«Dio avrà pure creato il mondo ma non l’ha fatto a misura di tutti». È un non-posto il mondo in cui trascorrono le loro vite i protagonisti de L’albergo dei poveri, spettacolo di Massimo Popolizio, con la riduzione teatrale Emanuele Trevi, in scena – in prima nazionale, al Teatro Argentina fino al 3 marzo. La piéce, tratta dall’opera I bassifondi di Maksim Gor’kij, venne rappresentata per la prima volta a Mosca nel 1902 con la regia di Kostantin Stanislavski e successivamente, con il titolo L’albergo dei poveri da Giorgio Strehler nel maggio 1947 inaugurando il Piccolo Teatro di Milano e, al cinema, tra gli altri, da Resnais e Kurosawa.

Il nutrito cast – che, oltre a Popolizio, annovera Giovanni Battaglia (Barone), Gabriele Brunelli (Aleska), Luca Carbone (Attore), Martin Chishimba (Principe), Giampiero Cicciò (Bubnov), Carolina Ellero (Nastja), Raffaele Esposito (Pepel), Diamara Ferrero (Natasa), Francesco Giordano (Kostylëv), Marco Mavaracchio (Medvedev), Michele Nani (Klesc), Aldo Ottobrino (Satin), Silvia Pietta (Kvasnja), Sandra Toffolatti (Vasilisa), Zoe Zolferino (Anna) – si muove all’interno del grande stanzone fatto di brande, materassi, panche e sedie come quadri che improvvisamente si animano portando alla ribalta ora uno e ora l’altro personaggio, permettendo al pubblico di conoscerne la vicenda umana e la personalità.
Il sapiente uso delle luci, curate da Luigi Biondi, in più momenti allude chiaramente alla potenza estetica e allo stesso tempo anche spirituale dei dipinti caravaggeschi. Sedici personaggi, sedici tipologie umane che potrebbero trovare posto nel mondo “di sopra” ma che vediamo agire in quello “di sotto”.
È il luogo – l’unico presente in scena dall’inizio alla fine – ad essere, però, il vero protagonista di uno spettacolo corale in cui ogni personaggio ha una sua vicenda personale e una sua identità ma la trama è fatta dell’intreccio di tutte le individualità. È nell’albergo che abitano gli ‘ultimi’, i dimenticati, i vessati dalla vita: dal ladro alla prostituta, passando per il migrante, l’attore fallito, il fabbro disoccupato, il nobile decaduto e il pellicciaio caduto in disgrazia dopo il tradimento della moglie e del suo commesso.

È un purgatorio in terra, un “mondo di sotto” (più volte, infatti, ricorre la formula “qua sotto”), ben nascosto agli occhi di chi abita quello di sopra se non per i prepotenti e ingordi Kostylëv, proprietario dell’immobile, sua moglie Vasilisa e la giovane sorella di lei, Natasa. Non così lontani e diversi dagli abitanti dell’albergo e dalle loro solitudini che affrontano con l’unica arma a loro disposizione per non soccombere alla disperazione e all’inerzia della sconfitta: l’alcool.
«L’albergo dei poveri è un microcosmo che è sotto il mondo dove succedono enfatizzate cose che succedono nel mondo di sopra», spiega il regista in un’intervista rilasciata a Rai5. «È anche detto ‘i bassifondi’ – aggiunge – perché è un posto ‘sotto’ dove amore, invidia, sesso, violenza, simpatia, entusiasmo, speranza, utopia vengono macinati dagli attori che sono in questo sotto mondo».
Siamo di fronte ad un grande dramma «che – si legge nelle note di regia – si potrebbe definire shakespeariano nel suo sapiente dosaggio di pathos, denuncia sociale, amara comicità, riflessione filosofica e morale sul destino umano» di cui l’adattamento di Emanuele Trevi riesce a mantenere intatta e centrale la disperata lucidità.

A rompere gli equilibri ormai consolidati – fatti di battibecchi, scontri e riappacificazioni – di questa bizzarra comunità arriva uno strano personaggio, Luka, interpretato da Massimo Popolizio: «per grazia di Dio sono uomo e cristiano, per condotta grande peccatore, per vocazione pellegrino della specie più misera, errante di luogo in luogo».
Con la sua (millantata) saggezza, il pellegrino si relaziona con gli altri personaggi e li induce a mettersi in discussione. Ascolta e consiglia senza giudicare o imporsi. Un “guru” che abbraccia, dà sollievo – anche in punto di morte come nel caso della giovane Anna – per poi, una volta assolto il proprio compito sparire nel nulla lasciando il dubbio che si trattasse di una presenza soprannaturale.
Dentro questo «organismo avvelenato», gli ospiti dell’albergo vivono – o meglio, sopravvivono – trovandosi a raccontarsi, ad “urlare” senza essere ascoltati le proprie disgrazie passate e future, a trovare parole sempre nuove e bizzarre per l’urgenza di non perdere almeno l’identità e il racconto di sé, vero o inventato che sia.
C’è l’urgenza di conservare almeno «onore e coscienza» (che però sono «un lusso da ricchi»), di rivendicare – a se stessi prima ancora che che agli altri – il proprio essere umani e non animali.
«Ma questi qui non sono ‘uomini’, un mucchio di straccioni pezzenti ladri sono. I miei poveretti, i miei perduti», ripete il padrone dell’alloggio. «Sai che cos’è l’uomo? Io non lo sono, non lo sei tu, non lo sono loro, non lo è il pellegrino ma io, tu, loro, il pellegrino, Napoleone, Maometto, tutti insieme lo siamo. Uomo, uomo, uomo, uomo. È una cosa magnifica l’uomo!», gli fa da contraltare Satin in un accorato monologo contrapponendo poi l’essere umano ai maiali.

L’albergo, un grande vascello che ospita un sottomondo popolato da un miscuglio di disperati depositari di una grande umanità, è il loro ultimo rifugio dall’inclemenza del mondo esterno da cui si sentono ingiustamente respinti e maltrattati («Ognuno paga quello che fa, alcuni paghino più di quanto dovrebbero. Mi piacerebbe sapere chi tiene il libro dei conti»).
Nello spazio angusto, malsano e sporco dello stanzone trovano posto grandi sentimenti e domande sul senso della vita – è meglio immaginare una vita che viverla? È davvero necessario conoscere cos’è la verità o si vive meglio ignorandola? – a cui, però, né lo spettacolo né gli attori hanno la pretesa di dare una risposta.
In questa “fotografia dell’inferno del mondo” non c’è posto né per la condanna né per l’assoluzione e il sipario, tra gli applausi scroscianti, si chiude sulle note di Mio fratello che guardi il mondo di Ivano Fossati a ricordarci come certi temi continuano ad essere universali e senza tempo perché «il nostro non è il mondo del 1902 e nemmeno quello del 1947: è mutato anche il concetto stesso di povertà ma l’energia drammatica, la forza visionaria, la disperata lucidità dei personaggi di Gor’kij è ancora intatta».

Classe 1987. Romana di nascita, siciliana d’origine e napoletana d’adozione. Giornalista professionista, comunicatrice e redattrice freelance. Da sempre appassionata di (inter)culture, musica, web, lingue, linguaggi e parole. Dopo gli studi classici si laurea in Lingue e comunicazione internazionale e in seguito, presso l’università “La Sapienza” di Roma, si specializza in giornalismo laureandosi con una tesi d’inchiesta sul giornalismo in terra di camorra. Ha poi conseguito un master in Giornalismo (biennio 2017 – 2019) presso l’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli. Giornalista per caso e per passione, ufficio stampa e social media manager per festival, eventi ed associazioni in particolare in ambito culturale e teatrale oltre che per Europride 2011, Trame – Festival dei libri sulle mafie e per Save the Children Italia (2022). Collabora con diverse testate occupandosi in particolare di tematiche sociali, culturali e politiche (dalle tematiche di genere all’antimafia sociale passando per l’immigrazione, il mondo Lgbtqia+ e quello dei diritti civili). Vincitrice della borsa di studio del premio “Giancarlo Siani” per l’anno 2019.
Fotografa, spesso e (molto) volentieri.
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