Questo è il tempo delle grandi paure e delle grandi consapevolezze. Che, spesso, hanno la stessa origine. Come lo spazio – il pianeta – sul quale viviamo sta interagendo con noi e quanto noi lo stiamo ferendo, cambiando, distruggendo. E allora, in questo contesto, Come raccontare la fine del mondo? Se lo chiedere il ricercatore – tra Padova e il North Carolina Marco Malvestio, nella seconda giornata di Più libri più liberi e all’interno della collana di saggi pubblicati da Nottetempo.
Una narrazione che usa la fiction, e una fitta rete di riferimenti, oggetti culturali, per raffigurare quello che sempre più comunemente viene chiamato antropocene. Si usa la fiction, anche per fare emergere che non ne sappiamo nulla.
Che, come diceva David Foster Wallace, siamo come quei pesci che nell’acqua sono immersi, di acqua vivono, ma non la riconoscono.
Il grande autore americano è evocato da Graziano Graziani, che incalza Malvestio: «Non sappiamo cose l’acqua, cos’è l’antropocene, è troppo lungo per conoscere le sfumature. Ma abbiamo bisogno di figurarcelo, di distorcerlo abbastanza per farlo entrare nel film o nei libri».
Per riconoscere la normalità che abitiamo abbiamo bisogno che smetta di esserlo, che cambi stato. Così, quando usiamo i prodotti culturali per raccontare questo tempo e quello che verrà, lo facciamo deflagrare in una catastrofe che ci aiuti a capire da cosa siamo immersi.
Una retorica a cui Malvestio ha scelto di sottrarsi. Per il proprio testo, infatti, lui invece sceglie la Venezia dell’acqua granda del 2019, in cui a manifestarsi non è l’apocalisse strettamente intesa, ma un processo storico esasperato dai cambiamenti dentro cui siamo.
Per un padovano, poi, quello è anche il momento in cui l’antropocene si manifesta in uno spazio noto, prossimo. In certo modo, dietro casa. Venezia, d’altra parte, chiosa l’autore «È uno spazio creato dall’ingegno umano in un luogo inospitale, a suo modo resistente dalla modernità da cui ci piace immaginarla travolta».
Ed è per questo che diventa il luogo ideale per capire come l’immaginario ci influenza il presente e come le preoccupazioni del presente influenzano l’immaginario. In cui trova spazio anche l’energia nuclere, perché «anche dopo di noi segnerà il nostro passaggio. È la concretizzazione del racconto pandemico tante volte ipotizzato negli oggetti culturali». Che hanno in comune qualcosa di decisivo con ciò che ci sta accadendo in questi mesi, cioè la percezione di un tempo in cui «il potere non riesce a gestire e cambia le modalità di gestione dell’inedito».
C’entra con la nostra incapacità di vedere l’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande.
Eppure, le modalità di racconto che abbiamo applicato fino ad ora per raccontar un tempo che credevamo di non conoscere, palesano oggi soprattutto i nostri limiti. Chiosa Malvestio: «e forme che scegliamo per raccontare qualcosa influenzano quello che siamo in grado di dire. Spesso le narrazioni falsano le rappresentazioni. Si dà al virus una agentività umana».
E del resto, questa nuova realtà la stiamo vivendo esattamente come un film, rileva l’autore. Cioè «come una storia apocalittica per sua natura salvifica». Le catastrofi ce le raccontiamo come cose che succedono da un giorno all’altro, motivate da un evento preciso, come l’olocausto nucleare. E applichiamo queste forme a processi a cui non appartengono.
L’intenzione di Malvestio invece si avvicina di più a quella di Atwood in L’ultimo degli uomini, o nel film Odds against tomorrow: «se ne diminuisce il potenziale catastrofico. Non è la fine del mondo come siamo abituati a pensarla, e invece, come nel film, immaginare la distruzione di New York rende il processo credibile»
Del resto, quello che rende funzionale il tipo di narrazione più estrema è che siamo portati a chiederci di chi è la colpa. Disinnescarla, disarticola anche la dimensione di responsabilità come la conosciamo, perché darsi una responsabilità collettiva è una assoluzione collettiva.
Si tratta invece, spiegano, di riconoscere una «responsabilità sociale su cui si possono agire riposte individuali minime».
Si mettono in questione diritti acquisiti e si segna, così facendo, una «discrasia tra individuo e specie». La narrazione tipicamente culturale e cinematografica poi, ha anche una dimensione razzista e colonialista, da cui deriva il fatto, ad esempio, che gli zombie movie siano ambientati ad Atlanta, notoriamente una città a maggioranza nera.
Ed ecco lo svolgimento tipico di questo tipo di immaginario, un luogo simbolo che subisce una ingiustizia per il bene collettivo. In sintesi, quindi, la narrazione della catastrofe è consolatoria, «perché divide tra sommersi e salvati, che dopo la catastrofe hanno acquisito un senso nuovo e possono diventare salvatori.»
Una lente che influenza anche gli attivisti. Non c’è un countdown alla fine del mondo. Quando avremo raggiunto l’ultimo limite, sul cambiamento climatico il mondo andrà avanti come prima. Senza questo immaginario catastrofista, ammette lo scrittore, non si svilupperebbero i movimenti di massa di risposta, ma falsa il modo di leggere la realtà. «Se siamo gli ultimi ce lo siamo cercato.
Non perché ne siamo colpevoli, ma perché non abbiamo trovato una narrazione diversa. Quello dentro cui siamo è l’Edipo all’estremo. Ci compiacciamo di essere dentro una svolta della storia, anche se una storia non ci sarà più.»
Cosa si può fare, allora? Come Milo Rau in Antigone in Amazzonia, suggeriscono dal palco romano, un tentativo di smontare una narrazione e rimontarla con la presa di parola di un qualcun altro, che gli effetti di quello che ci rende “migliori” e progrediti come occidentali lo sta subendo.
L’Antropocene infatti non riguarda siolo gli uomini. «Se pensiamo alla fine del mondo pensiamo alla fine dell’umano, ma l’uomo è solo una storia. Questo dovrebbe essere il momento per scoprire un uomo non più al centro.
Cos’è uno spazio post atomico se non uno spazio in cui le radiazioni influenzano le cellule? Ha un effetto sul mondo. Non siamo abituati a concepirli come agenti, ma anche gli esseri non umani, persino le piante, lo sono e devono esserlo se vogliamo arginare questi effetti. E, infine, smettere di autoassolverci accusando chi utilizza i nostri strumenti con un passo diverso dal nostro. Chi ha il diritto di dire agli altri che non possiamo fare quello che abbiamo fatto noi? È sempre una questione di rapporti di forza».
Come uscirne, allora? «L’alternativa non è consumare meno ma cambiare il modo di capire il mondo. Come fanno, ad esempio, movimenti come Afrofuturismo e Solarpunk Smettere di raccontare la fine del mondo e costruire al suo posto un immaginario del futuro fondato sulle potenzialità e sull’ibridazione col non umano».
Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.






