Amazzonia. L’urlo del pianeta che chiede rispetto

Nel suo Cantico delle creature, Francesco d’Assisi loda il Signore per la terra, l’aria, l’acqua, il sole e le stelle chiamandole sorelle e fratelli. Oggi quei fratelli e quelle sorelle, però, non siamo più in grado di lodarli e ancora meno di rispettarli.

«Laudato non sei, mio Signore, per come rispettiamo questa madre terra che continua a sostenerci ma dimentichiamo che ci governa, ma, mio Signore non ancora tutto è perso».

No, non tutto è perso ma bisogna agire per quaranta milioni di ragioni e nessuna scusa per non farlo.
È uno schiaffo forte, diretto quello che Enrico Maria Falconi mette in scena – in veste di autore, regista e di attore insieme alla compagnia Blue In The Face – con Amazzonia, al Teatro Cyrano di Roma.

Uno spettacolo, giunto alla ventesima replica, da cui è difficile – a tratti impossibile – uscire “immuni”.
Già all’ingresso in sala si viene rapiti da indios che saltano tra le poltrone e si avvicinano curiosi agli spettatori, toccandoli e odorandoli affascinati dai misteriosi oggetti della modernità.

Tra stupore e curiosità, quasi in un affidarsi catartico, il pubblico viene trascinato in un lungo viaggio nell’ambiente che soffre a causa di scelte scellerate dell’essere umano che, dimentico di quella spontanea meraviglia e umiltà di fronte ai misteri della natura, mira solo al profitto e all’interesse economico.

È un viaggio senza confini, né di tempo né di luoghi.

Si parte da un’antica favola brasiliana, arrivando in un terra d’Amazzonia con un grande albero che capeggia al centro della scena e ne diventa quasi coprotagonista, passando per l’enciclica Laudato si di Papa Francesco e le parole di Enrico Berlinguer su una politica di sviluppo più consapevole e attenta.

Musiche, racconti e danze che raccontano l’innocenza di un luogo per noi così lontano da diventare quasi irreale. Tanto irreale da aver bisogno di inquinarlo. Ecco quindi l’arrivo degli europei, le colonizzazioni e le devastazioni, in nome dei falsi miti del progresso e del capitale. Ma il viaggio non si ferma, da un sud all’altro del mondo in un dialogo senza fine con quei nord, geografici e ideologici.

Uno spettacolo denuncia, che con trenta attori in scena, dà voce a quel grido silenzioso e disperato che il pianeta ogni giorno ci rivolge. L’arte scenica, fatta di narrazione, recitazione, canto e danza, come forma di sublimazione perché, come affermato dai protagonisti, conoscere, rispettare e salvaguardare l’ambiente è la forma di arte più alta che esista. Una rivendicazione e un invito alla consapevolezza e all’agire in nome dei diritti sociali e del rispetto, da quello per la salvaguardia e la tutela dell’ambiente a quello per l’essere umano e la sua dignità.

Eccoci, quindi, in casa nostra. Amazzonia, periferia di Italia. Perché, appunto, nessun luogo è lontano.

Criminalità, sfruttamento della terra, dell’uomo e dei popoli, inquinamento causa di morte in quella che ricorda da vicino la nostra terra dei fuochi si raccontano senza filtri nella voce angelica e disperata di un canto che ora è preghiera d supplica e ora di lode:

«Laudato sei, mio Signore, in quelli che portano la pace senza pensare in nome di chi ma facendo in nome di chi soffre. Laudato sei, mio Signore, negli occhi della moltitudine di genti che vorrebbe opporsi alle oligarchie dei pochi ma non ha mezzi sufficienti. Gente che, senza la stupidità dei pochi governanti di economie, sarebbe pronta ad abbracciarsi, giuro. Laudato sei, mio Signore, ogni volta che un uomo muore senza essere complice del male».

È il pianeta e la vita stessa che parlano chiedendo a tutti, nessuno escluso, di vivere in maniera piena e consapevole per non rischiare di dimenticare di vivere pur essendo in vita.

A ciascuno, non ultimo il pubblico in sala, il compito di aprire gli occhi e assumersi, anche nei gesti quotidiani, la responsabilità di un pianeta che soffre.

Ai cittadini così come ai governi che, come denunciato in un’ironica e pungente imitazione, troppo spesso si nascondono dietro parole e discorsi gonfi di una vuota retorica del nulla in nome di Pil, bilanci, profitti e capitale.

Valentina Ersilia Matrascìa

Valentina Ersilia Matrascìa

Classe 1987, romana di nascita e siciliana d'origine. Comunicatrice e addetta stampa free lance. Dopo gli studi classici si laurea in Lingue e comunicazione internazionale (curriculum Operatori della comunicazione interculturale) e in seguito, presso l'università “La Sapienza” di Roma, si specializza in giornalismo laureandosi con una tesi d'inchiesta sul giornalismo in terra di camorra. Ufficio stampa e social media manager per festival, eventi ed associazioni in particolare in ambito culturale e teatrale oltre che per Europride 2011, Trame - Festival dei libri sulle mafie e per l'agenzia di stampa Omniroma. Collabora con diverse testate occupandosi in particolare di tematiche sociali, culturali e politiche (dalle tematiche di genere all'antimafia sociale passando per l'immigrazione, il mondo Lgbtqi e quello dei diritti civili). Da sempre appassionata di (inter)culture, musica, web, lingue, linguaggi e parole.

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