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PLPL #14. Una e centomila, le eredità di Michela Murgia

Questa edizione, come le successive, della fiera Più libri più liberi sarà dedicata a Michela Murgia. Lo aveva annunciato alla sua presentazione la curatrice Chiara Valerio. E la prima edizione a sua firma, non poteva che concludersi nel nome di Michela. Valerio lo confessa, con commovente trasparenza, prima ancora di cominciare, con tutta l’emozione di chi ha già detto tutto un pomeriggio d’agosto: «Io non posso parlare di Michela, ho fatto quello che potevo fare».

Ma ci aggiunge una pennellata della fenomenale ironia per cui anche chi l’ha conosciuta solo allora ha imparato ad amarla: «Michela era più facile da gestire in forma bidimensionale. Sempre che il verbo “gestire” e “Michela Murgia” possano stare nella stessa frase, ma tutti noi sappiamo che in quel caso si tratta di letteratura di genere fantastico».

immagine per Una e centomila, le eredità di Michela Murgia

 

E sembra già sul punto di esplodere l’auditorium della Nuvola, gremito della Purple Square – «la famiglia queer ve l’accollate voi» – le decine di migliaia di persone che da mesi si sono strette sotto la sua eredità. E che, forse, avrebbero reso difficile vedere attraverso uno strumento che non fosse lo streaming un evento in cui l’assessore alla cultura di Roma Miguel Gotor cede a un po’ troppi “Micaela” prima di correggersi, ma ne celebra la caratura di intellettuale e si fa garante della responsabilità che la città di Roma si prenderà nei confronti di Murgia.

Simonetta Bitasi, anima in trasferta del Festivaletteratura di Mantova, chiamata a parlare del legame tra lei e le pagine, fa a suo modo un gesto politico: mette l’accento sulla lettura come attività sociale, come diritto, non garantito pur nella libertà di esercitarlo. La lettura – Murgia lo ripeteva spesso – non deve avere sbarramenti d’accesso. Così come i social, di cui la scrittrice di Cabras ha esplorato le possibilità, capendone le potenzialità anche per la lettura. E infine, il libro è un insieme fatto di mille professionalità, un lavoro comune.

Una tempesta.  E Noi siamo tempesta, come tempesta e voce collettiva era ed è la stessa Murgia. Impossibile da ridurre o contenere in qualcosa che non fossero le sue pagine. A chi ne parla, quindi, non resta che consegnare la propria scheggia di memoria personale, individuale e assoluta. Una parte di un tutto in perenne esplosione a cui ripetere, come faceva Bitasi «Non puoi sottrarti al tuo talento da scrittrice», perché «rappresenta il potere di cosa può fare la letteratura».

Ma anche l’amica che chiedeva consigli sugli abiti, come fa Maria Luisa Frisa, chiamata a mostrare la voglia di Murgia di decostruire anche dove non ce la si aspetta. Conservando una «postura attivista» anche verso l’abito, «l’architettura più prossima al corpo. Per piacere e piacersi. Michela Murgia usa la moda in maniera affermativa, e si afferma attraverso di essa».  Facendo risuonare l’eco di L’arte mia di Francesca Alinovi, Frisa parla di usare la moda «come piace a me, come ribadisco la forza del mio corpo e della mia presenza. Ci dà la possibilità di riconoscersi e la forza di dichiararci».

Frisa, e non è la sola, davanti a una platea che conta quasi tutti, tra amici, famiglia queer, compagni di strada e occhi lucidi di gratitudine, ne parla al presente. E lo fa offrendole un altro linguaggio, forse insolito anche per chi la conosce da tempo, e che pure le donne, come gli uomini, «oggettivati nello stesso modo» oggi anche grazie a lei possono scoprire questo linguaggio e imparare a usarlo. Dando una voce a un corpo a cui l’abito ridava forza davanti allo specchio e che Murgia ha esposto di fronte a quello di questo Paese, al corpo della nazione, che attraverso il corpo l’ha umiliata.

Sono abituata, dice Diarah Kan, «da donna nera, a far passare tutte le esperienze attraverso il corpo. Lei è stata corpo estraneo», di un patriarcato che ti vuole carina, accomodante, non annullata, che non spieghi la differenza tra bene e male». Renderla evidente, è la politica. E questo faceva Michela. In maniera non accettabile. «E per questo è stata odiata, perché non era conciliante. Quante volte ci hanno detto “avete ragione, ma non fate rumore”?.

Lei continuerà a fare rumore e questa è la sua eredità. Chi è sottorappresentato e dice le cose come stanno viene odiato». Ma è attraverso il rumore che anche Michela Murgia viene ricordata, mentre l’auditorium, in cui si alzano al cielo i cartelli viola con le frasi “Morgana sono io”, “Disobbedite disobbedite” e “Rompete la regola”, risuona di grida e di corpi che riverberano anche fuori dalla Nuvola. Anche nelle piazze dove «I femminismi sono sempre stati prima pratiche di liberazione, e solo poi teorie».

Capaci di imparare, nelle parole del filosofo Lorenzo Gasparrini, la gestione del conflitto: il conflitto può essere manu-tenuto, immaginato insieme. Perché è solo la guerra a terminare con un annientamento. Del conflitto, invece «possiamo fare un terreno di confronto, dove si guadagna tutto quello che si è messo in gioco». Perché ogni volta che ci si affibbia patenti di legittimità, val la pena tenere presente che c’è un solo avversario che si avvantaggerebbe della sconfitta, il patriarcato che vuole avversari e avversarie separate, anche nel conflitto.

Secondo Gasparrini, l’eredità di Murgia passa da una consapevolezza: «Dobbiamo gestire quel conflitto per usarlo contro il potere e combatterlo insieme. Riconoscere ogni differenza affinché siano impegno comune». E poi imparare a ridere. Perché, sempre senza cedere al passato, Michela Murgia resta nella sua risata, che ride delle idee sbagliate, dei condizionamenti.

«In un paese che potrebbe fare i conti col passato coloniale e fascista solo ridendo e non lo fa, perché solo ridendo puoi distruggere le strutture di potere. Si può riderne, e lei ha insegnato come farlo mentre rideva anche di me». Che di Murgia e femminismo parli un uomo, allora, ha senso nella misura in cui lui per primo è consapevole di dover smentire il privilegio di autorevolezza che il patriarcato concede. «In un sistema che ha fatto della serietà maschile uno strumento, si deve essere ironici, come lei, senza fare vittime». Disturbare le strutture del potere perché sentono in discussione la loro sedia, il loro ruolo. E imparare da e con Michela Murgia, un femminismo che unisce, arricchisce, e ride.

Dopo quattro mesi misurati in assenza, è inevitabile parlare di Michela Murgia e la morte. Ma, lo dice bene Ginevra Lamberti, farlo «solo alla luce della fine sarebbe stato filologicamente scorretto». Si può, si deve, appoggiarsi ai suoi scritti, in cui le è sempre stata compagna, e capestro delle donne. Lo diceva in Ave Mary, nel 2011 perché, con la Maria che non muore perderemo sempre: se lei non può morire, nessuna donna può morire.

Negare il lutto è una questione collettiva, ma la negazione della morte è anche una questione di genere, è un esercizio di potere. Non sei un essere umano: sei un oggetto che può essere rotto senza conseguenze. Ma le pagine più luminose su questo, sono già le prime: Accabadora, datato 2009. La Murgia che si affaccia con un gioiello alla platea delle penne più straordinarie di questo paese rivendica che «si muore e si nasce con l’aiuto di qualcuno.

Che, come insegna l’Accabadora a Maria, (ancora) figlia riottosa ancora non in grado di comprenderlo, morte e vita, morte e famiglia non si scindono. Nessuna risposta è esaustiva, se non è in un contesto sociale. E tutto, ancora, una volta si tiene, se si guarda ai fill‘e anima. «Anche la genitorialità ha a che fare con la morte, perché nell’una come nell’altra al momento giusto qualcuno si occuperà di te. La condivisione del sangue su questo del sangue è molto meno che secondaria».

Lamberti ha una prosa elegante prestata a una voce che si piega appena, ma è precisa come lo era Murgia quando, in anticipo su molti discorsi a proposito di buona morte, precisava che togliere la scelta è, con Lamberti, «essere dittatori del corpo altrui».

Inevitabile, solo alla fine del viaggio, rivolgere un pensiero a Michela Murgia corpo fuori dalle pagine, evocata con la grazia e la franchezza di chi, ha coinvolto tutti, incluso chi oggi si è stretto nella sua memoria, in una elaborazione collettiva, «che non ferma e non limita il dolore ma gli da un posto, dove anche grazie a lei ragionare di morte significa ragionare di equità e coesione sociale, sgradite al potere».

E allora rimane solo da stringersi, per lei e con lei, con le sue parole. Nei cartelli e sopra il palcoscenico. Perché ce lo ha insegnato lei: «Da questa storia falsa non esce nessuno se non ci decidiamo a uscirne insieme».

Ognuno ha una propria Michela, parziale, personalissima, rifratta. Ognuno di lei custodisce il frammento che ha scelto di affidare, e lasciare in eredità. Quando prende parola, attraverso la voce di Valentina Melis, attraverso pagine straordinarie ancora inedite, in cui risuonano i suoi periodi più luminosi e raffinati, lo fa per descriversi ragazza, dal sogno di un figlio maschio al progetto di una figlia femmina cui consegnare – passammo sulla terra leggere – una nuova memoria di passato che ci definisce. Riscrive la storia della sua terra sarda con ancor più grazia di Sergio Atzeni, consegnandole una genealogia femminile. Una mitologia del potere, che in Sardegna più che altrove, ha il volto delle donne, e uno specchio del dolore. Da non tacere, perché “ogni silenzio di verità è un aborto”.

Un assaggio di parole di diamante e di coraggio, per un futuro in cui “Diremo ad alta voce il nostro nome per intero. E raccontare non sarà mai più un gioco da bambini”. «Abbiamo ricordato, ora andiamo a vivere», chiude Chiara Valerio congedando il pubblico che ha riempito l’auditorium e la fiera in questi giorni. L’appuntamento ora è per il prossimo anno.

 

immagine per Chiara Palumbo
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Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.

immagine per Valentina Ersilia Matrascia

Classe 1987. Romana di nascita, siciliana d’origine e napoletana d’adozione. Giornalista professionista, comunicatrice e redattrice freelance. Da sempre appassionata di (inter)culture, musica, web, lingue, linguaggi e parole. Dopo gli studi classici si laurea in Lingue e comunicazione internazionale e in seguito, presso l’università “La Sapienza” di Roma, si specializza in giornalismo laureandosi con una tesi d’inchiesta sul giornalismo in terra di camorra. Ha poi conseguito un master in Giornalismo (biennio 2017 – 2019) presso l’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli. Giornalista per caso e per passione, ufficio stampa e social media manager per festival, eventi ed associazioni in particolare in ambito culturale e teatrale oltre che per Europride 2011, Trame – Festival dei libri sulle mafie e per Save the Children Italia (2022). Collabora con diverse testate occupandosi in particolare di tematiche sociali, culturali e politiche (dalle tematiche di genere all’antimafia sociale passando per l’immigrazione, il mondo Lgbtqia+ e quello dei diritti civili). Vincitrice della borsa di studio del premio “Giancarlo Siani” per l’anno 2019.
Fotografa, spesso e (molto) volentieri.

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