inQuiete Festival di scrittrici #11. Ritratto spigoloso di signora. Ingeborg Bachman secondo Valeria Viganò

«Poco adatta all’andazzo dei tempi di oggi». Prima di tutto questo definisce Ingeborg Bachman secondo Valeria Viganò, che le dedica il Ritratto di Signora che apre l’ultimo giorno di InQuiete.

Austriaca di Klagenfurt, odia la sua città tanto da emigrare. Anche per questo viaggia molto, e ama anche l’Italia, e Roma, dove trascorrerà gli ultimi tempi e troverà la morte, nell’incendio della sua casa, a Via Giulia, a 47 anni.

Precoce è anche l’inizio della sua carriera: comincia giovanissima, prima in radio e poi scrivendo poesie, molto apprezzate dal Gruppo 47. Vengono pubblicate due raccolte, dopo e quali smetterà definitivamente di scrivere poesie, per dedicarsi alla prosa. Ne nasceranno due raccolte di racconti e un romanzo terminato, Malina, molro sperimentale, e un esperimento mai concluso, Il caso Franza, entrambi pubblicati da Adelphi.

Significativa, secondo Viganò, anche la produzione radiofonica. Bachman ha scritto tre radiodrammi, e di uno di essi, Il buon Dio di Manatthan, Viganò parla come della «più grande analisi dell’amore fatto con questo mezzo». Un simbolo efficace per offrire la misura e la peculiarità della scrittura di Bachman, nella cui prosa il buon Dio è «quello che giudica l’amore e non lo permette».

Con rigore e decisione, Viganò avverte che quella di Bachman è letteratura alta, impregnata di filosofia, che è materia dei suoi studi e mai abbandonata. Nella sua prosa «non succdede tanto ma è il modo in cui è racontato che cambia». Nel suo scrivere è centrale una grande pregnanza attribuita alla parola. Per questo, la sua letteratura «chiede una lettura un po’ impervia, ma porta questioni alte e profonde, senza mai tradire la sua preparazione». Ed è il suo esempio a suggerire a Viganò una sintesi che contiene anche una considerazione senza appello sull’oggi: «In un paese senza fondamenta culturali la Bachman le ha, e su quelle si muove».

L’approccio dell’autrice austriaca alla letteratura è raccolto nelle lezioni tenute all’università di Francoforte, riunite sotto il significativo titolo di Letteratura come utopia. È tra queste pagine che si ritrova una «ricerca che va oltre lo stabilito e il normale e non cerca consenso ma espressione di verità». Un’esigenza che a Viganò serve per scagliarsi ancora contro un presente in cui ciò che si scrive viene rimodulato per entrare nei solchi del mercato.

La Bachman se ne disinteressa, ma vive in un epoca in cui è possibile farlo, in cui c’è «un anelito collettivo e personale» che si rifà al celeberrimo aforisma di Kafka: «il libro deve essere un’ascia». Significativamente, il volume che raccoglie le lezioni accademiche si intitola: In cerca di parole vere.

Verità di cui secondo Viganò le donne oggi sono portatrici, in contrasto con la molta letteratura falsa imperante.

A Roma, Bachmann lavora con un compositore che le è affine, Enze, fortemente sperimentale, a cui la unisce la rottura dei codici. La capitale è in luogo che più le appartiene, e nel quale avrebbe voluto restare, eppure è stata riportata in morte nel luogo dove non voleva stare, nella Klagenfurt che le ha dedicato un museo in cui è accostata a Musil, ricco di materiali ma solo in tedesco. Una cosa che «dice molto sulla chiusura che Bachman avvertiva e da cui voleva evadere».

Il ciclo di tre romanzi che l’autrice progettava di completare indaga le cause di morte, capaci di annichilire in molti modi prima che fisicamente. Un interesse indice, spiega Viganò, di «un fortissimo sentire, vibrante». In cui l’autrice di capolavori come Il trentesimo anno segnala con forza la differenze di genere. «Non parla mai di umanità, ma di uomini» portatori di guerra, Bachmann, conclude ruvidamente Viganò, «ha ben presente la differenza».

Chiara Palumbo

Chiara Palumbo

Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.

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