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Un’ultima cosa. Sette protagoniste della propria vita si raccontano nell’ultimo saluto.

Sette donne, due fisicamente in scena e cinque evocate, una alla volta, dalle parole recitate e cantate rispettivamente da Concita De Gregorio e Erica Mou. Al centro di Cinque invettive, sette donne e un funerale, in scena – per la regia di Teresa Ludovico – alla Sala Umberto di Roma, c’è proprio la volontà di dare voce per dire “un’ultima cosa” a donne illustri, arrivate troppo presto rispetto ai tempi, alle convenzioni, alla società: Dora Maar, Amelia Rosselli, Carol Rama, Vivian Maier e Lisetta Carmi.

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immagine per UN’ULTIMA COSA Cinque invettive, sette donne e un funerale

L’occasione è quella dell’estremo saluto. A ciascuna di loro, infatti, come nell’omonimo libro – e il successivo podcast – da cui la messa in scena trae spunto, Concita De Gregorio dedica un’orazione funebre immaginando che siano loro stesse a parlare in occasione del proprio funerale, l’ultima occasione per dire la propria senza timore di smentita né diritto di replica.

Prendono la parola su di sé, parlano di se stesse e lo fanno nel momento in cui ci sono tutti lì ad ascoltare, quello del congedo.  Quale occasione migliore del proprio funerale, che in tanti Paesi del mondo è una festa in cui si radunano tutte le persone della vita (amici, nemici, amori e amanti)  per dire quell’ “ultima cosa”, quella che resta da dire prima di andare per affermare chi sei e chi sei stata e non lasciare che qualcuno lo faccia per te?

Lo fa cucendo armonicamente parole e discorsi realmente fatti in vita dalle protagoniste,  personalità geniali, fragili, ma anche passionali, determinate e rivoluzionarie, muse per gli uomini, ma considerate folli.

A fare da controcanto alle donne che si congedano dalla vita e allo stesso tempo rientrano nella vita, in un eterno congedo e ritorno, e ai loro racconti, sono le ninne nanne e i canti magistralmente interpretati dal vivo dalla cantautrice Erica Mou.

Parole recitate e parole cantate si mescolano, nello spazio scenico fatto di geometrie e quadri luminosi e curato da Vincent Lounguemare, e danno corpo e voce alla narrazione.

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UN’ULTIMA COSA Cinque invettive, sette donne e un funerale

Parlano di sé le protagoniste, prendendo e pretendendo, finalmente nel momento estremo della propria vita, la propria voce dopo essere state per una intera vita considerate in relazione a qualcuno, solitamente un uomo: la musa di Picasso, nel caso di Dora Maar e la figlia di Carlo Rosselli nel caso di Amelia Rosselli.

Il femminile, con la sua potenza e la sua luce, si riprende la sua voce per dire quell’ultima definitiva e solenne parola dopo esser stato per lungo tempo oscurato e emarginato. Perché le loro storie sono archetipo di mille altre storie di donne, destinate ad essere “strade maestre” ma troppo spesso condannate a restare “vicoli ciechi”.

«Mi sono appassionata alle parole e alle opere di alcune figure luminose del Novecento. Donne spesso rimaste in ombra o all’ombra di qualcuno. Ho studiato il loro lessico sino a “sentire” la loro voce, quasi che le avessi di fronte e potessi parlare con loro.

Ho avuto infine desiderio di rendere loro giustizia. Attraverso la scrittura, naturalmente, non conosco altro modo», spiega nelle note De Gregorio.

Il desiderio di parlare di sé, di dare la propria versione dei fatti prende corpo attraverso «invettive, perché le parole e le intenzioni sono veementi e risarcitorie. Ho usato per comporre i testi soltanto le loro parole – parole che hanno effettivamente pronunciato o scritto in vita – e in qualche raro caso parole che altri, chi le ha amate o odiate, hanno scritto di loro».

Lo spunto per l’autrice/attrice è una insolita – e disattesa – richiesta del padre: scrivere la sua orazione funebre, mentre è ancora in vita perché possa sentirla e esserci “da vivo” («mi dispiace non essere al mio funerale»)  perché «sono così scialbi i discorsi d’occasione dei parenti».

Se non è riuscita ad adempiere la volontà di suo padre, riuscirà a farlo con Lisetta Carmi. È la fotografa genovese, infatti, l’unica che Concita De Gregorio incontra personalmente e a cui farà la proposta di scrivere in vita l’orazione funebre («mi ha aperto le porte di casa sua e reso privilegio della sua compagnia, delle sue parole, della sua saggezza»).

«Questo spettacolo – commenta, invece, Erica Mou sbroglia la vita dal nodo della morte. Le vite, anzi, di cinque incredibili donne del secolo scorso ma persino le nostre, qui di fronte a voi sul palco.

Per interpretarlo sono stata costretta a ritornare all’origine della mia musica, a utilizzare la voce nuda, lo strumento che mi porto sempre addosso ma con cui così raramente resto sola. E nella scrittura delle canzoni ho dovuto guardare alla lingua della terra che mi ha generata, alle sintetiche parole del dialetto che ho parlato poco ma che ho sempre capito alla perfezione.

I movimenti dell’esistenza non sono lineari, nient’affatto, siamo noi che abbiamo deciso di farci cullare dall’idea che il tempo sia una retta che non torna mai all’origine. Questa è una veglia funebre strana, piena di vita, di specchi scoperti e senza punti dopo la fine».

immagine per Valentina Ersilia Matrascia
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Classe 1987. Romana di nascita, siciliana d’origine e napoletana d’adozione. Giornalista professionista, comunicatrice e redattrice freelance. Da sempre appassionata di (inter)culture, musica, web, lingue, linguaggi e parole. Dopo gli studi classici si laurea in Lingue e comunicazione internazionale e in seguito, presso l’università “La Sapienza” di Roma, si specializza in giornalismo laureandosi con una tesi d’inchiesta sul giornalismo in terra di camorra. Ha poi conseguito un master in Giornalismo (biennio 2017 – 2019) presso l’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli. Giornalista per caso e per passione, ufficio stampa e social media manager per festival, eventi ed associazioni in particolare in ambito culturale e teatrale oltre che per Europride 2011, Trame – Festival dei libri sulle mafie e per Save the Children Italia (2022). Collabora con diverse testate occupandosi in particolare di tematiche sociali, culturali e politiche (dalle tematiche di genere all’antimafia sociale passando per l’immigrazione, il mondo Lgbtqia+ e quello dei diritti civili). Vincitrice della borsa di studio del premio “Giancarlo Siani” per l’anno 2019.
Fotografa, spesso e (molto) volentieri.

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