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Cercare il proprio posto dopo la tratta atlantica

di Chiara Palumbo

Il confine, quello che ti lacera e che trascorri, spesso, l’intera vita a cercare di superare. È questo il centro del ciclo che le Biblioteche di Roma hanno organizzato per il pomeriggio del 6 dicembre a Più libri più liberi, affidato a Igiaba Scego. Tre appuntamenti, tra Anna Karenina e l’harem. Ma è l’ultimo, ha centrare il cuore dolente del concetto di soglia e, con esso, quello di appartenenza, docente a afroamericana della Columbia University, torna in Ghana alla ricerca delle radici della propria famiglia, che si perdono nella schiavitù della tratta atlantica, che ha dato forma all’America (gli USA, ma anche il Brasile) come oggi li conosciamo.

Scego racconta insieme ad Adil Mauro, giornalista e agitatore culturale, una miscela di popoli e nazioni, padroni e schiavi.

immagine per Saidiya HartmanIn Perdi la madre, Saidiya Hartman torna in Ghana, ma in quella terra porta una identità che i ghanesi non conoscono, mentre lei cerca un albero genealogico spezzato da una tratta schiavismo industriale. È attraverso i frammenti che cerca se stessa. Gode però di una condizione che la distingue: ha gli strumenti per affrontare un viaggio che per tanti si interrompe.  Si scoprirà, così, figlia della schiavitù ma anche dell’America.

L’autrice di questo intenso ibrido tra memoir, saggio e romanzo, un testo coinvolgente che unisce i registri, guidato, dice Mauro, da un anelito letterario. Il suo confine, quindi, si rivela essere un «elusivo altrove, un senso di non appartenenza sia nella terra delle opportunità che in quello delle sue radici»

Hartman non romanticizza, ha anzi uno sguardo spietato verso chi fa questo tipo di percorso a ritroso: il Ghana, poi, porta in sé i segni della tratta. È il paese, spiega Scego, dove si trovano il maggior numero di carceri in Africa. È nelle sue strutture che evidenzia quella storia. Una storia, quella della tratta industriale coi numeri enormi, che anche i più informati conoscono dai racconti di afroamericani o afrobrasiliani.

Una narrazione che è pericoloso conoscere dai documenti, già di per sé lacunosi. Perché, spiega Scego, «l’archivio contiene sempre la voce del potere, che tratteggia i subalterni sempre in modo stereotipato».

Del resto, se negli archivi delle nostre genealogie dei nostri ascendenti si rinvengono spesso tracce, mentre quelle degli afrodiscendenti sono, solitamente, flebili, per quanto riguarda le famiglie toccate dalla tratta atlantica c’è un’assenza assoluta di tracce, un vuoto dentro il quale è facile scomparire.

immagine per Perdi la madre. Un viaggio lungo la rotta atlantica degli schiavi di Saidiya HartmanLa tratta delle persone schiavizzate possiede, ormai, un racconto. Ma è una narrazione falsata e imprecisa, anche quando è già dolorosa. Non si considera, ad esempio, spiegano i relatori, come la questione di classe entra nella tratta. Sulla tratta c’è un calcolo razziale. Si dice che si sono considerati gli uomini come merci, ma non è vero. Per le altre merci, pensare di perdere tra i due e i quattro milioni di capi, di esseri umani, in questo caso, di persone sarebbe stato impensabile. È questo che è successo, tra le due sponde dell’Oceano, in cui gli schiavi sono stati meno di merci.

Del resto, spiegano, «la dissoluzione del corpo nero si fa eco nel presente. Non si riconnette solo col passato, ma ha ripercussioni attuali all’accesso all’istruzione e alla sanità», su conquiste che diamo per scontate.

Nonostante il suo privilegio economico, tuttavia, gli schiavi condividevano con l’autrice di Perdi la madre una condizione di alterità: erano a loro volta stranieri, obruni, come si sente gridare la donna appena atterrata in Ghana. Ecco anche una possibile risposta alla domanda che, con la coscienza di oggi, ci si pone: Com’è stato possibile un volume di schiavi così massiccio?

Perché le persone schiavizzate, chiarisce Scego, erano già ultime tra le ultime. Straniere in un paese diverso dal loro o in condizioni di sudditanza, povere o donne vendute dai mariti per non averli soddisfatti. Persone schiacciate – è proprio il caso di dirlo, «da strati di oppressione sovrapposti» che tuttavia oggi, anche quando vengono raccontati, subiscono spesso lo sguardo bianco sulla violenza, sessualizzante o comunque ammantato di una lettura romantica od erotizzante

In questo contesto, Saidiya Hartman trova una propria identità in America ma anche in Ghana, riuscendo nella difficile impresa di non sovradeterminare i ghanesi. Eppure si scontra, ancora una volta, con la dimensione di classe. I giovani che incontra, di certo proletari, desiderano discendere dagli schiavi perché, in America, loro avrebbero potuto essere qualcuno.

Un tema, questo, su cui l’autrice ha una lettura molto lucida.  In un Paese, poi, con un’identità molto specifica. Il primo Paese africano libero, il centro du quel panafricanismo che ha fatto illudere del ritorno a una culla per poi  emergere come un paese straniero a chi vi ritornava. Del resto, per molti afroamerican, chiosa Scego, l’Africa è mitologica. Perdi la madre è un testo che riconnette a una storia perduta e permette, con un passo duro e poetico insieme, di capire quel che non si sa, restituisce la fatica e la sofferenza.

Si cresce e, come la protagonista, si mette in dubbio anche il proprio privilegio: quello del movimento, innanzitutto. I giovani africani, infatti, concludono Igiaba Scego e Adil Mauro, «non necessariamente vogliono essere americani, (o europei, NdR) vogliono poter andare altrove, non sentirsi stranieri».

immagine per Chiara Palumbo
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Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.

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