Bologna oltre Artefiera. Le mostre, i numeri, l’economia dell’Arte.

La mostra di Fotografia industriale allestita al MAST, l’ammirata Manifattura di Arti Sperimentazione e Tecnologia, creata dalla famiglia Seragnoli  è stata forse il meglio, a Bologna, durante Artefiera 2015. Si tratta di un’estesa scelta dalla sconfinata produzione del fotografo Emile Otto Hoppé negli anni 1912-1937 (a cura di  Urs Stahel e Graham Howe, fino al 3 maggio, www.mast.org).

Senza dimenticare  la proiezione del film Mr.Turner di Mike Leigh (2014), ora  nelle sale [e di cui diamo conto su art a part of cult(ure)], e l’importante mostra Arte e Design (Palazzo Isolani, in chiusura, perché fino al 3 febbraio, a cura di Galleria d’Arte Maggiore) con opere di Mario Botta, Alessandro Mendini, Carlo Scarpa, Ettore Sottsass, ma anche Cleto Munari, Mimmo Paladino, Sandro Chia e Arman.

A Palazzo Pepoli, il Museo della Storia di Bologna, Il viaggio oltre la vita. Gli Etruschi e l’aldilà tra capolavori e realtà virtuale (aperta fino al 22 febbraio, www.genusbononiae.it) offre un eccellente occasione per (ri)vivere con un apprendimento  multisensoriale la storia di questo popolo, fondamentale tanto a Bologna che a Roma, le città più coinvolte nel progetto, con il team del CINECA (Dir. Giosuè Boetto Cohen, con Franz Fischnaller e Italdesign Giugiaro), e il Museo Etrusco di Villa Giulia, prestatore delle opere (con il sostegno di Genus Bononiae, Fondazione Carisbo, Fondazione Bracco e Mandarin Capital Partners). Il Sarcofago degli sposi è presente virtualmente grazie ad una  ricostruzione ologrammatica integrata da proiezioni sulle pareti della sala, con tecnica di mappatura 3D.

Artefiera, la quasi quarantennale madre  delle Fiere d’arte Moderna e Contemporanea italiane, sopravvissuta alle sue  ben più gracili figliolanze, ormai dimenticate a causa del ridimensionamento complessivo del mercato dell’ arte in Italia,  continua  la sua maratona  – speriamo – verso un futuro migliore. L’evento è utile  per fare qualche bilancio, oltre che affari. Si, perché è pleonastico continuare a ripetere che la kermesse bolognese – rispetto alla sorella torinese Artissima – è una vetrina o fiera più commerciale e meno sperimentale Fièra (dal lat. tardo fĕria, propr. “giorno festivo, vacanza”) significa: “Convegno abituale di venditori e compratori, che si distingue dal mercato per la sua maggior durata…” (Enciclopedia Italiana Treccani). Lo scopo dichiarato è incontrarsi e far muovere, cioè far passare di mano da operatori a collezionisti, talvolta esperti e appassionati, quanto un addetto-ai-lavori, il maggior numero di opere d’arte. Stando ai numeri indicati da Claudio Spadoni, condirettore insieme a Giorgio Verzotti –  in questo Bologna detiene il primato in Italia -, con un investimento da parte dei compratori di circa 30 milioni di euro, sia nel 2014 che nel 2015. Si tratta di una percentuale vicina al 10% del fatturato nazionale delle fiere d’arte. A fronte di un numero di visitatori in crescita, dai  47.000 nel 2014 ai circa 52.000 nel 2015, con 188 gallerie partecipanti. Non ha mancato di visitarla nemmeno Okwui Enwezor, il Direttore artistico  della prossima Biennale Arte di Venezia, oltre, ovviamente, al consueto parterre di collezionisti e vip affezionati. Ma anche l’incoraggiante Ministro dei Beni e delle attività culturali e del turismo Dario Franceschini non ha dubbi enel recarsi ad Artefiera 2015  ha ribadito:

“Investire in cultura è un dovere costituzionale… fa bene anche all’economia…  ogni paese deve investire su ciò che lo rende più forte e competitivo. (…) In questi luoghi ciò si attua in modo concreto.”

Per quanto corrette e veritiere siano cifre e affermazioni di principio, la sensazione è che la tenace resistenza del mercato dell’ arte italiano, schiacciato e ridotto a percentuali da prefisso telefonico rispetto al fatturato mondiale, duri da troppo tempo e che sia ora di fare qualcosa – anche al Governo e al MiBACT – per rendere meno impossibile esercitare in modo imprenditoriale e trasparente queste attività complesse e difficili, ma appassionanti. Altrimenti anche quella importante piazza di scambio che è ArteFiera di Bologna continuerà a vedere un  turnover delle Gallerie invitate, con defezioni che dispiacciono a tutti,  a differenza delle liste d’attesa (crudeli ma iperselettive) che limitano a vita l’accesso alle regine mondiali del settore (es. Art Basel, TEFAF).

Franceschini – l’incoraggiante ministro dell’Art Bonus – dovrebbe essere messo nelle condizioni di capire più dei predecessori l’interazione (inevitabile) tra cultura accademica e museale e cultura collezionistica, tra quel pubblico e quel privato tanto essenziali ambedue alla sopravvivenza della creatività artistica, culturale e dei mestieri collegati, dall’artigiano corniciaio all’Art Advisor, dalla guida-storico-dell’arte all’Archivio o Fondazione d’Artista. E non per normare ciò che già lo è, ma per facilitare  la collaborazione tra gli addetti ai lavori e sviluppare l’indotto che deriva dal loro lavoro.

Diamo ora un occhiata a quali siano stati gli artisti più presenti ad ArteFiera e sul Mercato: a cominciare da da Alberto Burri, cui tra l’ altro è stato dedicato un omaggio con un’opera monumentale dalla omonima Fondazione (Cretto, inizi anni ’80, 650×300 ca) e da Lucio Fontana (meno Concetti spaziali, e molte Terracotte e Ceramiche); per proseguire con: Marina Apollonio, Enrico Castellani e Agostino Bonalumi, Piero Dorazio, Mimmo Paladino, Pino Pinelli, Michelangelo Pistoletto, Manlio Rho, Mimmo Rotella,  Paolo Scheggi, Turi Simeti, Mario Sironi, Joana Vasconcelos. Si sono visti lavori di qualità anche per Alberto Biasi, Marina, Apollonio, Greg Bogin, Dadamaino, Tano Festa, Sylvie Fleury, Giorgio Griffa, Aldo Mondino, Jason Martin, Giuseppe Uncini… Tra le opere più ammirate quelle del vietnamita Nguyen Thai Tuan e di Marina Paris (v. Fotogallery),  un importante Schifano (Il parto numeroso della moglie del collezionista, 1985), una candida installazione di  Li Wei (da Marella), un bel Depero del 1917 (da Montrasio), un Autoritratto di Richard Dupont, un tappeto di Faig Ahmed. Tra gli artisti concentrati sulla creazione di piccoli tesori da collezionismo: Paolo Atchugarry, Claudio Cangiolli con un soave ed onirico trittichetto,  Silvia Camporesi, Bertozzi e Casoni, Ivan De Menis, Gioberto Noro, Roberto Pugliese.

Ampliata è la trasferta delle gallerie dedicate alla Fotografia  (dal MIA FAIR a cura di Fabio Castelli), così come significativa è la presenza di fotografie del grande Gabriele Basilico, e di moltissimi altri, tra cui ci si limita a citare Francesco Jodice, Ugo Mulas, Giuseppe Ripa. Di un certo interesse le Conversations, ospiti nel piccolo auditorium del primo piano, anche se – in diversi casi –  il potenziale di crescita di questi Art-talks avrebbe  ampi margini di sviluppo. Inoltre, mentre scende il numero delle gallerie storiche, cresce quello delle gallerie dell’Europa orientale – 15, da Budapest  a Bratislava – città e paesi che fin dall’epoca delle avanguardie storiche d’inizio Novecento hanno visto prosperare talenti artistici straordinari quanto quelli a noi più familiari. Ma bisogna essere bravi a scoprirli…

A questo proposito SET UP, allestita per la terza volta nell’orribile autostazione di Bologna, riserva comunque parecchie sorprese, tra cui ci sentiamo di segnalare il gigantesco “collage-arazzo” plastificato di Gilberto Giovagnoli, ironico, ridondante e delirante quanto un Trittico delle delizie di Bosch, le belle foto di Nicola Bertellotti, le pregiate tavolette di Jernej Forbici (da www.trecinque.it), i ritratti di Roberta Coni (Co.R.E. Gallery), l’iniziativa culturale di  www.operazionearcevia.com.  Dalla terrificante carcassa di cemento che ospita questa coraggiosa manifestazione collaterale (a cura di di Simona Gavioli e Alice Zannoni) possono “nascere i fior” – come cantava De André -, molti più di quelli che ci limitiamo a ricordare qui: ma bisogna riuscire a coglierli! Meno difficile, ma comunque delicato, scoprire talenti dentro Artefiera, coi 100.000 euro del Fondo Acquisizioni, spesi per 16 opere, tra cui ricordiamo  Nicola Melinelli, Senza titolo, 2015. Per tutti e molto altro si veda lo spazio dedicato nel sito di Artefiera (www.artefiera.bolognafiere.it).

In Too early, Too late la mostra di 60 artisti del Medio Oriente ospite nel piano interrato della Pinacoteca Nazionale  (fino al 12 aprile), si fronteggiano opere, mondi creativi e  tecniche tra le più diverse accomunate solo da una nebulosa condizione geografica e da un contesto socio-politico drammatico e difficile. Da Mona Hatoum a Gabriele Basilico, vi si trovano talenti ed oggetti un po’ straniati, sradicati nella rarefazione del messaggio complessivo. Ma per chi ha potuto ascoltare il curatore Marco Scotini, i 60 tra video, film, documenti, fotografie, installazioni ecc. sono stati un ponte per avvicinarsi ai tanti mondi etnici e culturali di quelle regioni. Tra le opere che più lasciano il segno, oltre alle foto del compianto Basilico (Beirut, 1991), ci sono i Tappeti della Hatoum realizzati in levare e quelli di Ariel Schlesinger, forati da immense bruciature, impronte scavate dal fuoco, mentre giacevano arrotolati.

Ghost House, la mostra di Lawrence Carroll, al MAMBO (fino al 6 aprile), ha il merito di un allestimento  perfettamente  consonante colla coerenza stilistica e poetica del suo operato artistico, tra 1985 e 2014. Pensato da lui stesso. Le sue opere polimateriche sono dipinti tridimensionali lavorati con colore ad  olio, cera, tela su legno, acciaio, ghiaccio e apparecchi refrigeranti. Si sostituiscono ad ogni altra presenza o riferimento spaziale-ambientale. Sono insieme monoliti e intonaci scrostati e dipinti, sculture, oggetti.  Una popolazione di immaginarie presenze patinate come da un’ intima vita millenaria, che scandiscono ritmicamente il percorso negli ambienti sotterranei del museo.

Anche la mostra di Guerzoni, Archeologie senza restauro brilla per un efficace e convinto allestimento dei suoi Intonaci calcinati e frammentati, tra cui si fa notare anche l’ulteriore allusione esplicita al cantiere del trabattello tarlato.

Per chi  lavora nelle istituzioni cittadine, come il direttore artistico del MAMBO, Gianfranco Maraniello:

“Il programma di ART CITY, ovvero la molteplicità di mostre ed eventi cittadini pubblici e privati esterni al Quartiere fieristico, così come le iniziative coordinate da Istituto Bologna Musei (13 Musei Comunali, Pres. Sassoli de’ Bianchi)  rappresentano facce di una stessa medaglia, in cui già si esprime la capacità di condividere progetti e valorizzare la città favorevole fin nell’urbanistica ad agire come un insieme armonico, con  un’ identità comune (portici, distanze relativamente grandi, ecc.). Tenere insieme Musei Universitari, Genus Bononiae, Musei di Stato, Comunali, non è così difficile.  L’arte contemporanea favorisce le incursioni nel tessuto antico, cui Bologna è abituata da tempo.  L’ottica internazionale si concretizza poi ad esempio nella partnership con Seul, che ha chiesto di sviluppare  con noi workshop e una mostra  di 16 loro artisti ispirati da Morandi, per la quale sono attesi 200.000 visitatori e che continuerà in Giappone (2015) e Cina (Pechino, 2016).”

A fronte di questo ottimismo istituzionale, l’osservazione di fondo potrebbe essere che il complessivo funzionamento di questa macchina organizzativa bolognese non deve far dimenticare  – e questo riguarda tutto il paese – i tanti che non possono far parte dei circuiti pubblici e privati già operanti, ad esempio quei cittadini-utenti-contribuenti della cultura che si laureano e specializzano in discipline fondamentali del settore senza trovare lavoro. Il senso di responsabilità verso i meno fortunati deve essere oggi costretto a (ri)emergere, non può essere lasciato alla buona volontà di chi non ha bisogno di cambiare nulla, senza (ri)stagnare. Capita di pensarlo, quando, nell’imperdibile Museo Morandi che resta al MAMBO, ancora lontano dalla sua originaria sede di Palazzo d’Accursio, tra quella pittura di meditazione su mondo, luce, vita, proporzione si trovano inserite solo quattro piccole  opere antiche a  diverso titolo legate al Maestro. Merita ricordare soprattutto un’incisione di Barocci, grande antecedente nella tecnica dell’ acquaforte praticata con risultati altissimi dallo stesso Morandi. Ma il tutto appare semplicemente uno spunto per far salire tutti nelle sale Morandi.

La  bellissima Piazza Maggiore è svuotata delle iniziative tra Arte e Scienza della Fondazione Golinelli che prepara la futura sede, l’Opificio Golinelli,  riqualificando un’ex Fonderia sulla Via Emilia, con un investimento di 10 milioni di Euro, la cui apertura è prevista per ottobre 2015. Alla radice della funzione che l’arte riveste nella formazione e nell’innovazione per questo chimico, già industriale farmaceutico, che includerà nell’Opificio acceleratori per investire sulle idee giovanili, c’è la convinzione che gli artisti siano dei ricercatori, dei  sensori delle nuove vie che l’ umanità potrebbe percorrere (arte come ricerca). Golinelli dice:

“Io il colore lo vedo in modo fisico.”

E pensa che l’Italia sia:

“un paese di scarsa cultura e scarso senso di responsabilità sociale anche tra gli imprenditori.”

La Fondazione del Monte (AD Cultura Maura Pozzati) ha però le idee chiare su cosa fare e come spendere: attenzione al sociale, all’humus locale, ai giovani -studiosi, artisti, restauratori e artigiani- finanziando progetti con budget limitati (30.000 euro a mostra) e facendo esercitare il controllo di qualità a soggetti esterni ed indipendenti.

Tra i molti che si sono incontrati nelle giornate bolognesi c’è anche il  responsabile organizzativo del  Salone del Restauro di Ferrara, Arch.Carlo Amadori, che vuole seguire gli indirizzi dati da Franceschini, dall’Art Bonus al  (r)innovamento del binomio cultura-turismo con il potenziamento del turismo culturale nella penisola, integrandolo alla rimodulazione del rapporto pubblico-privato. La prossima edizione del Salone (www.salonedelrestauro.com) si terrà nei giorni 6-9 maggio 2015, in coincidenza con EXPO 2015.

Divisa tra la Basilica e il Museo Civico Medievale, c’è Giovanni da Modena. Un pittore all’ombra di San Petronio  (a cura di M. Medica e D. Benati, fino al 12 aprile) uno tra i maggiori artisti tardo-gotici (circa 1379-1455), attivo come frescante, pittore su tavola e miniaturista. In Palazzo d’ Accursio c’è invece l’iniziativa dell’Associazione Bologna per le arti (Pres. G. A. Borsari), ovvero la mostra sul  pittore bolognese Giovanni Romagnoli (1893-1976), interessante soprattutto per i sereni e moderni  impasti del colore.

Laura Traversi

Laura Traversi

Laureata e specializzata in storia dell’arte all’Università “La Sapienza” di Roma, ha svolto, tra 1989 e 2010, attività di studio, ricerca e didattica universitaria, come borsista, ricercatore e docente con il sostegno o presso i seguenti istituti, enti di ricerca e università: Accademia di San Luca, Comunità Francese del Belgio, CNR, ENEA, MIUR-Ministero della Ricerca, E.U-Unione Europea, Università Libera di Bruxelles, Università di Napoli-S.O Benincasa, Università degli Studi di Chieti-Università Telematica Leonardo da Vinci. Dal 2010 è CTU-Consulente Tecnico ed Esperto del Tribunale Civile e Penale di Roma. È autrice di articoli divulgativi e/o di approfondimento per vari giornali/ rubriche di settore e docente della 24Ore Business School.

Commenta

clicca qui per inviare un commento