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La foto del martedì. L’approccio letterario e quello telematico alle storie della vita.

Locandina
Locandina
Immaginare un mondo futuro in cui un narratore racconti il cuore di una vicenda di rapporti personali nell’indistinto passaggio tra scrittura creativa tradizionale e nuovo linguaggio del web. In una descrizione al dettaglio di una storia ordinaria, comune, che si evolve in una nuova relazione tecnologica. Questo il racconto monologo (a più voci e fotografie) La foto del martedì di e con Giovanni Bonacci, per la regia di Enrica Nizzi e Matteo Quinzi, andato in scena al teatro Rumore di fondo di Monteverde, a Roma.

L’inizio con la presentazione del giovane Luca, ormai trentenne, alla ricerca del primo lavoro. Tipo originale, scanzonato, libero, con entusiasmo informa la sua ragazza che è stato finalmente assunto. Una fase nuova in cui i due possono vivere insieme. Laura è felice di una vita in coppia fatta di scoperte e lo rivela a tutti. Luca, ancora in fase creativa, sta scrivendo un romanzo, un suo grande romanzo. Come gli altri giovani, se il lavoro serve per vivere, per vivere serve anche una aspirazione: diventare manager, attore, romanziere, critico, artista ecc.. Forte di una scuola mimica e vocale che bada all’essenziale Bonacci ha interpretato i ruoli di Luca e Laura e del narratore, facendo emergere qua e là la stretta cerchia dei sodali, con un ritmo sempre costante, mentre le fotografie in slide, con altri due attori, scorrevano sullo schermo sulla sinistra del palco.

Ma il narratore mette in scena la Storia: “Mentre ci mostravamo sempre più incapaci di scrivere un romanzo volontariamente abbiamo acquisito la capacità di farlo soprappensiero, nostro malgrado, quasi senza rendercene conto: una società di autori involontari”. Purtroppo Luca, anche se contornato di amici e colleghi brillanti e vitali, mette un impegno sempre maggiore nella stesura del suo libro e senza accorgersene si chiude nel suo studio in lunghe meditazioni. “Il libro è scritto da due persone, quella con la penna in mano e quella con gli occhi sulla pagina”. Cresce una sua incapacità di correlarsi con gli altri, di produrre il libro, di comunicare con gli sguardi, con i contatti fisici. La voglia di fare qualcosa per se non si trasforma nella bravura di poterlo far conoscere agli altri. Bravo l’interprete a soffrire qui anche spiritualmente, quasi rifuggendo il suo corpo, questa fase di trapasso, di fallimento, di introversione.

Il narratore interprete si trova in un impasse. Laura, che desidera anche un bambino, viene invece marginalizzata e pian piano decide di mettere fine alla relazione. Luca esce dall’ossessione letteraria e torna a vivere, ma non bastano Stefano, Gregorio e Francesco, amici spontanei coi quali uscire di nuovo. Luca sente il bisogno di riconquistare la sua donna. E tenta allora con il social network, discreto, mellifluo, nel quale senza troppo apparire come presenza fisica, comunque comunica. E’ la fine dello scrittore tradizionale, finisce per scrivere un diario invece di un romanzo, una cronaca invece di un racconto, inviando a Laura una foto ogni martedì. Vecchie foto di loro innamorati, luoghi visitati, amici, situazioni. Laura non riuscirà a sfuggire al pensiero di lui.

Mentre le correnti letterarie del novecento, attraverso racconti autobiografici, inseriti in un contesto storico, compivano il miracolo della catarsi letteraria, attraverso facebook  notizie e note vengono traslate dalla realtà senza alcun contesto, senza storia romanzata letteraria e trascendente. Tutto si banalizza in foto e piccole frasi essenziali. Sul video di fondo compare a lungo la frase “Mi piace”. Bonacci con le sue capacità interpretative esprime concetti e filosofie in una narrazione che si fa più sofisticata. I tempi ed i modi della letteratura, dice, sono in conflitto con la vita spicciola di tutti i giorni. Si velocizzano i tempi lunghi del racconto. Rimangono solo accenni di tematiche e pensieri senza alcuna elaborazione ed approfondimento. Tutto deve essere essenziale ed efficace subito. Si sviluppano le capacità di usare il mezzo nuovo che arriva al punto. “Un posto dove tutti hanno qualcosa di importante da dire, un posto in cui nessuno ha qualcosa importante da trasmettere, ma tutto è funzionale”. I tempi stretti della tecnologia sono anche la paura di tante parole che possono troppo rivelare. Meglio nascondere o camuffare, si raggiunge meglio lo scopo di comunicare qualcosa, piccola ma sempre importante.

Mentre il narratore commenta un lontano racconto di vita, le immagini (bellissima la lunga scala vista dai due innamorati in un giardino, mai esplorato) riportano i dettagli di quello che avrebbe potuto essere la vita passata e che potrebbe essere la nuova. L’operazione telematica, semplice e diretta alla fine vince. Laura chiede un incontro ed il fermo immagine proiettato, che dimostra la storicità dei fatti, è quello di un abbraccio dei due attori interpreti. Il finale è lasciato, nell’alternanza delle tre voci, solo al narratore, punto di vista esterno e futuro, che porta ad esempio una storia di quel periodo in cui si disimparò a comunicare come nel passato, ma si trovò un metodo di comunicazione comunque efficace. Al pubblico l’arduo dilemma di giudicare se l’attore sia riuscito a ridurre un testo d’autore, così gravido di grande attualità. “Se una notte d’inverno un viaggiatore…”.

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