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Unison di Silvia Gribaudi. La danza di tutti conquista Tor Tre Teste

«Un’esperienza meravigliosa», «Bellissimo, è stato bellissimo», «Quando lo rifacciamo?». Le voci emozionate si accavallano e si alternano alle risate. Appartengono ad un gruppo di donne e la destinataria è Silvia Gribaudi a pochi minuti dalla fine di Unison, la performance realizzata dalla coreografa e danzatrice torinese insieme ad Andrea Rampazzo con la partecipazione di Vittoria Caneva e Martina La Ragione al Parco Tor Tre Teste all’interno di Fuori Programma – International Dance Festival, il festival internazionale di danza contemporanea della Capitale.

«Non ci dimenticate, eh? Noi vi aspettiamo», «Siamo pronte per metterci di nuovo in gioco con un altro laboratorio. Fateci sudare!», dicono ancora.
Questa volta, però, le destinatarie sono la direttrice artistica Valentina Marini e le organizzatrici del festival che come claim per questa ottava edizione appena conclusa ha proprio Unisono. A più voci.

Unison, che si presenta come un progetto partecipativo e aperto che si interroga sul significato di “unisono”, nasce infatti da 10 giorni di residenza in cui l’artista ha svolto vari incontri/workshop all’interno del Teatro Biblioteca Quarticciolo e presso tre case rifugio gestite dalla Cooperativa sociale contro tratta, violenze e discriminazioni BeFree (Centro antiviolenza Battiti, Castel Sant’Elia – Spazio Donna, San Basilio – Centro Maree) a cui verrà destinata una donazione da parte del Festival per acquistare giocattoli per i bambini e le bambine o per sopperire alle necessità pratiche delle donne che le abitano.

La performance si sviluppa come un itinerario all’interno del Parco Tor Tre Teste che coinvolge contemporaneamente performer professionistə e comunità locale. Il tema è quello dell’identità della persona in relazione all’io collettivo che Gribaudi sviluppa con una ricerca sul significato di ‘unisono’ e del fare cose insieme.

Un lavoro di improvvisazione partecipativa, che si concentra sul corpo e sulla relazione anche attraverso il contatto dei corpi, in cui l’artista è il motore propulsore dell’azione artistica che poi si svilupperà in modo assolutamente imprevedibile e irripetibile attraverso l’intervento del pubblico.

Allo stesso tempo, però, la partecipazione non coincide con una rinuncia del ruolo e della responsabilità del prodotto da parte del/i performer nei confronti del pubblico o dei partecipanti ai laboratori/workshop.

Gli incontri che precedono la performance sono aperti ad un pubblico di qualsiasi età, condizione fisica ed esperienza artistica precedente e, oltre a stimolare una relazione e un primo contatto con la comunità che vive il territorio su cui insiste il luogo in cui si svolgerà la performance, prevedono pratiche fisiche e giochi performativi che verranno riproposti anche durante l’evento scenico aperto al pubblico.

A dare particolarmente valore a questa pratica è, senza dubbio, l’atteggiamento di apertura messo in campo dai due coreografi: nessuna costrizione, ognuno partecipa a suo modo e con i suoi tempi sia durante i laboratori sia durante la restituzione scenica.

Unica regola: divertirsi, anche nei naturali momenti di imbarazzo. La costruzione della relazione tra chi partecipa viene sollecitata dialogicamente e scherzosamente da Silvia Gribaudi avvalendosi dell’inversione dei ruoli, attraverso una tecnica usata nel mondo dei clown, cui il pubblico si presta naturalmente e giocosamente.

Saltano i ruoli (artista-pubblico) ma anche le maschere sociali. Tutti e tutte si è parte di un grande gioco scenico in cui si è liberi di esprimersi. L’unisono, infatti, non passa semplicemente attraverso la ripetizione di un gesto o una pratica svolta dall’artista o da altri.

Nessuna coreografia da imparare a memoria o da replicare. Ognuno può proporre nuovi ritmi, nuovi movimenti e nuove prospettive che gli altri possono scegliere di seguire e imitare o meno. È, citando il claim del festival, un unisono a più voci quello che Gribaudi-Rampazzo portano in scena a Tor Tre Teste.

Un unisono di voci che dà voce alle diversità di ciascuna voce al suo interno, ognuna con la sua unicità, la stessa di ogni workshop e di ogni performance. Quanto concediamo a noi stessi la libertà di cambiare ruolo? Quanto copiare ci fa stare comodi e non obbligati ad esporci? Quanto concediamo a noi stessi e agli altri la libertà di fare o non fare?

Se la dimensione indoor dei laboratori – oltre ad un diverso livello di consapevolezza e volontà di mettersi in gioco iscrivendovisi volontariamente – offre rispetto a quello della performance un contesto più sicuro e meno emotivamente scioccante, almeno nei primi momenti, la capacità artistica di Silvia Gribaudi è in grado di mettere in campo anche in una situazione open space, come quella offerta dal parco, pratiche che creano empatia anche tra chi non conosce la danza e i suoi linguaggi.

Non esistono corpi più ‘danzanti’ di altri, il focus è la danza e il muoversi insieme ad un «livello che il corpo lo trapassa. Una società evoluta per me è quella in cui il corpo c’è e lo trattiamo bene perché ci serve ma non rappresenta un oggetto di culto. Forse sarebbe meglio parlarne un po’ meno dei nostri corpi. Parliamo piuttosto di cosa abbiamo da dire e di cosa ci stiamo dicendo. Nella danza quando un corpo si muove parla di qualcosa che altrimenti non si riesce ad afferrare. Il corpo è questo», spiega – durante l’intervista concessa ai partecipanti del workshop di visione e scrittura giornalistica – Gribaudi, tra le prime nel panorama  della danza contemporanea a smitizzare il corpo e a riderci su.

«La danza – aggiunge – serve a rompere questa necessità di un corpo che è per forza performante. Il corpo è sensoriale. Noi, invece, in qualsiasi lavoro facciamo sviluppiamo un corpo a prestazione e sempre performativo  dimenticando che è fatto di sensi e che questi sensi servono per ascoltarci in tanti modi diversi. Purtroppo da quando iniziamo ad andare a scuola in poi ci dicono che valiamo se prendiamo ‘bene’ o ‘molto bene’, ‘5+’ o ‘7-’.  Questo è il grande problema che esiste proprio a livello formativo a tutti i livelli».

Si impara a vivere e scoprire lo spazio insieme tracciando con un gessetto per terra un triangolo sempre più piccolo da ‘abitare’ insieme ad altri corpi sempre più vicini. Il contatto è inevitabile e la relazione tutta da costruire.

In pochi minuti, tra risate e momenti di imbarazzo, si instaura un clima di gioco che sollecita in tutti e tutte la capacità di stare insieme e sentire lo spazio attraverso i movimenti e i corpi che entrano in relazione tra di loro pur non essendosi mai incontrati prima.

Difficile resistere anche per i meno amanti del contatto fisico, soprattutto con gli sconosciuti, alla mano tesa di un altro o un’altra che ci sorride e ci guarda con fiducia durante l’esercizio del ‘fiocco di neve’. Provare per credere.

La location del parco di Tor Tre Teste scelta per le due date della performance all’interno del festival apre nuove contaminazioni e dà nuovi elementi all’azione partecipata e partecipativa.

Lo dimostrano gli interventi meravigliati e scherzosi – sollecitati anche dalla musica inaspettata che spazia dal brani classici all’immancabile bachata Porque te amo – degli abitanti dei palazzi con affaccio sul grande parcheggio antistante l’ingresso del parco che all’arrivo ‘danzante’ in macchina di Andrea Rampazzo, Vittoria Caneva e Martina La Ragione.

Applausi, risate, sguardi incuriositi, battute anche da parte degli avventori del parco alla vista dell’insolito gruppo in movimento (sia all’interno del parco sia nei propri corpi) dimostrano l’irripetibilità e l’apertura ad altre voci dell’unisono realizzato con la sua performance dalla coreografa piemontese che, insieme ai suoi colleghi performer, si limita ad innescare e attivare un processo artistico dalle forme imprevedibili.

A regalare ancora più poesia al momento, la scenografia portentosa del parco nel tardo pomeriggio d’estate con il sole che tramonta dietro ai palazzoni che circondano il grande polmone verde capitolino.

immagine per Valentina Ersilia Matrascia
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Classe 1987. Romana di nascita, siciliana d’origine e napoletana d’adozione. Giornalista professionista, comunicatrice e redattrice freelance. Da sempre appassionata di (inter)culture, musica, web, lingue, linguaggi e parole. Dopo gli studi classici si laurea in Lingue e comunicazione internazionale e in seguito, presso l’università “La Sapienza” di Roma, si specializza in giornalismo laureandosi con una tesi d’inchiesta sul giornalismo in terra di camorra. Ha poi conseguito un master in Giornalismo (biennio 2017 – 2019) presso l’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli. Giornalista per caso e per passione, ufficio stampa e social media manager per festival, eventi ed associazioni in particolare in ambito culturale e teatrale oltre che per Europride 2011, Trame – Festival dei libri sulle mafie e per Save the Children Italia (2022). Collabora con diverse testate occupandosi in particolare di tematiche sociali, culturali e politiche (dalle tematiche di genere all’antimafia sociale passando per l’immigrazione, il mondo Lgbtqia+ e quello dei diritti civili). Vincitrice della borsa di studio del premio “Giancarlo Siani” per l’anno 2019.
Fotografa, spesso e (molto) volentieri.

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