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Teatro Akropolis: la cultura ha bisogno di tornare ad essere un cardine della vita civile

La ricerca dell’origine dell’atto teatrale è il motivo per cui esiste, dal 2001, la Compagnia Teatro Akropolis di Genova.
Ricerca, confronto, scoperta o riscoperta guidano il lavoro di Clemente Tafuri e David Beronio, i due direttori artistici di Akropolis. Tutto inizia dalla comprensione della natura dell’azione mitica che diede origine alla tragedia nell’ambiente misterico della Grecia arcaica, prima ancora di Eschilo, Sofocle, Euripide ed i grandi autori della tragedia classica.
Un punto di vista poco usuale che lavora sulla forza espressiva dell’attore e del personaggio e non a caso si ricollega ai  maestri del Novecento, ed in particolare ad Artaud e Grotowski che hanno ribaltato dimensione letteraria del personaggio e dell’azione mimetica dell’attore.

La compagnia gestisce a Genova il Teatro Akropolis, un luogo nato per sperimentare e condividere nuove riflessioni sul teatro  contemporaneo. Ogni anno Teatro Akropolis organizza Testimonianze ricerca azioni, evento che raccoglie artisti e intellettuali a livello internazionale, dando testimonianza del loro lavoro attraverso spettacoli, residenze, laboratori, workshop, incontri.

Il teatro ha inoltre una casa editrice, AkropolisLibri, che pubblica un volume a distribuzione nazionale che raccoglie gli interventi dei partecipanti al festival e quelli di intellettuali e critici. Un’ulteriore iniziativa editoriale riguarda la pubblicazione delle opere inedite di Alessandro Fersen, in collaborazione con la Fondazione Alessandro Fersen. Di Fersen AkropolisLibri ha già pubblicato L’Universo come giuoco e Critica del teatro puro.

Come nasce il vostro percorso teatrale e quale forma di Teatro sostiene le vostre creazioni?

Il teatro ha una particolarità rispetto alle altre forme d’arte. Esso rende possibile un confronto diretto con  i temi essenziali della filosofia. Il teatro ha una potenzialità conoscitiva che però deve essere individuata ed esplorata. È una possibilità per chi decide di fare teatro rinunciando a mettere in atto una semplice operazione letteraria, laddove per letteratura si intende ogni costruzione retorica finalizzata ad una rappresentazione. Affrontare i problemi ontologici relativi all’uomo e alla sua presenza nel mondo non significa evocarli all’interno di una discorso affidato all’attore. La parola non è centrale in questo approccio. È invece essenziale lo studio dell’azione e la scoperta di una consapevolezza di sé tali da rendere possibile la frequentazione dell’opera a livelli sempre più profondi. È una forma di teatro che non si esaurisce sulla scena, ma trova la sua espressione più completa nelle attività di studio e ricerca condotte all’interno dei laboratori. Lo spettacolo è sempre, nel nostro caso, un inganno che allude e allo stesso tempo nasconde l’esperienza più intima vissuta fuori dalla scena.

Quale motivo vi ha spinto ad affiancare al teatro anche una casa editrice?

Le nostre pubblicazioni danno spazio alle riflessioni che artisti e studiosi elaborano intorno ai percorsi di ricerca e ai diversi problemi dell’arte più in generale. Crediamo che  sia necessario, per un autore, dare personalmente un contributo teorico alla propria opera, quantomeno una traccia per decifrarne i diversi piani di lettura. Raccogliere questi testi in un’unica pubblicazione dà la possibilità di un confronto tra artisti, che in certi casi può essere estremamente fecondo. L’attività editoriale è legata all’attività pubblica di un teatro, quindi questo confronto e le riflessioni dei singoli artisti o studiosi si definiscono e si legano a un evento preciso. Durante Testimonianze ricerca azioni, la rassegna che Teatro Akropolis organizza ogni anno, è possibile ritrovare proprio nelle opere quello che gli artisti hanno scritto nei nostri volumi. Affermare una necessità culturale di questo tipo, affrontando le difficoltà di un progetto editoriale, è un’impresa complessa quanto inedita. Un teatro non dovrebbe essere semplicemente un luogo di passaggio. Dovrebbe avere la forza di dar vita a occasioni di approfondimento non solo per il pubblico, ma anche per attori e registi.

Che tipo di testi avete finora pubblicato e quali sono i vostri progetti?

Ogni anno, come dicevamo, pubblichiamo Testimonianze ricerca azioni, di cui quest’anno è in uscita il quinto volume. Stiamo inoltre curando l’edizione delle opere inedite di Alessandro Fersen: nel 2012 sono usciti L’Universo come giuoco e Arte e vita – taccuini e diari inediti. Nel 2013 Critica del teatro puro ed è in fase di pubblicazione L’Incorporeo. Abbiamo inoltre pubblicato Alessandro Fersen, itinerario ininterrotto di un protagonista del Novecento, gli atti del convegno nazionale tenuto a Roma nel 2011. Stiamo attualmente lavorando alla raccolta di materiali pedagogici inerenti la tecnica psicoscenica, il mnemodramma e gli insegnamenti che Fersen conduceva con i suoi attori e allievi. Tra i progetti più impegnativi, in questo momento, c’è il lavoro su un libro che tratterà le tematiche e le problematiche che animano la poetica di Teatro Akropolis.

Siete una compagnia indipendente e quindi  libera ma probabilmente anche “povera”: secondo voi è possibile in Italia, in questo momento storico, fare cultura anche nell’assenza di supporto da parte delle istituzioni?

È estremamente difficile rifacendosi ai modelli di gestione tradizionali. Il settore della cultura spreca milioni per mantenere strutture e apparati senza preoccuparsi della ricerca. A tutto discapito della qualità delle produzioni. Gran parte del teatro che c’è in giro è vecchio, porta i segni di logiche produttive sbagliate, non ha nulla da dire che non sia già stato detto. E non si tratta solo di una questione generazionale. I più giovani appaiono già come chi li ha preceduti. Stesse lamentele, stessi temi affrontati negli spettacoli, stessa retorica. La crisi di questo modello impone di elaborare delle nuove strategie gestionali che rendano possibile la produzione di cultura senza dispersione di denaro ed energie. Nella situazione attuale non è impossibile fare cultura, bisogna intendersi però su cosa significhi. Bisognerebbe distinguere tra chi segue un percorso innovativo e propulsivo e chi invece gestisce l’esistente. Bisognerebbe fare una distinzione tra chi ha qualcosa da dire e chi no. E questa distinzione dovrebbe riguardare anche la distribuzione delle risorse. La ricerca non è solo la base del progresso scientifico e tecnologico. Essa è essenziale all’arte, e quindi ha altrettanto bisogno di sostegno. Sarebbe l’ora che qualcuno se ne facesse carico.

Teatro Akropolis fa molta ricerca e sperimentazione, ma cosa significa oggi “ricerca”? Hanno ancora valore gli insegnamenti che hanno contribuito ad edificare il Teatro contemporaneo?

Fare ricerca significa indagare i fondamenti del pensiero e dell’arte per riuscire a dar vita a percorsi che diano a questi temi una forma capace di mettere in crisi il mondo nei suoi aspetti più assimilati e spesso vissuti acriticamente. Gli insegnamenti hanno valore se riguardano aspetti fondamentali connaturati all’arte a cui si riferiscono, sono superati se invece si riducono a questioni stilistiche o tematiche. Gli studi e le opere dei maestri del Novecento hanno tanto più valore dal momento che molte questioni che da loro sono state poste non sono state risolte. Bisognerebbe con onestà accettare l’eredità di questo fardello e lavorare con serietà e onestà. Questo non significa ovviamente lavorare rivolti al passato, significa semplicemente non eludere i problemi.

Per voi  l’innovazione va di pari passo con l’evoluzione del linguaggio rappresentativo?

Non necessariamente. Un processo artistico innovativo fa sorgere l’esigenza di una coerenza tra l’opera nelle sue istanze e l’elaborazione di un linguaggio. Non è detto che questa coerenza si debba trovare codificando un linguaggio inedito.

 Se vi capitasse l’ingrato compito di Ministro della Cultura, cosa fareste?

La cultura prima ancora che di provvedimenti, ha bisogno di tornare ad essere uno dei cardini della vita civile. Sembra invece che nessuno sia chiamato a occuparsene come di una priorità, e che ogni discussione in merito si riduca a una questione meramente finanziaria o ricondotta all’ambito dell’istruzione, come se la scuola di ogni ordine e grado fosse in grado di esaurire l’intera istanza culturale. Ogni intervento serve sempre a tamponare un’emergenza, e questo è il chiaro segno dell’assenza di una prospettiva all’interno della quale ripensare radicalmente il ruolo della cultura nella società. La conseguenza di questa decadenza è una sensibilità diffusa stravolta che ha portato a una preoccupante inconsapevolezza nei più svariati aspetti della vita.

Cosa chiede il pubblico ad un teatro come il vostro?

Il criterio che anima le nostre scelte rifugge la rigida divisione in generi e scuole e privilegia gli aspetti più direttamente legati al processo creativo e intellettuale dei singoli artisti. Ciò porta a una programmazione trasversale e apparentemente incoerente rispetto alle usuali proposte. Non facciamo nessuna distinzione stilistica. Se il lavoro di un artista o di un gruppo ci interessa capita spesso di programmarlo accanto a lavori di segno completamente diverso. Crediamo che sia questa libertà a interessare il pubblico che ci segue.

 Vi riconoscete in esperienze come quella del Teatro Valle? Ce ne vorrebbero molte oppure non vi riconoscete in queste modalità di politica culturale?

L’esperienza del Valle è stata di grande rilevanza per diversi motivi: innanzitutto l’occupazione ha consentito di porre in discussione in maniera incisiva la questione dell’organizzazione e dell’amministrazione dei teatri italiani. Troppo spesso si preferisce lasciare che un teatro chiuda piuttosto che prendere in considerazione modelli di gestione alternativi a quelli tradizionali, troppo costosi e ormai insostenibili nell’attuale situazione economica. Si è trattato inoltre di un’esperienza capace di raccogliere intorno a sé realtà artistiche e culturali eterogenee che per una volta hanno condiviso i loro percorsi normalmente destinati a non incrociarsi. E poi, cosa rara, una questione legata alla cultura è riuscita a diventare un problema in parte condiviso da tutta la società civile. Questi punti mettono in luce delle criticità antiche che dovrebbero essere centrali in ogni dibattito intorno al teatro. Come gestire uno spazio, che rapporto costruire tra gli artisti e in che modo relazionarsi alla comunità che vive intorno a un centro di cultura. Ci vorrebbero molte altre situazioni in cui la vita di un teatro viene sconvolta dal confronto con queste criticità del sistema.

Come immaginate il teatro italiano fra 20 anni?

Immaginare la situazione del teatro italiano fra vent’anni significa immaginare il nostro paese e la nostra società a quell’epoca. I valori, le priorità, il sentire comune che oggi hanno allontanato l’arte e la cultura dalla vita quotidiana delle persone sono frutto dello stesso processo che ha portato al declino di tutta la cultura occidentale  e all’alienazione della figura e della professione dell’artista da quelle riconosciute dalla società. Proiettare l’evoluzione di questo stato di cose nel futuro porta ad immaginare l’ulteriore radicalizzazione dell’isolamento subito dall’artista e l’affermazione sempre più definitiva di una figura ambigua che racchiude in sé il personaggio televisivo, il giornalista, lo scrittore, l’uomo di spettacolo. Fra vent’anni i valori estetici sostenuti dai teatri stabili avranno subito una significativa erosione, e quelli che ispirano i vari teatri di ricerca saranno diluiti nell’ambiguità causata dall’impossibilità di distinguere fra arte e spettacolo, fra ricerca ed esibizione, fra teatro e circo.
Fra vent’anni, ancora più di oggi, la sopravvivenza del teatro sarà affidata alla coscienza e all’onestà degli artisti, alla loro serietà. Forse qualcuno di loro riuscirà ancora una volta a far vacillare il suo pubblico, a trascinarlo in una visione delle cose che per un attimo lo metta in crisi. O forse no, forse fra vent’anni il teatro sarà morto, e ne resterà solo un pallido simulacro.

Dal 27 al 29 marzo Teatro Akopolis proporrà presso lo Studio Fersen di arti sceniche, un laboratorio che porterà i partecipanti a confrontarsi con le diverse problematiche legate all’azione fisica e alla relazione in scena. Il workshop, condotto da Clemente Tafuri, David Beronio e gli attori di Teatro Akropolis, verterà sul lavoro fisico, sull’attitudine all’ascolto e sugli aspetti primitivi dell’azione. Un lavoro in cui sarà possibile riflettere sul rapporto tra rappresentazione ed espressione, attore e perfor­mer, in un continuo confronto con il potenziale espressivo del corpo.

Per informazioni più dettagliate sui workshop e sulle iscrizioni si può chiamare il numero 3403280997 o scrivere a info@studiofersen.it.

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