La penna mette fiore

Arrivo ai piedi della scalinata e i palazzi capitolini sono lassù, dolcemente rosati di tramonto, e mi aspettano.

Su un lato della salita, un gruppo di poliziotti, una trentina forse, in assetto antisommossa, scherzano e ridono come se stessero in gita.

In cima, la piazza è già avvolta da luci e musica, come un balsamo che stempera la sua consueta serietà.

Sono arrivata stanca di una giornata impegnativa, cerco la mia amica e mi guardo intorno, più che altro curiosa.  La platea è ancora semivuota. Sulla sinistra della piazza, in fondo, verso i fori, arrivano chiare delle voci di protesta. Sono persone che stanno perdendo il lavoro. Applaudono, cantano, chiamano a gran voce il Sindaco. Ci accompagneranno per tutta la serata.

Questa è la serata delle folle. I poliziotti, i manifestanti, la platea che piano si riempie. E l’arte: c’è tutto, stasera. C’è la musica, ci sono le immagini, le parole dei numerosi poeti che le hanno ispirate, le voci degli ospiti che le fanno rivivere. E noi ad ascoltare, ognuno con la sua vita.

Sale sul palco una donna dai tratti pacati, il viso segnato dalla bellezza, riccioli d’argento. Si chiama Jolanda Insana e ci regala, con la sua voce ferma e piena, le possenti parole di Bei Dao. C’è un verso, in verità due, che mi si fermano nella testa. Però il secondo non lo ricordo più, e anche del primo non sono del tutto certa. Mi perdonerà, Bei Dao, se lo ricordo così. Del resto, nella sua lingua sarà stato ancora differente. Le parole che mi appunto sono: la penna mette fiore.
Caro Bei Dao, ho cercato tanto la traduzione corretta di questo verso, ma ho voglia di concludere il mio racconto e ora non trovo che la versione inglese, che recita così it’s a pen blossoming in lost hope. It’s a blossom resisting the inevitable route (da: Landscape over zero).

Ti prometto che la cercherò ancora, che ti cercherò, perché sei uno dei miei guadagni di oggi.

Ora, però, mi serve così, questa penna che mette fiore. Me la chiedono i manifestanti là dietro, che continuano ad applaudire e chiamare qualcuno, sperando che si affacci come il Marchese del Grillo. C’è chi è risentito da questo rumore di fondo. La Insana sorride. Io sono combattuta. Sto godendo delle parole, della musica, dei colori, mentre nel cuore della notte, a pochi metri, uomini e donne come me stanno perdendo il futuro.

Lo spettacolo è avvolgente, rapido, iper-stimolante. È ancora folla. Folla di parole e di vite messe in parola, che richiamano in modo sorprendente luoghi, fatti e persone della mia esperienza, come infiniti fazzoletti annodati, in volo dal cilindro di un mago. Così avverto la dignità della mia vita, di ogni vita, e la capacità di comprendere che i miei momenti collezionati finora mi regalano.

La penna mette fiore. Mette fiore al futuro. Un ideale flusso dovrebbe travalicare il cerchio magico delle transenne e avvolgere le vite di quegli uomini, di quelle donne là fuori. Ripartire dalla penna. Aprire i cuori alle parole, alla bellezza, alla poesia. E la penna deve prendere quelle vite senza futuro e riscattarle.

Non c’è altro da fare.

Giovanna Astori

Giovanna Astori

Primo vagito: giugno 1972, nella mia amata Roma dove vivo e vivrò. Sono ricercatrice in una nota fabbrica di numeri e informazione, lavoro che amo e che mi dà da vivere. A latere, il secondo lavoro che mi ripaga in divertimento e salute è la scrittura. Ho pubblicato diversi racconti e poesie e i romanzi “Storie dentro storie” (2012, L’Erudita di Giulio Perrone Ed. e 2014, in edizione digitale) e “Preferisco il rumore del mare” (con Andrea Masotti, 2014, Narcissus Ed.). Il tempo libero lo dedico a mille curiosità e ai miei bimbi.

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