Si dice che, negli ultimi momenti, la vita scorra davanti agli occhi. Davanti a quella di Ilaria Alpi, invece, si sono presentati gli odori, i sapori e i colori vividi dell’Africa. O almeno, così ha immaginato Stefano Massini quando, nel 2012, ha scritto Lo Schifo, affidato all’intensità appassionata, militante (in tutta la nobiltà del termine) di Ottavia Piccolo.
Riportandolo in scena, all’inizio del 2025, sullo storico palco milanese del Teatro Gerolamo, Piccolo riapre uno sguardo più che mai necessario, prima di tutto sulla postura postcoloniale con cui, tre decenni fa tutt’altro che distanti, dall’Italia si guarda alla Somalia.

Il ritratto è quello di un paese dove il padrone ha i tratti bianchi e autodichiarati civili dei militari venuti da Roma o dagli Stati Uniti, dicono, a portare la pace. Ha le sembianze forzatamente raffinate di palazzi che paiono fatti di zucchero mentre, intorno alla Mogadiscio dei quartieri dove si entra solo in base al passaporto, si stendono villaggi che, ad avere intenzione di entrarvi, rivelano distese di etiopi sterminati: dalla guerra civile, senz’altro, dalle armi con cui quella guerra veniva combattuta.
Armi di fabbricazione slava, soprattutto, pagati col denaro di chi ha accettato di farsi carico dello schifo, il nostro. Quintali di rifiuti spediti oltremare in quella che – a suon di lauti pagamenti, si è “guadagnata” il tragico titolo di ventunesima regione italiana. Lontana abbastanza, tuttavia, da poter nascondere tutto lo schifo e il pericolo dei resti sotto una grottescamente pomposa autostrada di fabbricazione italiana. Una lingua di cemento chiamata, eloquentemente, col nome del dittatore: la via di Barre. Una brutale presa in giro che agli occhi dell’occidente ha il luccichio della medaglia della cooperazione, del dono del colonizzatore al colonizzato.
Un po’ come i pescherecci della Shifco, raccontati come regalo dell’Italia alla Somalia non fanno che segnare plasticamente la misura di un monopolio, e lo strumento concreto di uno sfruttamento che, dal porto di Bosaso smista i rifiuti tossici di provenienza Italiana, lo schifo. A seguirlo e a scoprirlo, sola, con un operatore video, quella che oggi sarebbe chiamata (visti simili episodi recenti dissimili, per fortuna, solo nell’esito, una giovane incosciente.
Ilaria Alpi aveva 33 anni ancora da compiere, quando l’aereo che la porta in Somalia atterra a Mogadiscio. E di certo, oggi, qualcuno l’avrebbe chiamata incosciente per aver accettato un autista non professionista e aver cercato due guardie male armate, e soprattutto per aver rifiutato la forzata protezione di quegli stessi italiani i cui pescherecci portavano scritto Shifco sulla murata e che accuratamente la mettono in guardia dai rischi di avventurarsi tra i somali una manciata di giorni prima che lei e il suo operatore, il triestino Miran Hrovatin, muoiano in un agguato proprio all’interno del quartiere italiano di cui la Schifco è padrona.
Se lavorasse oggi, su Ilaria Alpi si spanderebbe veleno. E forse anche a rendersi conto della continuità di un tempo trascorso solo sui calendari serve raccontare ancora la storia del suo omicidio, tutt’altro che casuale. E serve, naturalmente, a riaprire una pagina di storia che oggi si è dimostrata – come temeva – agilmente rimossa e che solo una grande professionista, e un operatore espertissimo che aveva attraversato la guerra dei Balcani, hanno provato a non far cadere sotto silenzio, con una devozione al proprio mestiere con pochi eguali e un senso etico che fa il paio con quello con cui Ottavia Piccolo, con straordinaria intensità e raffinata misura, li riporta in scena.
Dà vita a un monologo di straordinaria forza scenica, un altissimo esempio di valore civile del mestiere d’attore, mai disgiunta, però, da un’efficacia scenica che non si mette mai tra parentesi. Indiscutibilmente, nella sua asciuttezza di forme e vividezza di immagini, è infatti anche un pezzo di teatro di qualità, quello in cui un emblema del teatro italiano presta a un simbolo del giornalismo (per cui vale spendere questa definizione più che per diversi colleghi, soprattutto uomini, che la utilizzavano come scudo di uno sguardo parimenti coloniale) la propria voce e il proprio sguardo, che da diversi anni ha scelto di mettere il proprio talento al servizio del racconto delle figure a cui la storia recente deve più di qualcosa.
A nobilitare questo lavoro, infine (ma non per importanza) l’apporto dei Solisti dell’Orchestra Multietnica di Arezzo, Enrico Fink al flauto e all’elettronica Luca Baldini al basso e Massimo Ferri che, affiancando la chitarra all’oud arabo rievoca i suoni di una terra maldrestramente assimilata, spesso, a un intero continente cui non “frega niente di te, di me, nè di nessun altro”, o che forse, da chi la guarda per possederla vorrebbe finalmente saper prendere le distanze.
Se in Somalia, fino a una manciata di decenni fa (?) era impensabile a chiunque desiderasse una miglior condizione di vita, parlare fluentemente l’Italiano, i frammenti di memoria che ci consegna questa Ilaria Alpi rediviva – punteggiati e intessuti da una partitura di suoni a tratti surrealmente allegri – stanno lì a dimostrare, accanto alle contraddizioni di quella terra, soprattutto la nostra colpa. Se non altro di quello che abbiamo scelto, spesso con superficialità, qualche volta con supponenza, di non sapere.
Finché, a non permettercelo più, arriva una voce dal passato. Magari anche dal palco di un teatro.
Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.






