57. Biennale di Venezia, Padiglione Italia – Il mondo magico

E’ impossibile evitare di parlarne. Perché, in fondo, la Biennale di Venezia è un po’ come i Mondiali di calcio: l’Evento che (quasi) tutti aspettano. Durante il quale, (quasi) tutti, amanti o no, volenti o nolenti, si ritrovano incollati davanti allo schermo per seguire la Nazionale. Quei momenti nazionalpopolari in cui ci si riscopre (quasi tutti) italiani. In cui tutti si è arbitro, allenatore, calciatore.

È, quindi, ovvio, che (quasi) tutti coloro che, a vario titolo, gravitano intorno all’arte, visitino la Biennale e, arrivati a Venezia, vadano sparati come un missile direttamente al Padiglione Italia. Per vedere quello che l’Italia ha combinato. È, quindi, ovvio che poi se ne parli. In modo più o meno appropriato o superficiale. Confessiamocelo e mettiamoci l’anima in pace. È così. “Ancora della Biennale??”, “Ancora del Padiglione Italia??”: sì, ancora. L’aspettiamo per due anni. È, quindi, ovvio che poi se ne parli, per giorni e giorni. Con la conseguente caccia al nome di un certo calibro per il relativo editoriale. Per buona pace dei detrattori, degli impazienti, dei disfattisti, degli appassionati, degli addetti e dei turisti per caso. E, dopo aver letto il titolo del padiglione (Il mondo magico – oh misericordia – che mutua il titolo dall’omonimo trattato dell’antropologo napoletano Ernesto de Martino, che sembra piuttosto tirato in ballo come collante di tre display altrimenti troppo scollegati), le intenzioni della curatrice (Cecilia Alemani) al momento della presentazione alla stampa (valorizzare il lavoro degli artisti e la loro fascinazione per il magico – oh misericordia) e aver pronunciato la fatidica frase “staremo a vedere”, ecco, dopo aver visto, si può affermare che tanto era stato annunciato tanto è stato realizzato (oh misericordia).

Oh, sì certo, finalmente un padiglione degno di questo nome: tre artisti (Giorgio Andreotta Calò, Roberto Cuoghi, Adelita Husni-Bey) al posto del solito carrozzone (più o meno imbarazzante, più o meno triste e inappropriato) delle precedenti edizioni. Oh, sì certo, l’invito a una contemplazione disinteressata che consente di cogliere l’essenza. Oh, sì certo, rimandi letterari, filosofici, antropologici, storico-cultural-religiosi per dare corpo e sostanza (amen!), per costruire quell’impalcatura di concetti e parole necessaria per tenere insieme il tutto, un po’ come la panna nella pasta, che sta tanto ritornando di moda. Oh, sì certo, artisti che condividono “una visione dell’arte come creazione di universi paralleli in cui si mescolano cosmologie individuali e utopie collettive”. Chi, estasiato, ha affermato che si era di fronte a uno strepitoso padiglione. Chi ha sentenziato che è il migliore che l’Italia abbia mai prodotto. Chi fa il mea culpa con tanto di “coccodrillosa” excusatio non petita, come se fosse stata necessaria la Alemani per capire che, dal 2009, si sono realizzati solo contenitori pieni di fuffa.

Insomma, in molti hanno gridato al miracolo, sempre per comparazione rispetto a quelli precedenti, addirittura delusi che non abbia ottenuto neanche una menzione. Ma, certo, è innegabile che questo padiglione, forse, ha innescato un’inversione di tendenza (vedremo). Però, come sulla carta il legame tra i tre artisti era molto debole, anche nella realtà lo è stato ancor di più, praticamente inesistente. Poi, possiamo trovare tutte le letture del mondo, ma il risultato non cambia. Un padiglione ruffiano, che ha tentato di vincere facile, mostrando muscoli pompati con testosterone.

La penombra, che già predispone tutti al meglio, domina l’intero padiglione (e che sembra sia addirittura diventata la sua sigla luministica).

Ci accoglie Imitazione di Cristo di Roberto Cuoghi. Il laboratorio col Corpo di Cristo (amen) in tutte le muffe, reso mortale sotto i nostri occhi, per la sua decomposizione. E, siccome noi siamo a sua immagine e somiglianza (amen), anche noi siamo destinati alla stessa fine, non c’è scampo. E neanche la tecnologia più avanzata, che può perfettamente riprodurre tutti i pezzi di ricambio che vogliamo, ci evita la triste fine (amen). Roberto Cuoghi con quella navicella spaziale/obitorio/laboratorio che, come dei plurilaureati medici forensi (facendo l’occhiolino al nostro innato bisogno voyeuristico), ci permette di analizzare e constatare la caducità corporale (e, con quell’atteggiamento cristiano-paternalista, ci fa capire che forse noi, alla fine, non stiamo messi così male), e va a pescare a piene mani in tutta quella che è la nostra cultura e tradizione cattolica (amen). Un esempio per tutti è la parete di fondo, che espone i resti decomposti. Cos’è (oltre al campionario completo) se non un diretto richiamo all’imponente Resurrezione di Pericle Fazzini nella Sala Nervi? Perché, alla fine dei giochi, la ridondanza e l’accumulazione sono le pratiche messe in campo per ottenere una certa sostanza.

Mentre il mondo magico degli “adolescenti anonimi” impegnati in una sorta di “incontro di sostegno” (The Reading/La Seduta) al di là dell’impianto stantio, da Adelita Husni-Bey è didascalicamente narrato dalle riflessioni dei ragazzi su cosa? Sui tarocchi! (Piccolissimo n.b.: nella didascalia dell’opera è riportato che i ragazzi meditano e si confrontano su diversi temi, tra cui quello della razza …). Un video che sembra essere la ripresa di un laboratorio didattico tout court che, forse per tentare di cristallizzare l’immediatezza e la spontaneità dei ragazzi, non è stato preceduto da un percorso di ricerca, da uno studio in-formativo.

E poi, parafrasando il titolo di una pellicola di Garrone, the wonder of the wonders, abbiamo la summa della contemplazione e della magia con la suggestiva installazione Senza titolo (La fine del mondo) del veneziano Giorgio Andreotta Calò che crea una laguna sospesa (venezia=acqua?) che raddoppia, in tutte e tre le dimensioni, l’ampiezza della sala. Come una sorta di cattedrale, le capriate dell’Arsenale, che sembrano fare da cupola ai sottostanti Cristi di Cuoghi, anziché ammirare lo specchio d’acqua da sopra, come in Per Barclay, o in mezzo, come in Richard Wilson, lo ammiriamo all’altezza che vogliamo, scegliendo noi il gradino dello spalto metallico appositamente messo in piedi su cui posizionarci. Ma attenzione: No video! No foto!

  • 57.Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia
  • Padiglione Italia – Il mondo magico
  • Venezia | Arsenale – Tese delle Vergini
  • Periodo: 13 maggio – 26 novembre 2017
  • Orario: 10.00 – 18.00 / 10.00 – 20.00 sede Arsenale – venerdì e sabato fino al 30 settembre; chiuso il lunedì
  • Ingresso: 48h Intero € 30; Intero Regular € 25 (valido per un solo ingresso per ciascuna sede utilizzabile anche in giorni non consecutivi); Permanent Pass € 80
  • Info: tel. 041 5218 828 – fax 041 5218 732 (lun > ven 10-13.30 e 14.30-17:30; sab 10-13.30) www.labiennale.org
Daniela Trincia

Daniela Trincia

Daniela Trincia nasce e vive a Roma. Dopo gli studi in storia dell’arte medievale si lascia conquistare dall’arte contemporanea. Cura mostre e collabora con alcune gallerie d’arte. Scrive, online e offline, su delle riviste di arte contemporanea e, dal 2011, collabora con "art a part of cul(ture)". Ama raccontare le periferie romane in bianco e nero, preferibilmente in 35mm.

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