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Antonella Attili determinazione, resistenza e impegno: un’attrice geniale.

Con i suoi grandi occhi neri e i lineamenti mediterranei ogni giorno entra nelle case di milioni di telespettatori nei panni di Agnese Amato, la sarta di Partanna trasferitasi a Milano con la famiglia. Da qualche giorno, però, è tornata a vestire anche i panni di Marilù, la chef e proprietaria del ristorante preferito del protagonista nella seconda stagione della fiction Rai, Màkari. Nel curriculum professionale di Antonella Attili non mancano il teatro e tanta gavetta né i grandi nomi del cinema che l’hanno voluta nei loro film con ruoli importanti e vari. E nella sua vita non manca l’impegno sociale e l’attenzione per gli altri.

Come nasce la sua passione per la recitazione?

Nasce sin da subito. Con l’unica cosa certa della mia vita, sapevo di non voler fare altro.  Non ero una studentessa brillantissima, quindi ho pensato di non far perdere soldi e tempo ai miei genitori facendo l’università anche perché non avevo nemmeno delle materie che mi interessassero così tanto. Non ero proprio portata. Era una delle poche certezze che avevo in una testa piena di inquietudini e di fantasie. Sapevo di voler fare questo, questo è stato sempre un punto fermo. Raggiungerlo poi è stato impervio e farraginoso, una strada molto tortuosa. Niente è stato lineare ma la certezza di volerlo fare c’è sempre stata.

Ha raccontato di aver fatto più tentativi di entrare in accademia ma senza successo. Eppure il suo talento e la sua determinazione hanno avuto la meglio con il teatro e poi a soli 25 anni venne scelta da Tornatore e ha iniziato la sua carriera cinematografica. Deve tutto alla sua determinazione, quindi.

Forse oggi posso dire che è stata una fortuna. Non credo che avrei imparato di più di quello che ho imparato essendo costretta a cambiare continuamente il percorso adattandomi a quello che mi capitava tra teatro, cinema, televisione. Chi entra in accademia ha una strada privilegiata per le audizioni e i provini ma l’accademia ti imposta in un certo modo quindi la strada conseguente sono le compagnie di teatro un po’ più tradizionali. Io invece ho iniziato dall’avanguardia, cercavano materiale e non avevano soldi per pagarti spesso.

Questo percorso così eclettico, non perché io fossi strana ma perché c’erano delle difficoltà nell’avvicinarmi sempre di più all’obiettivo, mi portava a passare da un’esperienza all’altra. In una stagione teatrale ho fatto L’anatra all’arancia e uno spettacolo di ricerca estrema con le poesie della Valduga, un po’ spiazzante. Questa situazione, in realtà, non è molto cambiata nella mia vita: tra Il Paradiso delle Signore e Propaganda Live non c’è proprio una linea di continuità. Questa è stata una prerogativa del mio procedere.

C’è un’incapacità di riconoscere il talento da parte delle scuole, a suo giudizio? Quanti talenti non vengono riconosciuti e compresi?

Sono in buona compagnia: Carmelo Bene, Piera degli Esposti e tanti eccellenti bocciati che hanno fatto delle carriere brillanti da autodidatti e con grandissimo merito.  Del resto, questo è un mestiere che ti espone al giudizio e forse se c’è qualcosa che mi manca è l’esibizionismo.

Quando si è giovani e non si ha questa marcia in più in quei cinque minuti in cui devi dimostrare chi sei se hai qualche titubanza, viene premiato magari chi ha una faccia tosta straordinaria e poi magari come attore non vale niente ma in quei cinque minuti ha convinto più di te. Questo ovviamente vale per tutto.

Che consiglio darebbe ad unƏ  giovane che voglia intraprendere la carriera della recitazione?

Di essere pronto alla frustrazione che il fatto di essere costantemente giudicati da qualcuno ti porta ad avere, di essere molto resistente. Se la passione c’è e questo è l’obiettivo che hai nella vita,  di non sentirsi sconfitti di fronte alle delusioni perché sono normalissime e fanno parte del percorso.

Non bisogna fermarsi al primo ‘no’, come dice Frances McDormand: “un giorno vi stancherete”. E io sono abbastanza d’accordo con lei, chiaramente devi avere dalla tua la convinzione di avere talento e di coltivarlo a prescindere dai no che ricevi. Penso che, sì alla fine si stancheranno.

Il grande pubblico l’ha conosciuta negli ultimi anni grazie alla fiction Il Paradiso delle Signore eppure non mancano nel suo CV artistico esperienze degne di nota. Sorte che la lega in un certo senso alla collega Vanessa Scalera. Non le chiederò dove è stata finora? perché forse a non esserci non era lei (anzi..) ma l’attenzione dei media. Perché non l’hanno individuata prima e se preferisce dove è adesso? Per entrambe c’è voluta la fiction e la tv per la consacrazione. Prima gli attori guardavano al cinema (a Cinecittà e a Hollywood) come approdo per la propria carriera, ora a fare la parte del leone è la tv?  

A volte per portare in luce un attore o un’attrice servono delle circostante particolari, serve una fiction e un grande personaggio in una fiction di successo. Vanessa Scalera aveva fatto una grandissima interpretazione nel film Lea di Marco Tullio Giordana ma, nonostante anche lì lei fosse straordinaria, non ha avuto lo stesso tipo di esito. È la stessa domanda che mi pongo anche io: dove eravate voi? C’è molta superficialità e disattenzione da parte di un’audience che spesso non è preparata me si fida delle belle faccette o del personaggio del momento, di quello che va di moda e segue il flusso della corrente.

C’è poca gente che va a scavare, di stare lì a trovare il diamante non gliene frega poi regalmente a nessuno. Se ce l’hanno sul tavolo magari riescono a vederlo, se lo devono andare a trovare è proprio tutto un altro lavoro. Anche tra i giornalisti c’è molta poca preparazione tra chi giudica, fanno confusione e non sanno marcare le differenze.

Da Tornatore a Checco Zalone passando per Pupi Avati, Ettore Scola, Margarethe von Trotta e Anthony Minghella. Vanta un curriculum di tutto rispetto e collaborazioni con alcuni dei più celebri registi italiani e internazionali. Con chi le piacerebbe lavorare, ora?

L’unica cosa di cui posso andare davvero fiera è che sono stata stimata da autori che stimavo. Questa è stata l’unica cosa che mi ha fatto resistere, perché di fronte ai no di altri ogni tanto nella mia vita poi c’era uno Scola, un Minghella o un Taviani che mi sceglievano. Allora mi dicevo ‘se sono capita da questi, allora…’. Per anni poi sono stata ferma, perché se ti dicono sì vuol dire che lavori un mese e gli altri nove o dieci stai a casa. È stata durissima.

Con chi vorrei lavorare? Spielberg. Se mi manca qualcosa è un riconoscimento internazionale, di misurarmi con un autore straniero e di avere la fortuna che hanno avuto poche attrici come Anna Magnani e Sophia Loren di varcare le frontiere perché volute da un autore. Anna Magnani aveva paura dell’aereo e andò in nave negli Stati Uniti perché c’era Tennessee Williams che si era innamorato di lei artisticamente. Ecco, mi manca questo. Un autore che si innamori artisticamente di me e che mi faccia fare quello che non ho fatto ancora.

Da quelle che ha definito le “madri tragiche del cinema italiano” (dalla mamma del piccolo Totò a quella di Tina, Salvatore e Antonio) alla ristoratrice di Màkari passando per la prostituta in Che strano chiamarsi Federico di Ettore Scola nel 2013. Che tipo di ruolo le piacerebbe che le proponessero?

È difficile da dire. Non ho dei ruoli nella testa che vorrei fare, in realtà.  Vorrei essere sorpresa ogni volta che leggo un copione e dire ‘madonna, questo vorrei tantissimo farlo’. Però non ho un ruolo di riferimento.

A proposito di ruoli, ha mai desiderato vestire i panni di uomo in scena?

No, non mi interessa.

Che rapporto ha con il suo corpo e con la sua femminilità, nella vita e in scena?

Sono poco esibizionista quindi non ho mai dato grande valore all’aspetto estetico. Sono contenta di come sono, non ho particolari traumi riguardo la fisicità, non cerco di essere diversa o di modificare qualcosa che non mi piace. Sono in armonia con il corpo e con me stessa ma non ho il culto dell’esibizione. Molto più spesso mi nascondo piuttosto che mettermi in mostra. Anche lì dove potrei mettere sul banco qualcosa, non lo faccio. In scena invece lo uso benissimo, non ho problemi ma del resto è una trasposizione e non sei più te stessa.  È molto più facile, è nella vita che è complicato.

Le manca il teatro? Ha intenzione di tornare a farne?

Sì, mi manca molto. C’è qualcosa in vista ma finché sono legata al Paradiso delle Signore è un po’ complicato visto che siamo sul set nove mesi l’anno. Piuttosto che imbarcarmi in situazioni che poi non posso confermare, se ci sono delle cose estemporanee che mi arrivano… io sono sempre molto curiosa e sempre molto disponibile verso i giovani autori e quindi spesso mi capita di fare film o opere prime e di ricavarmi uno spazio per fare questo.

Del resto, i suoi monologhi – pieni di ironia e sagacia – a Propaganda Live sono un po’ una forma di teatro in tv, non trova? Come è nata la collaborazione con Diego Bianchi?  Qual è la genesi dei suoi interventi a Propaganda Live?

No no, non mi sono proposta io. Figuriamoci, quello che mi rimproverano spesso è di non bussare alle porte, di non buttarmi.  A Propaganda si erano accorti che mancava totalmente una voce femminile che potesse fare da contraltare ai monologhi di Valerio Aprea e con la formazione del nuovo governo, quando ancora una volta ci si aspettava che ci fossero più ministre donne (e poi sappiamo com’è andata..) mi hanno chiesto di dire qualcosa perché poteva farlo solo una donna. Io che non avevo mai scritto nulla, mi sono trovata con una proposta da leccarmi i baffi trattandosi di un palcoscenico molto ambito ma dall’altra parte con il terrore della pagina bianca non essendo un’autrice. La proposta era allettante e mi hanno messo nelle mani di Makkox (Marco Dambrosio, ndr), che è uno degli autori del programma, quindi da lì è nata la nostra collaborazione.

Insieme siamo un buon cappuccino: lui mette la parte ironica, paradossale e surreale e io quella più sociale, politica e di rivendicazione femminile. In tanti monologhi, questa collaborazione, ha funzionato davvero bene. Due li ho scritti completamente da sola perché come dice lui ‘quando c’è il denuncione te lo fai da sola, io non posso contribuire’.

Con Diego Bianchi avevo fatto un film (Arance&martello, ndr) quindi lui mi conosceva e c’è sempre stato un bel rapporto, è rimasta una grande simpatia. Non ci frequentiamo ma c’è una stima reciproca per cui so che se c’è qualcosa da fare mi tiene in considerazione così come è stato con la mamma della DAD o i pazienti in attesa di vaccino.

Una collaborazione fortunata…

È stata una scoperta anche per me quella di essere capace, non avendo filtri ho messo in scena me stessa e penso che sia stato questo a fare la differenza: il fatto che nessuno avrebbe potuto immaginarmi in quella situazione e quando è successo mi ci sono trovata così bene. La cosa bella è che a livello di pubblico ci sono stati dei travasi ma con mio grande orgoglio tanti telespettatori del Paradiso hanno iniziato a guardare Propaganda solo per vedere me. È stata una bella sorpresa anche per la produzione che all’inizio leggendo i commenti sui social non capiva chi fosse questa famigerata ‘Agnese’ (ride, ndr) e m’è toccato spiegargli chi fosse.

È molto riservata per quel che riguarda la sua vita privata ed è più volte stata critica riguardo l’eccessiva presenza  dei suoi colleghi sui social soprattutto riguardo le varie sponsorizzazioni di aziende e brand preferendo legare il suo volto e il suo nome – oltre che al suo lavoro artistico – a iniziative solidali e a messaggi socialmente impegnati. Come mai?

La popolarità, il successo commerciale e i soldi – purtroppo, devo dire – non mi sono mai interessati. Non è una cosa su cui ho mai puntato né la mia vita né il mio lavoro. Per cui essere riconosciuta per strada e il successo popolare è strano perché arriva tardi rispetto a una carriera cominciata diversi anni prima.

Quando non sei abituata e non cresci con la popolarità arrivare ad essere sentita come una di casa e sentire quanto è importante questo personaggio nella vita della gente è strano ma non è che dico ‘oddio che meraviglia’, sono contenta se questo può aiutare delle persone a fare un passo avanti. Se un personaggio della tv ti può aiutare a riflettere e pensare anche ad aspetti della tua vita mi fa piacere ma per quello che riguarda la parte glamour non sono proprio adatta e la lascio a chi lo è.

A volte mi dispiace anche, non ho alcuna voglia di mettermi in cattedra ma penso che i social diventino quasi un lavoro. Poi alcuni guadagnano anche ma diventa proprio un altro mestiere perché ti rubano veramente tanto tempo, c’è chi ci passa l’intera giornata. Per me è la follia, non riesco a capire come si possa consumare tanta energia, creatività e tempo per un social.

Guardando il rovescio della medaglia, quanto contano i commenti più o meno piacevoli sui social?

Ci sono miei colleghi che sono sempre attaccati ai commenti e alle reazioni, io non ci posso stare dietro a questa roba. È il mio modo di proteggermi, di non essere troppo sensibile ai commenti. Non sono così vulnerabile. Da questo punto di vista non lo sono affatto. Sono sicura di quello che faccio e quello che mi interessa è dare valore al mio lavoro in ogni modo e in ogni situazione in cui mi trovo. Non importa che io faccia poco o tanto, in tutta la mia carriera anche quando ho fatto poco quello che mi interessava era che si notasse una differenza e il valore del mio lavoro. Non ho mai valutato se era un ruolo da protagonista o meno.

Quando passa un fotogramma, quello che mi interessa è che qualcuno dica ‘chi è questa?’ anche se ho detto solo una battuta. Questo è sempre stato il mio obiettivo, l’obiettivo vero del mio lavoro. Tutto sto mondo che si muove, i commenti.. ma io vado ai pazzi.

Il suo impegno nel sociale traspare, infatti, non solo dai suoi monologhi ma anche dalla sua attività di ambasciatrice per Terre des hommes. Che esperienza è per lei?

Il mio è un lavoro che se lo prendi superficialmente ti porta ad occuparti moltissimo di te stesso e poco degli altri, a coltivare un ego sempre più smisurato e a preoccuparti di ricavi, agenzie e sponsorizzazioni, di brand. Se vai dietro queste cose diventa una vita parallela in cui ti occupi solo di questo. Non è quello che mi interessa e che voglio fare ma essendo una persona curiosa non mi interessa passare la mia vita concentrandomi su di me.

Sono sempre curiosissima di conoscere altre situazioni e altre persone e vite diverse dalla mia, altre condizioni culturali e sociali quindi mi sembrava molto più interessante andare a capire cosa succede nel mondo. Terre des hommes è un’organizzazione serissima che da quarant’anni si occupa di infanzia che è un ambito che mi sta molto a cuore. E sono felice, appena posso e quando c’è l’opportunità faccio qualcosa con loro ed è sempre una bella esperienza, conosco sempre gente che ha a cuore  qualcosa di importante. Per me era importante togliere di mezzo quest’ego che già non è ipertrofico. Non è che ci metta così tanto a levarmelo di mezzo, è anche un po’ un modo per coltivare delle cose che mi interessano veramente.

Al di là di quando sono in scena, tutto quello che riguarda il mio lavoro fuori da quel momento mi interessa pochissimo e faccio fatica a stare dietro a quella roba per cui ogni tanto ci si può anche divertire ma vorrei sceglierlo e non essere vittima di quello che la gente pretende da me.

C’è questo malcostume di pensare che oramai la vita di un’artista si giochi lì, sui social o sull’apparizione nella fotografia. Non posso essere schiava di questa congettura e urgenza di visibilità. Magari uno potesse fare il suo nei luoghi deputati a farlo e poi sparire. A chi interessa cosa cucino la sera o cosa mangio a colazione?

Vista la popolarità della soap, inevitabile parlare de Il paradiso delle signore. Il suo personaggio ha avuto un’innegabile evoluzione nel corso delle varie stagioni.

Sicuramente. Questo cambiamento è stato anche un po’ stimolato da me come interprete. Gli sceneggiatori si sono trovati davanti un’attrice estremamente malleabile, mi hanno conosciuto con varie possibilità e quindi hanno cercato di sfruttarmi al meglio.  È stato un lavoro di sinergia e credo che sia il personaggio più riuscito dal punto di vista dell’esperimento sociale di quello che racconta il Paradiso delle signore. Penso che Agnese sia proprio il simbolo di quello che è il passaggio di una donna negli anni Sessanta che arrivando dal paese si ritrova a fare una serie di scelte e cambiamenti esterni ed interni. Quelli esterni sono chiaramente legati all’epoca che vive ma di interni ne ha fatti tantissimi.

Dalla siciliana Agnese del Paradiso alla siciliana Marilù in Makari, anche se per molti è ormai siciliana ad honorem (qualcuno vista la sua capacità con i dialetti è convinto che lo sia davvero!) è romana al 100%. Che rapporto ha con questa città e con la sua romanità?

Con Roma ho un bellissimo rapporto, per me è in assoluto la città più bella del mondo. Come qualità di vita forse no ma comunque mi piace stare qua. Sono profondamente romana e ho comunque un rapporto d’amore con la mia città.

Con la sicilianità è un po’ quello con il primo amore. Il mio primo film in siciliano è stato Nuovo cinema paradiso e da allora è stato un dialetto che ho molto frequentato perché me l’hanno chiesto più volte. Anche in Squadra Antimafia e Amiche da morire, per esempio, facevo la siciliana. Come del resto il pugliese, anche quello è un dialetto che ho frequentato spesso. Mi piace fare i dialetti e farli bene, è un mio vezzo e una mia fissa. Quando devo fare un dialetto studio e non mi piace l’approssimazione da questo punto di vista.

Se mi chiedessero di fare la napoletana probabilmente direi di no perché è uno dei dialetti più difficili da riprodurre e visto che non mi piace fare le cose male preferisco evitare. Sul siciliano, come per il pugliese, ho ormai un orecchio da cantante, mi è entrato dentro il loro suono e il loro canto. Ho un legame con la Sicilia perché è una terra che mi chiama sempre e a cui io rispondo volentieri.

Nel corso dei suoi interventi a Propaganda ha più volte parlato di sessualità (una bella provocazione in un paese ancora terribilmente sessuofobico come il nostro, soprattutto fatta da una donna che parla del proprio desiderio e del proprio piacere come una scelta e non come qualcosa da aspettarsi e subire dal maschio di turno), ma anche di femminismo e violenza di genere di cui il suo settore sembra non essere immune. Dal francese #MeTooThéâtre all’iniziativa del collettivo Amleta per raccogliere le denunce delle molestie ai danni di lavoratrici dello spettacolo e fungere da raccordo con le avvocate dei centri antiviolenza. È una triste realtà che sta finalmente venendo fuori o come sostengono i detrattori solo ricerca di visibilità?

I tempi, secondo me, non cambiano per quello che riguarda gli ‘usi e i costumi’ nel senso che quello che ci prova ci sarà sempre, chi usa il potere maschile in questo senso ci sarà sempre ma fanno un po’ più di attenzione. Il fatto che con questo movimento sia venuto fuori il fenomeno li porta a stare molto più attenti mentre prima era un uso quasi accettato per la serie ‘sì, vabbè ci ha provato ma si sa che il produttore lo fa..’.

Oramai sanno di essere passibili di denuncia e che anche se non gli succede niente c’è una sputtanata generale che un pochino pesa. Quando mi chiedono cosa fare – e capita – dico sempre ‘denunciate, avete gli strumenti per farlo e fatelo’. Nella mia vita mi è capitato due volte, non ho lavorato più in un teatro e non ho lavorato in Rai per 10 anni. Quando mi è capitato mi sono alzata e me ne sono andata anche se c’era chi mi diceva ‘bisogna saper riconoscere le persone a cui dire no’. L’unica mia soddisfazione è quella di veder passare gente che mi ha detto ‘tu non farai mai niente nella vita, tu non lavorerai più’, io sono ancora qua e loro no.

D’altra parte ci saranno sempre donne e uomini disposti a mercificarsi per ottenere delle parti o entrare in circuiti dove evidentemente non entrerebbero in altro modo e questo non si può negare ma questo riguarda il loro corpo e non li giudico. Ci sono anche vittime e carnefici che si mettono d’accordo a volte e questo è un aspetto che non si può ignorare. Tu hai gli strumenti denunciare ma se un’altra non lo fa è perché evidentemente ha qualche motivo per non farlo e fa parte della sua moralità, a me non interessa giudicare.

Il movimento serve a farsi sentire e che il fenomeno venga alla luce il più possibile e che la denuncia diventi più strutturata e faccia un pochino più paura e chi detiene il potere sta un pochino più attento a fare lo stronzo quando ha la possibilità.

Secondo me è un fenomeno strettamente correlato anche a quello dei femminicidi. Man mano che le donne si oppongono e dicono no o decidono di lasciare un compagno violento scatenano in un uomo non preparato culturalmente una violenza insopprimibile. Non sono atteggiamenti che finiranno ma le donne hanno ora gli strumenti per fare qualcosa. I centri antiviolenza e le associazioni no profit sono molto più utili di qualsiasi altro strumento.

immagine per Valentina Ersilia Matrascia
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Classe 1987. Romana di nascita, siciliana d’origine e napoletana d’adozione. Giornalista professionista, comunicatrice e redattrice freelance. Da sempre appassionata di (inter)culture, musica, web, lingue, linguaggi e parole. Dopo gli studi classici si laurea in Lingue e comunicazione internazionale e in seguito, presso l’università “La Sapienza” di Roma, si specializza in giornalismo laureandosi con una tesi d’inchiesta sul giornalismo in terra di camorra. Ha poi conseguito un master in Giornalismo (biennio 2017 – 2019) presso l’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli. Giornalista per caso e per passione, ufficio stampa e social media manager per festival, eventi ed associazioni in particolare in ambito culturale e teatrale oltre che per Europride 2011, Trame – Festival dei libri sulle mafie e per Save the Children Italia (2022). Collabora con diverse testate occupandosi in particolare di tematiche sociali, culturali e politiche (dalle tematiche di genere all’antimafia sociale passando per l’immigrazione, il mondo Lgbtqia+ e quello dei diritti civili). Vincitrice della borsa di studio del premio “Giancarlo Siani” per l’anno 2019.
Fotografa, spesso e (molto) volentieri.

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