Bernhard Leitner. Come scolpire lo spazio con il suono.

In principio era il verbo, prima di qualsiasi altra cosa, forse precedente a qualsiasi altra cosa; il verbo nella forma di un suono, una vibrazione che si sposta attraverso il tramite di un conduttore, aria o acqua, per esempio, e crea forme, le quali, lo studio delle quali è al centro del lavoro di Bernhard Leitner.

Materia quindi, il suono lo è, ma anche materiali che lo assorbono, rilasciano, conducono o semplicemente lasciano filtrare. Bernhard Leitner ha, per prima cosa, osservato come poter conoscere e sperimentare uno spazio da un punto di vista acustico ed, in un secondo tempo, come poterlo, quello spazio, far conoscere al pubblico. L’installazione che colpisce di più per semplicità e risoluzione è: un ombrello, non ha neanche bisogno di essere tenuto, lo fa da se, dobbiamo soltanto ripararci dalla pioggia o meglio da gocce di suono della pioggia. È stata ospitata, la retrospettiva su Bernhard Leitner, nella grande sala espositiva al piano terreno del Museo regionale della Bassa Austria e dà una lineare ed esaustiva immagine della carriere di questo pioniere nell’uso del suono come materia plasmabile. Chi di noi da bambino od anche da adulto non si è mai fermato ad ascoltare il suono battente della pioggia, delle sue gocce, avendone timore forse o semplicemente rimanendone ipnotizzato? Ecco, Leitner ne ha preso il suono, l’ha separato per un momento dalla materia originale ma soprattutto l’ha disposto nello spazio con una grande precisione ed un profondo spettro di varietà tonale così come le gocce lo sono. Senza rimuovere in nessun modo il bagaglio evocativo del caso. Gli elementi portanti del suo lavoro son una caratteristica indelebile: separare il suono dal resto mettendolo su una sorta di piedistallo e disporlo con grande precisione staticamente o in movimento nello spazio.

“Una delle esperienze più importanti che ho fatto per il mio lavoro fu nel 1987 per l’opera Le Cylindre Sonore nel parco parigino de La Villette, dove realizzai che l’aria, l’umidità, il caldo, il freddo, la temperatura esterna e quella nostra corporea sono fondamentali nella percezione del suono in uno spazio aperto.”

In realtà il suo lavoro comincia soltanto con un tono, continuando poi nell’osservazione prima e messa in opera successivamente delle superfici dove lasciarlo scorrere, delle condizioni climatiche attraverso cui lo si percepisca nonché in quale luogo, se all’aperto o al chiuso, durante quale stagione; son soltanto alcune delle domande che si pone, che vengono lavorate, raffinate e portate fino al momento della sua messa in scena.

Prima che il lavoro di Bernhard Leitner prendesse la forma che prese, il suono non era stato ancora inserito in un’architettura come elemento costitutivo di quell’architettura stessa sebbene ne fosse stato spesso ospite.

Bernhard Leitner nasce a Feldkirch nel Voralberg vicino al confine con il Liechtenstein, cresce ad Innsbruck dove non potendo studiare architettura, perché non presente allora all’Università, si iscriverà alla Technische Hochschule di Vienna, il corso lo accompagnerà attraverso materie come modellismo architettonico e pianificazione urbana, si andrà formando lentamente un rapporto ed interesse per lo spazio parallelamente all’avvicinamento, tra la fine degli anni ’50 e l’inizio dei ’60, verso la scena dell’avanguardia musicale ed artistica a Vienna prima e Parigi poi dove vivrà tra il ’63 ed il ’66. In quegli anni ma soprattutto a New York dalla fine dei ’60 Leitner visiterà molte mostre e performances sviluppando una passione per il suono affiancato all’architettura dei luoghi, sia attraverso un suo uso canonico di “accompagnamento” sia osservando ad ampio spettro i progressi delle avanguardie.

Nella città francese lavora all’Atelier dell’Urbanistica ed Architettura avvicinandosi alla sperimentazione architettonica così come quella musicale ma più di tutto viene affascinato dal movimento possibile o pianificabile di un suono nello spazio, come possa essere guidato, trasmesso, isolato o sovrapposto. Nella sua ricerca e nel lavoro, successivamente, il suono viene prima dello spazio e si diffonderà in esso attraverso i materiali che lo trasmetteranno, resta soltanto da chiedersi come e quando. I tempi non erano così maturi, dal punto di vista della attrezzatura necessaria, né del vocabolario adatto, per questo in “Tonraumuntersuchungen”, Ricerca del suono nello spazio del 1969 comincia una lunga speculazione prima teorica e poi pratica sul movimento: il percorso del suono in un determinato luogo dato, le sue geometrie nonché le variazioni tonali in accordo con superfici e materiali. Il movimento, una semplice camminata diventa un mezzo attraverso il quale usufruire dell’opera, la cui completezza non è possibile cogliere ma soltanto i dettagli nella loro assolutezza.

In quegli anni si assiste sempre più all’incontro tra esponenti della giovane musica elettronica e compositori dell’avanguardia più colta per dare ai luoghi ed ai toni nuove frontiere da esplorare.

“Erano anni in cui ci si chiedeva, mi chiedevo, cosa potesse fare un singolo tono che venisse posizionato in un ben preciso punto spaziale e come venisse percepito, poi che effetto avesse poterlo muovere, il suono, il tono vibra, percorre una superficie, decidere quale direzione dare al suono, per questo passai quegli anni tra il ’68-’69 fino al ’75 a fare soprattutto schizzi ad immaginare come sarebbe potuto essere muovere quei toni nello spazio…”

Il volume, il livello sonoro come l’intensità luminosa, era nel 1968 uno dei concetti che interessavano l’artista, come dare al suono una nuova identità che creasse delle nuove relazioni, legami per socializzare con nuovi “medium”. “Sebbene avessi utilizzato in alcuni casi note prese da composizioni vere e proprie, passai presto a singoli toni per poter costruire queste architetture sonore, a scolpire lo spazio con i toni.”  Bisogna immaginarselo come il momento in cui si cerca di definire un luogo all’interno di uno spazio, non con elementi architettonici materiali e visibili ma con altrettanto concreti e percepibili onde sonore.

“Veniva anche a mancare un vocabolario necessario, ciò era affascinante, poter usare espressioni del tutto nuove per definire esperienze dei nostri sensi totalmente nuove.”

Nell’Ottobre del 1968 Leitner si sposta da Vienna a New York, di quel periodo son i suoi primi pensieri, intuizioni di come l’architettura debba cominciare a riferirsi al suono in quanto elemento formativo di uno spazio a se stante. Quello che l’artista costruisce è un luogo interno ad un’architettura, non visibile con gli occhi ma generato con i suoni comunque percepiti da tutti i sensi non solo dall’udito.

“Come viene cambiata la percezione dello spazio attraverso l’influsso di alterazioni sonore?”  Proprio attraverso queste manipolazioni o intervenzioni cercherà di attivare nell’osservatore, fruitore, un’esperienza, una sensazione, una reazione. Quando si parla di lui come di un artista del suono storce un po’ la bocca dicendo di considerarsi: “un’artista dello spazio dove un tono od un suono sia solo la materia da me usata per costruirlo”. Un altro elemento che si rivela di grande importanza per avvicinarsi al lavoro di Bernhard Leitner è il suo modo di osservare quale effetto abbiano le sue creazioni sul pubblico come una sorte di specchio che rimandi la nitidezza dei confini determinati dalle opere.

L’artista si ripropone di costruire in uno spazio la presenza millimetrica di ogni singolo tono in un punto ben preciso ed utilizzare tutti quei punti come fili per tessere una tela la quale si presenta a sua volta come uno spazio nello spazio. Gli elementi architettonici usati, una sdraio per esempio, come in Ton-Liege ( Deck chair) del 1974 servono soltanto come supporto necessario a disporre il suono nello spazio oppure lungo il corpo come in Ton-Anzug ( Sound Suit) del 1975, in tutti e due i casi i toni vengono disposti a contatto con il corpo per poter rendersi ascoltabili o percepibili dalle singole parti o organi. Le pareti di un luogo così come quelle di un corpo sono per Bernhard Leitner degli orizzonti dove intersecare percorsi di suoni che possono venir alterati dalla temperatura o dalla materia della superficie sia questa morbida o rigida, sottile o spessa, così come dalla presenza o assenza di umidità in un dialogo tra chi parla e chi ascolta.

Un suono proiettato in uno spazio per prima cosa non deve riprodurre una melodia altrimenti la nostra mente si mette subito all’opera su essa e si scollega da quello che era il mio lavoro, la mia ricerca ovvero abitare lo spazio con i suoni.” 

Incontrare Bernhard Leitner è molto piacevole perché dedica una grande attenzione ai concetti, ai termini ma per lo stesso motivo è anche molto esigente, un po’ come le sue installazioni, bisogna lasciarsi andare ma anche essere attenti, presenti, non distrarsi ma scivolare lungo le autostrade, strade, vicoli, curve sonore, in poche parole sembrare di essere li per caso ma con tutti i sensi ben allerta.

“I toni nelle mie opere vanno visti come fossero elementi basilari per la costruzione di un luogo, a questo va aggiunto che vedere, immaginare l’uso di un singolo tono è per me un atto estremo di libertà all’interno di un processo artistico.” 

Per finire passo attraverso le due grandi lastre pesanti di metallo del Silenzio pulsante (2007) sospese dal suolo e distanti forse un metro tra loro, dove dal retro subiscono l’impatto leggero di due piccoli amplificatori che ne trasmettono le vibrazioni al metallo, il mio corpo nel suo cammino attraverso diventa parte di un sottile equilibrio tra masse di diverso peso e consistenza.

Zeit Kunst,  Bassa Austria

  • Landesmuseum
  • St. Pölten, Austria
  • 5 Marzo – 31 Luglio 2016
Dario Lombardi

Dario Lombardi

Dario Lombardi nasce a Roma, si diploma all’Istituto Superiore di Fotografia. Vive e lavora a Vienna come freelance. Ha affrontato diversi generi nella sua professione, dalla fotografia di scena, teatro e danza, passando per la moda ed arrivando al ritratto. Si confronta negli ultimi lavori con la tematica dell’essere umano ed il suo rapporto con il contesto in cui vive. Nel 2008 espone “Hinsichtlich”, reportage sulla donna che veste il velo come scelta religiosa e come confine tra la sfera privata e pubblica. Nel 2009 pubblica insieme con Gianluca Amadei una serie di interviste e ritratti sulla scena professionale ed artistica dei designers in Polonia, dal titolo “Discovering Women in Polish Design”. Attualmente si occupa della mostra-installazione “Timensions” per il Singapore Art Museum 2012, una ricerca sul rapporto tra l’uomo e lo spazio/tempo.

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