Snowden, il nuovo film di Oliver Stone. La storia di Edward che ci riguarda tutti

Snowden, il nuovo film di Oliver Stone uscito da poco nelle sale italiane e presentato durante la Festa del Cinema di Roma nel mese di ottobre, racconta la vera storia di Edward Snowden. Un ragazzo che all’apparenza potrebbe sembrare una persona qualunque, un ragazzo dai lineamenti gentili, con gli occhiali e una grande passione per l’informatica. Ma la sua intelligenza e le sue abilità sono tutt’altro che comuni. Grazie a queste Snowden, che non ha mai finito il college, nel 2005 viene assunto come specialista nel centro gestito dall’NSA e, dopo un vero e proprio addestramento, nel 2007 inizia a lavorare per la CIA.

Nel 2007 viene mandato a Ginevra per la sua prima missione: è qui che inizia a toccare con mano la realtà del mondo dello spionaggio dove spesso le regole, specie quelle morali, vengono infrante. La giovane recluta però sopporta per amore di ciò che fa, ma soprattutto per l’appagante sensazione di essere effettivamente d’aiuto al suo paese. Dunque nel 2009 mette a disposizione il suo talento informatico per l’NSA. È qui che inizia la metamorfosi di Snowden, che quattro anni dopo arriva ad abbandonare il posto di lavoro alle Hawaii per rifugiarsi ad Hong Kong.

Nel giugno 2013 infatti il giovane contatta Glenn Greenwald ed Ewen MacAskill del The Guardian, e la regista Laura Poitras, e decide di condividere alcuni inquietanti dettagli sui servizi segreti americani con la stampa. Rivela come l’opera di sorveglianza informatica esercitata dalle agenzie di sicurezza per le quali ha lavorato non si limitasse a soggetti ritenuti sospetti, pericolosi o in qualche modo riconducibili all’ambiente terroristico, ma coinvolgesse anche i civili. L’informatico svela l’esistenza di software come PRISM che consentono alla NSA di avere facilmente accesso al traffico internet personale di chiunque, tracciando ogni forma di comunicazione digitale. Attraverso numerosi flashback Stone ricostruisce l’intera la vicenda, conosciuta sui media come “datagate”, in un’atmosfera frenetica e inquietante che richiama in diversi aspetti quella di 1984 di Orwell.

Lo stesso movimento della macchina con le numerose panoramiche suggerisce proprio un occhio indiscreto che sbircia di continuo nelle vite altrui, tenendo sempre tutto sotto controllo, proprio come quello del Big Brother. Snowden, una sorta di novello Winston Smith, sebbene appassionato al proprio lavoro e profondamente legato al suo paese, si ritrova a fare i conti con una morale che arriva a prevalere su tutto. Da qui la decisione di rivolgersi alla stampa affinché racconti cosa accade ai cittadini di tutto il mondo, ignari di essere costantemente spiati. “Non si trattava più di tenere sotto controllo il terrorismo, ma di potere” spiega. E alla stampa chiede solo di limitarsi a riportare i fatti alle persone. Dovranno essere loro poi a rifletterci su, a domandarsi se siano disposti a sacrificare la loro libertà individuale e la loro privacy per permettere ai governi di proteggerli.

Stone quindi non aggiunge nulla dal punto di vista dell’informazione. Quello che gli interessa è tracciare un ritratto fedele di Edward Snowden (nel film interpretato in modo convincente da Joseph Gordon-Levitt). Ecco perché ci mostra in modo completo la sua metamorfosi, partendo dallo Snowden che viveva il suo forte attaccamento all’America in modo anche piuttosto conservatore, al punto da non riuscire nemmeno a muovere critiche alle istituzioni, fino ad approdare allo Snowden che, servendo con passione il suo paese dall’interno – non avendolo potuto fare fisicamente nell’esercito a causa di un infortunio alle gambe – dove però entra a contatto con una realtà che non gli piace. E allora non è più così sicuro. Inizia a vacillare. Ma ciò che mette in discussione non è la fiducia nei confronti del proprio paese, ma quella nei confronti delle istituzioni. Ed è proprio in nome di quel patriottismo che sceglie di ribellarsi: non con lo scopo di distruggere la grande America, ma di proteggerla. In che modo? Informandola.

La storia, specie per chi l’ha seguito sui media, è cosa nota. Dunque guardando un film di cui si conosce già il finale, l’unica sorpresa sta nel cercare di capire come il regista dipingerà Snowden, se risulterà un eroe o un traditore, come lo definisce il governo americano. Emerge da subito e con chiarezza che invece il regista non è dello stesso avviso: Snowden, secondo Stone, è un eroe dei nostri tempi. E se questo può essere condivisibile o meno, è inopinabile il fatto che la sua scelta sia stata coraggiosa, mostrandoci la misura nella quale i nostri diritti vengano violati proprio da chi di mestiere dovrebbe tutelarli. Alla fine del film ci si ritrova inevitabilmente a riflettere sul labile confine che, in un’era iper digitalizzata come la nostra, tra sicurezza nazionale – e il dovere dei governi di proteggerla e mantenerla a qualsiasi costo – e la privacy dei popoli.
Probabilmente anche questo voleva essere l’intento di Stone, come dimostra l’intervento finale in uno show televisivo di Snowden, il vero Edward Snowden, che si rivolge al pubblico attraverso uno schermo, in collegamento da Mosca dove ha trovato rifugio e dove tuttora vive. Il giovane non si pente delle sue azioni, nonostante abbia rinunciato ad una vita di agi, di ricchezza e di stabilità; Dice:

“Penso che la libertà più grande che ho è non dovermi più preoccupare di quello che accadrà domani perché sono contento di quello che ho fatto oggi”.

La vera forza del film sta senza dubbio nel valore del tema. Andando a toccare un nervo ormai scoperto, Stone riesce a portare all’attenzione mondiale un caso che non tutti conoscevano, una storia che merita d’essere raccontata e ugualmente merita di essere nota perché in qualche modo ci riguarda tutti.

Giulia Mirimich

Giulia Mirimich

Nata e cresciuta a Roma dove si è laureata in Lettere alla Sapienza per poi specializzarsi in Editoria e Scrittura con una tesi sul giornalismo corsaro di Pier Paolo Pasolini. Appassionata di letteratura e giornalismo, di cinema e moda, sogna di scrivere per vivere. Per ora si accontenta di vivere per scrivere.

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