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La Parola al Teatro #115. Inegalitè, voce contemporanea di donna per smascherare l’ipocrisia della rivoluzione

di Chiara Palumbo

“Tutto sembra grande, se si sta in ginocchio”, c’è una frase di Michela Murgia, in esergo a Inegalitè, che chiude la rassegna Prima le donne al Teatro Elfo Puccini.

È lì proprio con questa funzione, la stessa che si dà, nei romanzi, alle frasi d’altri poste in apertura a indicare una direzione. In questo caso, poi, non è casuale nemmeno la fonte: il saggio Il mondo deve sapere, per Murgia valeva uno squarcio – tra i primi, se non il primo del nuovo secolo – sulla precarizzazione lavorativa e dunque esistenziale strutturale al nuovo mondo del mercato, ma nell’ottica in cui si pone all’apertura della scena vale un’esortazione che è una postura alla vita, un imperativo eneludibile.

Inegalitè, voce contemporanea di donna per smascherare l’ipocrisia della rivoluzione

Il mondo deve conoscere, anche le figure che hanno provato a trasformarlo. Deve – come questo lavoro fa fin dall’inizio – riavvolgere il nastro del percorso che ci ha condotti alle conquiste (fragili) del presente, “a novanta secondi dalla fine del mondo”. Per ricordare, rubando le parole di una canzone contemporanea, che “la storia la fanno i vinti, però la scrivono i vincitori, e ci inseriscono spot di bambini di donne e motori”.

I motori, nella fine del Settecento da cui lo spettacolo muove, non avrebbero potuto esserci. Ma anche allora, anche in mezzo alla rivoluzione, nella narrazione dei maschi bianchi e di ricchi che raccontano il mondo, le donne restano poco più che uno spot, una nota di colore. Uno sguardo forzatamente dal basso, a costringerle nella loro minorità, come suggerisce Murgia.  Non potrebbe che esserci anche il suo nome, quindi, in un testo dedicato “alla rabbia, alle voci di chi avrebbe dovuto continuare a parlare.

E non può mancare, soprattutto quello di Olympe de Gouges, che negli anni a ridosso della rivoluzione francese, ha scelto per sé un nuovo nome, arrogando a se stessa il diritto di creare la parola per dare forma a una nuova se stessa, che tenesse insieme peculiarità e urgenze.

Fervente monarchica e radicalmente femminista mentre neppure esisteva la parola per dirlo, cerca per tutta la vita – a prezzo della propria stessa vita – le parole per dare una forma a un futuro diverso da quello tracciato dagli uomini (anche quelli che si vogliono progressisti), rivendica l’onestà e il rigore di chi rifiuta ogni compromesso, anche tra le molte sfaccettature della propria identità.

Ad affidargliele, queste parole, è Giulia Trivero, in un testo che prende la forma sincopata, spezzata e ipercontemporanea di un concerto elettroopop, rivendicando l’enfasi antica e attualissima a un tempo della Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina. Parole che – oggi come allora – richiedono una presa di posizione che, in tempi di impegno inclusivo, significa impegnarsi a non escludere nessuno.

Quelle di Triviero sono, anche per questo, parole pensate per essere viste, più che sentite, con un progetto di audiodescrizone integrata alla drammaturgia che – tra le altre cose – sta a dimostrare che anche il teatro può essere inclusivo, senza per questo abdicare alle forme abituali o snaturare le sue specificità. Un teatro che, facendo plastiche le parole, trova forme di quasi stordente attualità per “giocare alla rivoluzione”, trasformando l’agone della storia nell’evocazione di un ring (che non ha bisogno di corde) pieno di spigoli, come lo sono le memorie storiche che questo tempo sta accogliendo e provando a problematizzare.

Ad andare in scena, infatti, sono i lati negati e rifiutati dell’istante a cui la convenzione della storia (scritta come sempre dai vincitori) ha affidato l’inizio del mondo che si vuole civile: la rivoluzione francese, che qui esplode nei suoi aspetti più cupi e apertamente sanguinari. In questo contesto, Gabriele Anzaldi, poliedrico, qui anche autore e interprete delle musiche, va in scena con stampato sulla maglietta un “pensati libero” che fa eco parodico degli slogan superpop passato dalle influencer ai palcoscenici tv per trasformarsi in meme.

Inegalitè, voce contemporanea di donna per smascherare l’ipocrisia della rivoluzione

Ed è così, in ogni tempo, l’epitome di un maschile che prevarica e ammutolisce anche violenza, il privilegio che non sa nominare se stesso e prende, dall’alto della propria autoproclamata posizione dalla parte giusta della storia, anche lo spazio che la donna è costretta a strappare, anche in mezzo alla rivoluzione, con la forza di chi sa di essere comunque accusata, anche senza sentirselo dire) di non comprendere (una memoria tipica del 900, ma anche spessissimo oggi, di confondere le priorità, di essere comunque scomoda, anche e soprattutto per i rivoluzionari che – sotto la bandiera del cambiamento, hanno cercato e strappato un nuovo potere a cui giocare, difendendolo poi con la forza e la ghigliottina.

Al femminile, ancora oggi – qui una intensa Giulia Amato – sulla scorta delle Olympe de Gouges della storia, il compito di inceppare il meccanismo di chi si è trovato senza sforzo a giocare al gioco giusto, quello che non è stato pensato per le donne. Soprattutto – e lo dimostra proprio de Gouges nelle sue decine di romanzi, saggi, articoli politici, attraverso la parola, che nel teatro come nell’atto politico e militante si fa concreto e condiziona la realtà, e al potere fa paura più di ogni altro gesto.

Tanto è vero che ogni tribunale, anche quello che si autoproclama rivoluzionario, toglie alla donna, come ad Olympe de Gouges, nata Marie Gouze, vuol togliere prima di tutto la parola e con essa il nome, lo spazio che ha scelto per sé nel mondo.

La regia originale e asciutta di Andrea Piazza sottolinea lo stretto legame tra due momenti storici solo apparentemente distanti, attraverso gli strumenti della contemporaneità in dialogo con la storia, dove i cittadini e i nastri rossi dialogano con i video e una ringlight forse un filo invadente.

Ma risuonano ugualmente vicine, le parole d’ordine di diritti che hanno ancora bisogno, spesso, di prendersi il loro spazio per essere rivendicati ad alta voce, e di conseguenza a esistere, che Triviero tiene al centro di un testo incisivo ed evocativo, che prende forza mano a mano che si compone, tenendo dentro la definizione di drammaturgia contemporanea e teatro civile senza rischiare di banalizzare nessuna delle due.

E tuttavia riportando, attraverso Olympe de Gouges, al centro la vera voce delle donne, che “se hanno il diritto alla ghigliottina, devono avere anche quello della tribuna”.

immagine per Chiara Palumbo
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Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.

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