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Festivaletteratura Mantova #2. Quale sarà domani il mondo delle ragazze, donne, altro. Bernardine Evaristo dialoga con Michela Murgia

di Chiara Palumbo

Uno dei libri più belli dell’anno. Così Michela Murgia ha introdotto Ragazza donna altro di Bernardine Evaristo, Booker Prize 2019, pubblicato da SUR e tradotto da Martina Testa. Un testo amatissimo e di enorme successo, protagonista, nella seconda giornata del Festivaletteratura 2021, di un incontro chiamato Polifonia. E che forse è, piuttosto, una dissonanza.

Quella di dodici donne connesse sì ma portatrici di differenza, che per sua natura produce attrito e contraddizione. Fa paura a chi la vede e stanca chi la agisce. Di certo è più facile assimilarsi. Voci molteplici, quelle di Evaristo. Madri e figlie, diverse provenienze ed età, ricche e povere, belle secondo il canone e belle a modo loro. I molti volti del Regno Unito contemporaneo, culla di conservatorismo e propulsore di cambiamento, chiosa Michela Murgia.

Evaristo mette in scena – è proprio il caso di dirlo, perché l’espediente della cornice è uno spettacolo teatrale che dà voce ad amazzoni nigeriane – donne «terremotate e terremoti», attraverso cui, spiega Evaristo, in collegamento, ha voluto raccontare «l’alterità dell’essere nera e femmina, ma anche alterità del queer, dell’età matura, dell’essere donna migrante. Ho voluto raccontare la storia mai raccontata prima delle nere di Gran Bretagna, partendo dal presupposto che sono state tenute alla periferia del racconto».

Il romanzo di Evaristo è una descrizione plastica del concetto di intersessualità. All’interno del quale, incalza Murgia, alcune lotte sono vivaci, altre, come la lotta di classe, che pure è più trasversale, hanno visibilità. Il privilegio interno di chi appartiene a minoranze unite da una differenza, commenta Murgia, «non può essere vinto finchè non si riconosce che un ricco e un povero non sono uguali», o citando, Roxane Gay: finchè non si è disposti a decostruire la classifica del privilegio, perché c’è sempre qualcuno più in basso di te.

E allora qual è la funzione delle singole battaglie? Risponde Evaristo: «se vogliamo decostruire le nostre società dobbiamo individuare i modi in cui si strutturano. Il femminismo ci insegna cos’è il patriarcato, perché le società si sono organizzate così.  Attraverso il lo studio delle razze capiamo perché i neri sono discriminate, attraverso le battaglie per l’orientamento perché sono colpite le persone queer. È importante capire e nominare il modo in cui le società funzionano e le posizioni dei gruppi tra loro. Ma non serve stabilire gerarchie. Un disabile bianco tra bianchi è sfavorito. Ma nello stesso è una donna nera abile». La sfida, di fronte ad ogni discriminazione, è riconoscere il peso specifico.

La narrazione di Evaristo sa essere ironica e sferzante anche verso chi già sta combattendo battaglie simili. Lo è contro la radicalizzazione delle differenze. Lo è verso dinamiche interne alle comunità discriminate quando mette in luce dinamiche negative che si perpetrano anche al loro interno, come quella di una delle sue protagoniste, vittimizzata dalla propria compagna, una donna di teatro di potere, che lo ha perduto e  cerca di ricrearlo attraverso la relazione.

A fronte di ciò, però, la vittima è incapace riconosce la dinamica abusante, perché abituata a ricondurla al maschile. E allora, si chiede Murgia, «si può combattere una dinamica senza discuterne i fondamenti? Si può essere potenti senza replicare i meccanismi, si può essere potenti insieme?».

In questo senso la scrittrice britannica è netta e antiretorica: non vede la possibilità concreta di costruire una società differente. «La dinamica di potere è intrinseca agli esseri umani, è evidente quando si osserva qualsiasi gruppo. Il potere esiste e si manifesta nelle relazioni indipendentemente dalle caratteristiche».

Se sul piano della saggistica questo genere di relazioni sono state meno affrontate, diverso è per la letteratura. Lo dimostrano Naomi Alderman o Margaret Atwood, che tuttavia hanno avuto bisogno, nota Murgia, di immaginare mondi altri per dire che le donne devono prendere potere senza riprodurre le dinamiche discriminatorie.

E sono sempre le donne a metterli in discussione. Così come altri, presupposti, dati di realtà. Se Evaristo tratteggia un’idea di generatività biologica come percorso di speranza, non così per la famiglia, al posto della quale già si organizzeranno nuovi patti d’affetto, nuove forme di legame. Vale anche per il patriarcato che la famiglia ha nutrito. E allora, si chiede ancora Murgia, si può considerare valida la genitorialità e discutere la famiglia?

Il testo di Evaristo risponde che si può, quantomeno, segnare un’altra via. non riconducibile ai percorsi di sangue. In Italia, chiosa Murgia suscitando l’evidente stupore dell’interlocutrice quando fa cenno all’idea politica dei congiunti, lo si è capito nel corso del lockdown quanto «la società supera la politica, ma sancisce una frattura rispetto al modo in cui la politica le legittima».

«Voglio mettere in discussione – conferma Evaristo – l’idea unica di famiglia». Modi che le comunità trovano per strutturarsi sono molti, e il romanzo li descrive. La protagonista è una madre lesbica che ha una meravigliosa intelligente figlia con un uomo gay. La madre è poliamorosa, il padre monogamo. Ci sono poi le famiglie monoparentali mentre nella cultura di suo padre in Nigeria è la comunità intera ad allevare i figli.
Anch’essa però, è una struttura «endemica», in cui è, però, in corso un progresso.

Parlando di letteratura e di comunità marginalizzate, domanda Murgia, è inevitabile non riflettere su cosa vuol dire appropriarsi dei marcatori culturali: dove finisce allora la sorellanza e inizia l’appropriazione?
La riflessione di Evaristo chiama in causa il ruolo di chi scrive: «Io mi approprio di tutto, scrivo storie che non sono la mia, geografie che non sono la mia. E devo chiedermi. di chi è la cultura? Penso che la cultura appartenga a tutti, non a una determinata porzione di mondo. La cultura è una nebulosa. Ma deve rispettare le differenze. È una tematica che, a differenza di quanto normalmente accade, non può essere banalizzata. Perché laddove non si appartenga ad una cultura che subisce rapine simboliche, è difficile parlarne da una condizione di privilegio».

La spinta alla destrutturazione che guida Evaristo si traduce, infine, anche nella forma. Il romanzo si muove su una sintassi destrutturata, un flusso ipnotico che vuole distruggere la gerarchia interna dell’ortografia. Si tratta di quello che la scrittrice britannica chiama fusion fiction, che ha radice nella sua consuetudine con la drammaturgia.

Racconta: «Ho iniziato con la poesia, poi ho scritto drammi in versi, in cui giochi molto con la sintassi e la punteggiatura e la fai franca quasi sempre.  Da sempre sperimento con le forme, anche quella del testo sulla pagina. E questo libro è uno sviluppo. Adoro la possibilità di scrivere poesia senza darne l’impressione, perché mi fa creare un mondo in dieci pagine. Volevo che il flusso fosse continuo, perché il punto fermo ferma i pensieri. Volevo un testo a cascata. Grazie a quella forma ho potuto scrivere quei personaggi, perché ho potuto entrare nei loro pensieri».

immagine per Chiara Palumbo
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Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.

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