«Una città che ti ferisce a morte o t’addormenta, o tutte e due le cose insieme», è una definizione che lascia trasparire una realtà piena di contraddizioni quella della Napoli di Ferito a morte, romanzo del 1961 con cui Raffaele La Capria vinse il Premio Strega. Quella Napoli arriva ora sul palco del Teatro Argentina con uno spettacolo omonimo per la regia di Roberto Andò e l’adattamento di Emanuele Trevi con la coproduzione di Teatro di Napoli, Fondazione Campania dei Festival, Ert e Teatro Stabile di Torino.
Una decisione, quella di portare sulla scena un caposaldo della letteratura italiana del Novecento, che lo stesso Andò definisce «un romanzo dal fortissimo impatto musicale, una orchestrazione di voci», nata da una proposta dello scrittore partenopeo che qualche anno fa durante una chiacchierata notturna gli lanciò la sfida: «perché non lo vuoi fare a teatro, se il romanzo ti è piaciuto così tanto?».
Idea che, nel tempo è – come dice il regista – «frullata nella testa e riaffiorata con prepotenza» fino alla realizzazione, con il grande rimpianto che lo scrittore non abbia potuto assistervi essendo scomparso, a pochi mesi dal centesimo compleanno e dalla prima messa in scena, il 26 giugno scorso.
Ma perché scegliere un romanzo – e in particolare questo romanzo – per fare teatro? «Probabilmente – precisa nelle note di regia – quello che più mi attrae, da scrittore e uomo di teatro, in ‘Ferito a morte’ è proprio “il tentativo riuscito di raccontare la vita che succede ancora che diventi, e la malinconia di raccontarla quando ormai lo è diventata”, come scrive ancora Starnone. Come ogni racconto del tempo che passa – anche se tutto si svolge in una sola giornata – il romanzo di La Capria, in modo del tutto originale e unico, è attraversato dai fantasmi della Storia. In questo senso è anche un libro sul fallimento della borghesia meridionale, sul marciume corrosivo del denaro, sullo sciupio del sesso, sul disfacimento della città all’unisono con chi la abita, sulla logorrea e la megalomania, sul piacere di apparire e fingersi diversi da ciò che si è. Soprattutto è una storia, come ha scritto Leonardo Colombati, che non ha principio né fine».
Va in scena la Napoli degli anni Cinquanta, vissuta e raccontata dal punto di vista di ragazzi della borghesia partenopea.
A guidarci tra le vicende, in quella che si configura come la rappresentazione di un romanzo corale che vede sul palco ben 16 attori – Paolo Cresta (Gaetano), Giovanni Ludeno (Ninì), Gea Martire (Signora De Luca), Paolo Mazzarelli (Sasà), Aurora Quattrocchi (Nonna), Marcello Romolo (Zio Umberto), Matteo Cecchi (Cocò), Clio Cipolletta (Assuntina/Mariella), Giancarlo Cosentino (Signor De Luca), Antonio Elia (Glauco), Rebecca Furfaro (Betty), Lorenzo Parrotto (Guidino), Vincenzo Pasquariello (Cameriere), Laure Valentinelli (Carla) mentre la voce di Roger in inglese è di Tim Daish – è Massimo De Luca (interpretato da Andrea Renzi e Sabatino Trombetta, rispettivamente nella versione da adulto e da giovane) che si appresta a lasciare la sua casa e a partire per Roma dove lo attende il suo primo lavoro e l’età adulta, esattamente come alla fine degli anni ‘40 fece La Capria stesso.
Proprio il viaggio imminente per la Capitale, dà il via ad una lunga carrellata di ricordi, nostalgie e rimembranze che si svolgono nell’arco di circa undici anni, dall’estate del 1943, quando durante un bombardamento avviene l’incontro con Carla Boursier, al fatidico giorno della partenza nell’estate del 1954.
Un diario romantico, che dal protagonista si allarga alla sua amata Napoli – che s’identifica allo stesso tempo con l’irraggiungibile Carla, con il mare e con i miti della giovinezza – al fallimento della borghesia meridionale, al potere corrosivo del denaro e al piacere di fingersi diversi da come si è.
Nel mezzo, tanti flashback e ricordi riferiti e legati ciascuno ad un anno diverso: le giornate al circolo nautico, le amicizie, la pesca subacquea e gli interminabili pranzi in casa De Luca che sembrano seguire puntualmente un copione di ritualità ripetitive quanto paradossalmente rassicuranti (che gli attori, seduti a tavolini singoli e non come ci si aspetterebbe in un pranzo familiare in una grande tavolata, portano in scena con repentini e frenetici cambi di posto quasi come in una danza).
Anche la scenografia, come la narrazione, si sviluppa su più livelli su cui i vari personaggi si muovono, passando da un luogo e da una situazione all’altra, come in un eterno presente: il palcoscenico, poco più sopra la terrazza di Palazzo Medina (nella realtà Palazzo Donn’Anna a Posillipo) e ancora più su la battigia realizzata attraverso specchi inclinati su i quali vengono proiettate, attraverso i contributi video di Luca Scarzella, spezzoni riproducenti un mare increspato e onde. Vita sociale e vicende familiari si intrecciano, infatti, insieme sotto i riflessi del mare che invade il mondo raccontato da La Capria e da Andò.
Su un lato del palco, il letto su cui il giovane Massimo e quello adulto si alternano nelle varie fasi del racconto. Il tutto, rigorosamente, nella costante nostalgia per un paradiso perduto e per una “giornata perfetta”. Nostalgia che, secondo La Capria e, attraverso lui, secondo Andò, sembra permeare il DNA stesso del napoletano «che vive nella psicologia del miracolo, sempre nell’attesa di un fatto straordinario tale da mutare di punto in bianco la sua situazione.
L’aspetto ambiguo dell’umanità del napoletano con la sua antitesi di miseria e commedia, di vita e teatro. Le due Napoli, una la montatura e l’altra quella vera. La Napoli bagnata dal mare e quella dove il mare non arriva, il Vesuvio e il contro-Vesuvio. Passano il tempo a coccolare e calcolare mistificazioni del genere, a venderle al maggiore offerente, a chiedere comprensione e ammirazione come se esigessero un credito, con un’aria imbarazzata e altezzosa.
Scontano un destino più forte di loro, pagano anche per gli altri napoletani la colpa di aver fatto di se stessi una leggenda. Di sfruttare questa leggenda. Di crederci, di nutrirla con la propria vita. Di cercare in essa l’assoluzione da ogni condanna, il riposo della coscienza inquieta, l’enorme straripante indulgenza della Gran Madre Napoli. La Gran Madre? Dì la Gran Gatta piuttosto, che alla fine se li pappa senza nemmeno dargli il tempo di aprire gli occhi sopra il mondo».
C’è Napoli, concepita come foresta vergine, ma anche e soprattutto il mare e il tempo che passa, acquatico ed evanescente, nella lettura scenica che Andò fa dell’opera di La Capria.
I ricordi, i volti e le voci del passato si susseguono e talvolta si accavallano, aprendo squarci di vita diversi, come se qualcuno stesse cambiando rapidamente le stazioni di una radio saltando da una frequenza all’altra.
Un’incessante orchestrazione di voci che la nutrita schiera di attori in scena riescono magistralmente a rendere armonica sebbene possa risultare un po’ confusionaria e poco accessibile per lo spettatore che si approccia alla messa in scena senza conoscere il romanzo e l’opera di La Capria.
Classe 1987. Romana di nascita, siciliana d’origine e napoletana d’adozione. Giornalista professionista, comunicatrice e redattrice freelance. Da sempre appassionata di (inter)culture, musica, web, lingue, linguaggi e parole. Dopo gli studi classici si laurea in Lingue e comunicazione internazionale e in seguito, presso l’università “La Sapienza” di Roma, si specializza in giornalismo laureandosi con una tesi d’inchiesta sul giornalismo in terra di camorra. Ha poi conseguito un master in Giornalismo (biennio 2017 – 2019) presso l’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli. Giornalista per caso e per passione, ufficio stampa e social media manager per festival, eventi ed associazioni in particolare in ambito culturale e teatrale oltre che per Europride 2011, Trame – Festival dei libri sulle mafie e per Save the Children Italia (2022). Collabora con diverse testate occupandosi in particolare di tematiche sociali, culturali e politiche (dalle tematiche di genere all’antimafia sociale passando per l’immigrazione, il mondo Lgbtqia+ e quello dei diritti civili). Vincitrice della borsa di studio del premio “Giancarlo Siani” per l’anno 2019.
Fotografa, spesso e (molto) volentieri.
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