Di cosa è fatta la poesia? Secondo Pierluigi Cappello, sono parole «senza nappe né nastri», ma capaci di fotografare il senso di una vita, anche nel suo arrivo al mondo.
Silvia Vecchini: Premio Pierluigi Cappello, e Beatrice Masini, incontratesi via lettere con personaggi su buste mai arrivate, che chiedevano di essere lette, a Pordenonelegge trovano la risposta in questa intensa misura. L’una partendo da Se tutte insieme (Bompiani), muovendosi sulle tracce delle sue antenate, seguendo la sua storia per guardare al futuro, «a quello che ho trasmesso e trasmetterò».

Partendo da una radice fatta di due mogli di pescatori vedove molto presto, sovrapposte a lei e al suo vivere in un luogo, un piccolo paese sul Trasimeno, che, spiega, «mi ha richiamato» con una voce di donna che offre coraggio alle altre con l’ostinazione e la costanza: «Pensa che abbiamo fatto il mondo, un bambino, una bambina alla volta».
Del resto, in un dialogo che non ha bisogno di mediazione, tra di loro come nel verso, si svela come in poesia si mettano in parole le cose che non si possono dire anche dentro la famiglia. «Siamo le nostre ultime volte come siamo le prime, per forza non lo sappiamo, o sciuperemmo tutto con gli addii», scrive invece Beatrice Masini nel suo Dammi per sempre giugno (Molesini).
Cosa racchiudere allora dentro il termine poesia? Secondo Masini, la difficoltà di arrivarci e la semplicità di esprimerla. Un lavoro di ago e filo, mossi da Vecchini, che quasi naturalmente incontrano in Masini un bottone come eredità, sforzo gentile di unità.
Non è una consuetudine di genere ma di senso, il rimando della poesia all’atto di cucire le storie, che declina in altro modo, riverbera, il dono manuale del ricamo, del tessuto.
Se poesie per voce di donna deve essere, secondo Vecchini, nel suo versificare, sono piuttosto poesie di volo – una dizione che avrebbe certo fatto propria poco Cappello – ma non romantica. «Ci vuole forza e intelligenza per alzarsi in volo, per essere il volatile che rompe l’aria per permettere a chi è dietro di fare meno fatica» sapendo che mentre il cambiamento climatico confonde le mappe bisogna riscrivere nuove traiettorie.
E, benché la poesia resti innanzitutto uno spazio per dire di sé e del proprio sguardo sul mondo, chiedersi, come fa Masini, se si può eludere in poesia il parlare in modo tanto diretto di sé, se si può costruire un io narrante altro, che nasconde, come accade in prosa.
L’esercizio, secondo Vecchini, è concesso e prezioso, ma forse proprio allontanarsi da sé ci avvicina a qualcosa di ancora più autentico, a silenziare il proprio censore interiore.
Può essere molte cose la poesia, accogliere e dar forma a storie antiche di salvezza che fanno eco a oggi, poesia per far sì che niente venga lasciato indietro.
Può essere, come avviene in questo caso, spazio di incontro, in echi di poete e poeti, tracce da seguire. Per trovare la propria, e autorizzarsi a darle voce, a condividere con l’altro e, prima ancora, con la pagina, col silenzio assoluto del foglio bianco, il suo vuoto ricco di possibilità. In un atto creativo che muove dal far proprie le voci d’altri, dato che, commenta Masini, non solo per sé «leggere viene prima di scrivere».
Del resto, anche questa edizione di Pordenonelegge rivendica che «Semina chi legge», e tra le molte evocate voci evocate per farlo vale ad esempio perfetto la Szymborska di Preferisco. «Forse chiunque potrebbe scriverne una così, ma sarebbero tutte diverse e intensamente di senso». Ci sono poesie che vogliono continuare.
Di cosa è fatta, dunque, la poesia: la risposta di Vecchini ne fa una sintesi di tersità e precisione: «Le piccole cose senza retorica, senza calcare sulla meraviglia e lo stupore», per «Cercare nei giorni quello che già c’è e che, solo quando ci ha parlato, possiamo portare ad altri».
Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.
- Chiara Palumbo
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