Popolare e capitalista. La mercificazione e la precarietà dell’accezione popolare dell’arte

Mao - serigrafia su carta Beckett - High White 1972
Mao, Andy Warhol, 1972

La lezione di Walter Benjamin, nel suo classico L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, l’abbiamo ormai capita: da quando abbiamo la possibilità di riprodurre infinitamente le opere d’arte – e di creare un’arte della riproduzione, come la fotografia – allora l’arte diventa anche una questione politica, perché si può indirizzare alle masse. E dove ci sono masse c’è politica.

L’ingresso del capitalismo nell’arte è dunque facilmente comprensibile: da quando esiste un pubblico molto numeroso raggiungibile tramite le riproduzioni, esiste un mercato dell’arte accessibile a chi di quelle riproduzioni vuole vedere l’originale, o anche possederlo come un qualunque altro bene. In più, l’estetica delle opere d’arte, le loro capacità espressive, possono essere usate per veicolare messaggi a un vasto pubblico attratto proprio da quell’estetica ora a portata di mano e di occhi. Non a caso le prime pubblicità erano commissionate a qualificati artisti figurativi e della grafica; e non a caso questo stesso modo di esistere dell’opera d’arte è stato poi tematizzato da un importantissimo – e quotatissimo – movimento artistico: la Pop Art.

Il resto della storia è noto: attualmente esiste un florido mercato dell’arte, fatto di investitori e speculatori, quotazioni, aste, falsi e truffe: tutto il corredo del mondo capitalista normalmente esercitato su beni mobili e immobili è anche attrezzato per trattare le opere d’arte come una merce. Quindi, detto di sfuggita ma non perché secondario, il mercato dell’arte può essere benissimo animato da incompetenti di arte, in quanto del tutto assimilabile a un mercato di qualsiasi altra merce.

Il termine arte popolare ha una storia conosciuta: nato nel Romanticismo per opporsi all’arte dell’idealismo, colto da Antonio Gramsci nel folclore, il concetto di arte popolare ha indicato storicamente un artigianato locale e dall’espressività immediata e non complessa da opporre a un’arte più elitaria fatta da opere universalmente condivisibili ma di complessa di lettura e codifica da parte della maggior parte del pubblico.

In senso opposto e contrario a capitalista, popolare è quindi ora – forse – ciò che si oppone o a quel modo di concepire l’arte o a quel modo di trattarla. Tutta l’arte considerata locale, come detto, che non ha mercato in quanto poco redditizia; oppure quella sgradevolmente provocatoria e oscena, che non ha mercato perché ne è scarsa a vario titolo la domanda; oppure ancora quella basata su eventi irriproducibili come happenings o simili (graffitismo), di per sé quindi non fruibile né trasportabile per un vasto pubblico.

Il “forse” del paragrafo precedente è dovuto alla precarietà dell’accezione popolare dell’arte. Essa infatti ha poco da opporre a una mercificazione che segna sempre più clamorosi successi rispetto alla tenace difesa di ciò che è essenzialmente artistico ma non commerciabile.

Lorenzo Gasparrini

Lorenzo Gasparrini

Lorenzo Gasparrini Dottore di ricerca in Estetica, dopo anni di attività universitaria a Roma, Ascoli, Narni in filosofia, scienze della formazione, informatica, ora è editor per un editore scientifico internazionale. Attivista antisessista, blogger compulsivo, ciclista assiduo, interessato a tutti gli usi e costumi del linguaggio.

Commenta

clicca qui per inviare un commento