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Salveremo il mondo prima dell’alba o è già troppo tardi anche per raccontarlo?

Ha ancora senso fare sarcasmo sul presente, oggi?
È inevitabile porsi questa domanda dopo aver visto Salveremo il mondo prima dell’alba, l’ultimo lavoro di Carrozzeria Orfeo, in scena al Teatro Elfo Puccini di Milano.
Lo è perchè, per un lavoro che, oltre alla lunga tenitura, sta circuitando da oltre un anno (merito ormai di poche produzioni) e, più per sfortuna propria di concomitanza con le follie del mondo, sta quasi venendo superato dalla realtà.

immagine per Salveremo il mondo prima dell’alba, di Carrozzeria Orfeo, al Teatro Elfo Puccini
Salveremo il mondo prima dell’alba, di Carrozzeria Orfeo, al Teatro Elfo Puccini

La stessa, cinica e spietata, che – come dai suoi albori la compagnia è abilissima a fare – fotografa con lucidità e un certo cinismo. Se pero finora la loro cifra era stata la narrazione del margine, ora hanno scelto di esplorare l’estremo opposto, forse, ancora una volta, in sintonia, al tempo delle big tech, con lo sguardo che sta assumendo il mondo. Volgendolo cioè, verso i super-ricchi, tanto da non potersi nemmeno misurare. Al punto da potersi permettere il più esclusivo (e il più banale al contempo) dei percorsi di rehab addirittura fuori dal mondo, nello spazio.

Un contesto che tiene insieme l’attualità non piu futuristica delle tecnologie e delle intelligenze artificiali come deus ex machina di ogni gesto con la più classica retorica del self help dal sapore di anni Ottanta, tra coach con magliette e boxer fluo regalati dalla zia e cyclette come soluzione di ogni malessere. In questo contesto – forse meno surreale di quanto si sperava che fosse – c’è tutto il campionario di una realtà non difficile da riconoscere, tra l’imprenditore spietato per cui la morte diventa soltanto una voce di costo, compagno di un uomo che, programmaticamente, vive sperando che essergli devoto gli offra il senso che l’overdose di denaro e di sostanze non gli offre.

E poi la pop star (voce narrante) disperata e ferita che prova a sopravvivere alla sua solitudine, il cattivo per antonomasia che qui è lo spindoctor di ogni potere dittatoriale e fake news con il corollario di terrore di scoprirsi simile al diverso che odia per mestiere, ma anche di povero e ingenuo tirapiedi di origine bengalese, unico rappresentante di una classe sociale diversa animato di tanti buoni sentimenti quanto basta per alimentare una sete di vendetta fino a che non sfiora a sua volta il potere.

 

Una galleria di maschere ormai sempre più modellate sui volti, in cui il testo di Gabriele di Luca non si fa mancare la rappresentazione di quello che qualcuno, a destra, chiamerebbe woke, dalle coppie gay ormai avanti con l’età e incapace di tollerare che la figlia dell’imprenditore possa innamorarsi di un uomo, lui si, povero ed emarginato (stereotipicamente, in quanto rom), la femminista stomacata dagli eccessi dell’attivismo da social che – per esservisi ribellata – è vittima di violentissime shitstorm, e soprattutto la fame di denaro – come via di uscita –  che fagocita tutto.

La moralità, naturalmente, e poi il futuro. Sono raccontati nelle loro ambiguità, a loro volta senza speranza, rabbiosi e sovraeccitati, serenamente sovrapponibili al male che sappiamo riconoscere come tale. L’intento é, ovviamente, la messa alla berlina delle ipocrisie di un finto progressismo, dalla farina di grillo al cambiamento climatico come feticcio, mentre si sbandiera un rispetto, tutto finto, per il mondo e l’altro, e una inclusione che diventa un ombrello buono per tutto. Ma mette ancora scomodi vederlo fare su un palcoscenico, mentre appena usciti dalla sala le stesse armi sono in mano, con ben altri obiettivi, agli uomini più potenti del mondo, affamati di riscriverne ordine e priorità?

In un rutilare di colpi di scena sempre più surreali e incalzanti, a sostenere questo lavoro c’è un lavoro attoriale di livello di Alice Giroldini, Sergio Romano, Roberto Serpi, Massimiliano Setti, Ivan Zerbinati che pur andando sopra le righe sostengono bene i loro costumi. Menzione d’onore per il maggiordomo di Sebastiano Bronzato, il solo apparente sbocco di alterità in questo claustrofobico oltre mondo perduto come quello da cui si distacca solo (in ogni senso) per finta.

Il testo, poi, si apre a tratti ad alcuni passaggi di felicissima scrittura, quasi lirica, e a passaggi emotivi che dimostrano una raffinata gestione delle diverse temperature emotive. E tuttavia, proprio questa spietata e assurda fotografia di un’umanità in balia di se stessa, mostrificata dalle dipendenze endemiche – del resto “ogni dipendenza é una incoscia forma di riparazione – svela la sua tragicità irrimediabile nell’essere stata – ormai – superata dalla realtà, in un tempo di dittatori travestiti da democratici, di bambini capricciosi con i portafogli più gonfi al mondo.

Forse un mondo a una manciata di ore dalla sua fine, una umanità sull’orlo di suicidare se stessa, piû che uno scenario distopico suona come una tragica prefigurazione. Da cui non sembra esserci speranza di salvezza, perché, in realtà, “nessuno vuole salvare veramente il mondo”. E anche i frammenti di verità, di goffi tentativi di sincerità sul filo di lana, forse persino di bellezza piccola che prova, come può, a far da contraltare a una tale overdose di orrore, possono davvero fare – ancora – qualcosa per questo mondo irrimediabilmente perduto? Il punto di non ritorno, che la compagnia (smessi i panni della finzione) senza ambiguità individua in ciò che sta accadendo a Gaza, ha una inquietante eco con quello che si è visto fino a un attimo prima: finora abbiamo – molto seriamente – scherzato.

Ma la linea è, forse, già alle spalle.
L’impegno del titolo, allora, dovrebbe essere invece un auspicio. O una domanda a cui va aggiunto il punto interrogativo. La tragedia ultima è che, a conti fatti, la realtà non sta dietro una maschera. E la risposta non può darla un palcoscenico.

immagine per Chiara Palumbo
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Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.

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