è stata una sorpresa, non era affatto prevista.
La proiezione del video avviene sulle quattro pareti interne di un ambiente [un parallelepipedo abitabile]. Il video è lo stesso su tutti i lati della stanza, ma c’è uno scarto di 1 secondo da una parete a quella adiacente, per creare una sensazione di dinamicità in una stanza buia in cui non c’è nemmeno la sensazione del tempo, perché nello stesso momento ci sono presente, passato, futuro.
Poi la Collezione mi ha chiesto di affiancare un libro d’artista. Era una cosa che non avevo mai fatto. Non era un catalogo! E’ stata un’esperienza incredibile: si è trattato veramente di provare qualcosa di nuovo, mettendosi alla prova e confrontandosi con mezzi diversi. Avevo fatto… cataloghi, invece qui si trattava di fare un oggetto, che potesse raccontare il progetto della mostra, in modo nuovo. In quel periodo vidi la mostra di Ed Ruscha da Gagosian, sulla Madison, dove c’erano tutti i suoi libri appesi con dei fili… che libri in realtà non sono. Ecco: lì si è sbloccato qualcosa, ho cominciato a pensare che l’oggetto di carta poteva essere “qualsiasi cosa”.
Sono partita pensando al progetto finale, a questo luogo in cui tu entri… un po’ misterioso. E allora… ecco la scatola, da aprire e da scoprire. In questa scatola ci metto l’idea principale, che è alla base di qualsiasi idea di progetto. Appena apri la scatola… ci sono tre scatole una dentro l’ altra. E l’idea da chi può essere raccontata? Ho pensato ad una poesia Haiku e con l’ aiuto della direttrice Marina Dacci ho trovato il contatto con Momoko Kuroda, la poetessa Haiku giapponese vivente più importante. Così, la prima cosa che vedi è questa poesia Haiku, scritta in giapponese e tradotta da Abigail Friedman:

“a waterfall
cascading into the quietude
of heaven and earth”

Poi apri la seconda scatola: c’è una formula chimica. Ti dicevo della scoperta del rapporto potenziale tra il mio lavoro e la scienza. Così ho chiesto ad un chimico del Getty Institute, di interpretare  – in base alla sensibilità e alla visione della loro disciplina – le reazioni chimiche che avvenivano nel mio lavoro (inviandogli il rendering del video). E così Andrew Lewitt, anglo-americano che si occupa di Conservazione dei dipinti, ha scritto la formula per il mio progetto.
Poi l’ ultima scatola: accoglie uno spartito musicale, o meglio un graphic-score, del compositore italiano Lucio Gregoretti. Ha lavorato tanto anche per il cinema e in America ha vinto vari premi: l’ ho invitato a collaborare al mio progetto perché lo conoscevo e mi piace come lavora, mi piace la sua ricerca. E’ una partitura potenziale che non viene sonorizzata nello spazio espositivo, ma che dà voce ad un ritmo e ad un movimento tutto interno al video. Il libro contiene due leporelli, che apri ed estendi a fisarmonica. Nel secondo leporello è stampato lo spartito [N.d.R.: che qui pare un pentagramma colla sua partitura] e , dietro, seguono alcuni frame del video .
La formula chimica invece è affiancata alla selezione delle Polaroid, alla parte di ricerca più sperimentale. Il libro è tutto fatto a mano [N.d.R.: in 50 copie numerate e firmate dall’ artista]. Al prototipo poi ha fatto seguito il lavoro editoriale di Danilo Montanari: 800 copie numerate, realizzate con una carta semplice. Non è un libro fotografico, ma un’opera in se, memoria sedimentata del progetto per la Collezione Maramotti.”

Il cursore diretto sulle immagini visualizzerà le didascalie; cliccare sulle stesse per ingrandire.

Info mostra

 

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