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Le vere minacce, le gabbie e la lezione di Salman Rushdie

di Chiara Palumbo

Ursula K. Le Guin lo chiamò «il nostro Sherazade», Pordenonelegge sceglie un eloquente ed efficace sintesi per ritrarlo, quella di un autore che rifiuta identità immobili.
Può spiazzare, con queste premesse avere come prima immagine del grande autore Salman Rushdie che beve furtivamente un espresso, prima di parlare coi giornalisti che lo prendono d’assalto di mitragliate di flash, o che sbocconcella un biscotto con la mano a coppa sotto la lente nera che, nascondendogli l’occhio perso nell’aggressione del 2022, porta e diventa il segno del momento che, inevitabilmente, cattura l’attenzione e la curiosità degli astanti, e produce, da parte sua, invece, una straordinaria lezione di saggezza, misura e intelligenza.

immagine per Pordenonelegge #1. Le vere minacce, le gabbie e la lezione di Salman Rushdie

Rushdie, la cui statura di scrittore, lo rivendica con ironia venata d’orgoglio, si regge su ventitré libri pubblicati, e una carriera di capitale importanza, molto più che su una manciata di minuti nello Stato di New York, tuttavia è diventato – o piuttosto è stato reso – uno scrittore simbolo.

Anche in nome di questo apre la ventisettesima edizione, che – secondo il suo presidente Agrusti, traccia tra la sua presenza e quella conclusiva di Sergio Mattarella, un fil rouge della difesa della libertà.

Per una festa che non a caso da qualche anno ha scelto questo nome, e che vuole rimettere al centro il libro come strumento pedagogico, in una città dove le librerie si aprono anziché chiudere.

In questo senso, particolarmente significativa la presenza di Rushdie, volentieri e acutamente pronto a smarcarsi dagli ingabbiamenti ideologici in cui qualcuno sembra a ogni costo volerlo inserire, ma senz’altro ascrivibile al novero di quegli autori che, spiegano i curatori «Non si sono limitati a raccontare una storia, ma hanno cambiato il modo in cui le storie possono essere raccontate».

Il dialogo tra Rushdie e i giornalisti introduce la sua presenza al festival friulano, nell’attesa di aprire formalmente in serata la rassegna, e di ricevere il neonato premio che verrà consegnato, proprio a lui, al Presidente Sergio Mattarella e a Vera Politkovskaja.

Qualsiasi nesso mi leghi a sua madre Anna è un onore, e ricevere un premio è sempre meglio che non riceverlo, chiosa l’autore con ironia, aprendo insieme al festival una domanda che dice molto dei tempi e delle speranze di chi frequenta questo genere di spazi: cosa chiediamo a uno scrittore?

A Rushdie di prendere parola sul presente. E lui lo fa con saggia ironia, ammettendo – e forse già questo segna una postura – i propri limiti di felice ignoranza. Rivendicati, quando gli si chieda di commentare l’intelligenza artificiale.

Ciò tuttavia non gli impedisce – come invece a molti accade – di rifiutarsi di prendere una posizione, dove anche l’ironia, intesa come gesto d’intelligenza, si rivela la prima arma dell’intellettuale.

Del resto, chiosa, «Anche il presidente del paese in cui vivo è permaloso e senza senso dell’umorismo, ma noi diremo quello che dobbiamo dire, noi scrittori siamo ostinati».

Una evocazione, per bocca dello scrittore che vive a New York, in cui l’omissione del nome del personaggio in questione dura pochi minuti. Il tempo di precisare, proprio rispetto all’AI: «So però che vale una regola: quel che dice Trump è il contrario della verità». E – alla domanda se si tratti di una minaccia per la libertà di parola, lo scrittore è nettissimo: «Lo considero una minaccia. Punto. Non solo alla libertà di espressione. Però – aggiunge con un sorriso sibillino, mancano cinquanta giorni alle elezioni di midterm…».

Rushdie si esprime con misura e nettezza su molti temi, sollecitato anche suo malgrado. Il danno della Brexit, le guerre («il problema sono i governi che le hanno volute» e persino la cosiddetta cultura woke, nella cui caduta, volendolo trasformare in paladino della libertà di parola qualche giornalista politicamente schierato, vuole vedere una liberazione anche per lui.

«Non credo che woke sia la parola giusta. Ma probabilmente sono più woke che antiwoke». Una pretesa, quella di farne un eroe di certe contrapposizioni ideologiche, che origina ancora dalla fatwa scagliata dall’ayatollah Khomeini all’indomani del suo Versetti satanici.

Quando quella correlazione gliela si fa notare, chiedendogli esplicitamente di come l’abbia vissuta, a seguito della aggressione che da quella fatwa, più di un quarto di secolo dopo, sembrava originare, Rushdie risponde con una lezione di equilibrio sconosciuta a molti: «Molta della mia vita di scrittore si è svolta dopo quel libro. Ho creduto che fosse un problema chiuso, ho vissuto senza paura per venticinque anni. Poi si è rivelato quello che considero un attacco isolato, non l’inizio di una fase di minaccia nuova».

Se poi gli si domanda delle ricadute sulla sua vita personale, spiega di sentirsi fortunato e di avervi imparato a riconoscere l’importanza di ogni giorno, di non perdere il tempo in cose non importanti.

Una pagina della sua vita che nel giro di poche ore, quelle che gli occorreranno per volare dal Friuli a New York, si è anche trasformata, per mano di Alex Gibney, uno dei più grandi documentaristi al mondo, anche premio Oscar, in un documentario, Knife, raccontato con «un approccio molto sensibile» che rende lo scrittore orgoglioso, ed elaborato a partire da un videodiario registrato da sua moglie, che ha ripreso un anno mentre insieme, cercavamo di capire come affrontare quanto accaduto.

Salman Rushdie offre agli astanti una lezione adamantina, di autentica libertà e lucidità, una dimostrazione che si può essere davvero liberi anche quando l’odio ti attacca direttamente.

Un incontro densissimo dentro cui c’è spazio tanto per il presente e la capacità di riconoscere il male dovunque venga.

«Riconosco i regimi come quello iraniano ma le nostre guerre lo renderanno più forte. Questo è un allarme perché molte religioni stanno diventando fascismi, non solo l’Islam» e dunque la scelta di essere molto netto sul confine e le forme, di quella deriva.

Sollecitato sulle politiche del governo israeliano, si congratula coi registi del documentario Naza, scagliandosi con decisione contro la minaccia di negare loro la cittadinanza. «Non mi stupisco di quel che fa Netanyahu», chiosa amaro.

Non mancano tuttavia note più lievi e il ritorno alla sua figura di autore, dove «L’immaginazione non è una fuga dalla realtà, ma un modo per dimostrarla». Spiega: «Mi sono mosso sul confine labile tra storia e immaginazione, ho cercato di combinarle. Se si riesce, il risultato è illuminante».

L’occasione della sua presenza al festival è in effetti l’uscita della raccolta L’undicesima ora, pubblicata a maggio da Mondadori. Una raccolta, spiega, infestata di incertezza, perché essa è un dato, ma anche una raccolta che, come il suo autore, fa ampio e sagace uso della risata, che secondo lui è «una strada che conduce alla verità perché l’incertezza tende a caldeggiare il comico».

Le curiosità dei cronisti sintetizzano letteratura e presente anche quando lo incalzano sull’emergere delle letterature della decolonizzazione, che usano l’inglese pur non provenendo dal Regno Unito o dagli Stati Uniti.

Sorride: «Siamo vicino a Trieste, dove Joyce diceva di voler liberare l’inglese dal possesso degli inglesi, e il processo è abbastanza avanzato».

Come Joyce, anche Rushdie salda il suo debito con l’Italia, in questa raccolta: «Una delle fonti di questo lavoro è un mio mentore, Italo Calvino, quindi noterete una sorta di “Calvinismo” tra queste pagine» e ancora, una nota di impagabile scanzonatura ne svela, di nuovo, i legami col nostro Paese, mentre racconta di quando «Facevamo una sorta di gang con Eco e Vargas Llosa».

Dunque, quale resta, dopo una tale lezione di statura intellettuale data con assoluta compostezza, la sua convinzione sul ruolo degli scrittori?»

Difficile dire cosa debbano fare. Spero che la realtà non diventi mai una questione di appartenenza. Non so se abbiamo potere ma facciamo il nostro meglio. Detto da questa voce, e da questa mente, tutt’altro che una risposta accomodante.

immagine per Chiara Palumbo
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Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.

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