Quella dei trentenni è una generazione di malati. Malati di paura, di assenza di risposte, di pensieri che debordano e imprigionano.
Lo ha raccontato in modo potente Giulia Caminito in Il Male che non c’è (Giunti), in cui attraverso la lente del romanzo ha messo in parola il momento in cui il dolore di una generazione si radica e prende la forma di una patologia impossibile da dire perché lo è da dimostrare: l’ipocondria. Per darle parole, allora, può supplire la letteratura. Di malattia, di cura, di guarigione e delle loro radici abbiamo parlato a Pordenonelegge.

Il romanzo si muove su due piani temporali. Da una parte il presente di Loris, nei suoi 30 anni, che lavora come stagista per una casa editrice, dall’altra la sua infanzia.
C’è una forte distanza tra la sua vita adulta che mano a mano sembra perdere tutti i pezzi è la vita bambina che invece è legata alla figura di Tempesta, suo nonno: era una vita piena di immaginazione, di natura. Nel presente di Loris c’è il tunnel delll’ipocondria, l’inizio dell’implosione rispetto alle difficoltà dei suoi anni. Non può garantirsi una casa col proprio stipendio, è aiutato dai genitori, che si aspettano però abbia raggiunto una serie di obiettivi che invece sembrano lontanissimi.
La sua fidanzata Jo, invece, lo sprona a cercarsi un lavoro più stabile. Lui, però, che nella sua vita ha sempre amato solo leggere, è ossessionato dalla possibilità di realizzare qualcosa con queste sue con queste sue capacità, quindi si stacca dalla famiglia, dagli amici dalla compagna per inseguire un personaggio psico-fisico del romanzo, Catastrofe, l’immagine della sua ipocondria personificata.
È un personaggio che cambia e muta forma in tutto il corso del romanzo, quindi può essere un personaggio letterario, un animale, una bambina, a seconda delle fantasie, dei momenti della vita di Loris. Diventa la sua compagna il suo riferimento quotidiano, mentre si scopre cosa è successo nell’infanzia
E poi ci sono i colombi…
Fin dalla copertina, che rimanda a questo elemento importantissimo, perché il nonno nella sua vita è stato anche allevatore di colombi. Quindi seguiamo la costruzione della voliera, per scoprire da dove nasce il trauma di Loris.
La costruzione di una gabbia, in qualche modo. È un libro, questo, che procede per simboli.
Io ho scelto questi temi perché sono molto intimi e personali, sia quello dell’ipocondria che quello dell’infanzia. Questo è il libro più vicino a me dal punto di vista del materiale autobiografico, però dall’altro lato è anche quello forse più romanzato di tutti. Ho scelto di mettere dei filtri rispetto alla mia esperienza personale, di non fare un mémoire, ma di trasfigurarli in personaggi. Questo è il motivo per cui nasce Loris, ma anche il motivo per cui nasce Catastrofe, che in qualche misura, con la sua presenza fisica seppure eterea, crea un altro piano ulteriore al romanzesco e alla narrazione permettendomi di parlare dell’ipocondria in maniera multiforme, seguendo le sfaccettature di un’ossessione psicologica. Catastrofe diventa una proiezione della patologia. E forse anche delle aspirazioni del protagonista.
E delle paure di chi lo ha scritto?
Sì, un po’ tutto. Quando una patologia psicologica è così invadente, invalidante, come può essere anche l’anoressia, la depressione, o in questo caso l’ipocondria, l’ossessione dell’essere malati, la patologia prende un ruolo che via via cambia, come nel romanzo. A volte è il terrore di vivere, a volte il terrore di non tornare più all’infanzia, altre volte è il terrore della perdita. Altre volte è però una compagna molto utile perché le nostre idiosincrasie diventano un modo per sopravvivere a quello che noi non vorremmo mai fare, di cui non vorremmo mai occuparci. Nel caso di Loris, talvolta Catastrofe lo protegge, gli dà un alibi rispetto al suo fallimento costante, alla sua frustrazione di non essere adatto a questo mondo, all’età adulta agli anni che ha. Siamo di fronte alla stasi di questo giovane uomo, in realtà un uomo a tutti gli effetti, che si fa trascinare dalle sue psicofantasie, piuttosto che dagli eventi della realtà.
A Loris il mondo resituisce il suo essere ancora bambino: lo fa il padre, lo fa la fidanzata che gli rimprovera atteggiamenti infantili. È lo specchio dei millennial, chiamati a fare i conti con la generazione dei genitori che ha costruito in qualche modo la società attuale. E poi c’è un femminile che sta acquisendo una consapevolezza che alcuni uomini leggono come aggressività. E poi il lavoro, di cui si ha spesso un’idea non più adatta al mondo di oggi. Insomma, è strutturalmente il tempo della precarietà?
Io non credo che la precarietà sia solo negativa. Ci sono anche degli aspetti di libertà e di autodeterminazione in questo mondo del lavoro; ma porta con sé anche una lettura radicalmente drammatica. Perché dà un senso di incapacità a realizzare obiettivi che siamo cresciuti con l’idea che debbano essere realizzati. Lui sente che le cose non cambiano mai, e di fronte ha l’immagine di Jo, atletica, che ha lavorato da quando era adolescente e ha continuato a mantenersi da sola perché non voleva nessun legame. Volevo provare a raccontare la difficoltà nei trentenni di oggi della relazione uomo donna anche in queste dicotomie. L’affermazione lavorativa della donna, la sua autonomia, la sua capacità di costruzione del sé e della propria identità, corrono più velocemente, stanno portando alcuni a sentirsi feriti da questo avanzamento, un po’ in pericolo. Per questo mi sono scissa tra più personaggi, per cercare di raccontare anche una identità femminile molto diversa.
Dentro questa storia c’è un tuo vissuto che hai scelto di trasporre in immagine onirica, in letteratura. Qual è allora la funzione della parola rispetto alla cura? Si dice sempre che le parole curano, ma è vero anche che, spesso, le parole ammalano. Tu come l’hai attraversato?
È una bellissima domanda. In effetti, nel libro ci sono entrambe le cose – Loris soffre di iperlessia da quando è bambino, per lui la lettura anche le parole sono un luogo di conforto, ma anche una malattia. L’iperlessia è l’ossessione alla lettura, non solo dei libri, ma etichette, cartelloni, tutto. Ci si inabissa in questa lettura costante di tutto e non si segue più le funzioni della vita. Coloro che ne soffrono magari non dormono tutta la notte per leggere, non vanno al bagno, a scuola si addormentano, non riescono ad ascoltare perché devono leggere. C’è un rapporto ambivalente con le parole: da una parte, ad esempio, Loris sa che sono “la sua cosa”: per questo persegue anche quel tipo di lavoro, sente di non saper fare altro. È un desiderio fortissimo, un obiettivo, ma le parole continueranno a tormentarlo, nella forma anche delle parole che ricerca, le parole chiave, che gli ipocondriaci conoscono molto bene. Alcuni termini che riguardano i sintomi, la propria condizione ad esempio. C’è quindi anche un utilizzo delle parole scellerato e però disperatissimo nella speranza che quelle poche parole che tu dai a un server ti restituiscano qualcosa sul tuo corpo e la tua vita. Ma è questa illusione che non permette veramente la cura. È un loop esclusivamente virtuale e che con i nostri corpi ha poco a che fare.
Cos’è allora la cura?
Io sono molto legata al concetto di cura in senso filosofico, fucaultiano. La cura arriva come sistema alla fine della distruzione anche di tutti i sistemi di controllo della società. La vera cura è quella di una forte empatia, una forte vicinanza, una forte comprensione, ma anche un’identità serena all’interno del proprio corpo, e anche un’identità serena in qualche misura sociale. Il percorso di Loris, ad esempio, è quello il tentativo di arrivare a un momento in cui riesca a prendersi cura di sé. Infatti il romanzo si chiude con un’immagine di cura, un ritrovamento di qualcosa al fondo del terrore, da poter accudire e curare.
Credo che anche l’iperlessia sia un simbolo dei trentenni e di chi vive di parole degli altri: il bisogno comunque di autorizzarsi ad essere sempre qualcosa. La precarietà esistenziale credo abbia a che fare col momento storico, però forse è anche intimamente connessa con lo specchiarsi continuo, negli obiettivi degli altri, nei modi in cui gli altri hanno affrontato le cose della vita. Che ne pensi?
Sì. Nel libro c’è moltissimo il rapporto con i social, una finestra e una esposizione. La generazione dei trentenni ha più strumenti, però ci colpisce lo stesso. Non siamo immuni, nessuno lo è, dalle immagini costanti della vita degli altri, che sembrano sapere sempre come organizzarla, dove stanno andando a parare. Nei periodi in cui stavo più male, che sono anche quelli che ho dato a Loris, questa possibilità di vedere il vivere degli altri, da una condizione patologica, era per me la cosa più dolorosa. C’è un bellissimo saggio di Virginia Woolf, Sulla malattia, dove parla della posizione del malato steso, che da questa posizione immagina il mondo fuori. In questa immaginazione per lei c’è la possibilità anche della scrittura, ma noi oggi da questa posizione siamo immersi nelle immagini del mondo, spesso finte, ma sempre tante. Siamo travolti da immagini di vita altra. Anche questo è un movimento che ho cercato di raccontare. Per molto tempo non me la sono sentita neanche di nominarlo il social, nel libro, perché mi sembrava come di dare una dimensione parziale, momentanea, un fenomeno minore rispetto alla letteratura. Ma non si può parlare di ipocondria, se non parlando anche di questo. Ogni patologizzazione, oggi, si nutre di una comunità virtuale che la appoggia.
Sul web, Loris segue la storia di Maddy che racconta la sua malattia sul web: Che responsabilità ha in tutto questo anche la narrazione della malattia, in particolare del cancro? Perché è su questo più che su altre malattie perché che si alimenta la paura di qualcosa che li potrebbe riguardare.
Abbiamo scoperto che alcune malattie, come quelle tumorali, Il cancro nello specifico è triggering per l’ipocondriaco perché non se ne capiscono le cause. Io sono un’ipocondriaca post traumatica, dopo la morte in cinque mesi della mia migliore amica, una ragazza di 26 anni, totalmente in salute. Il fatto che possa accadere in qualsiasi momento senza una ragione, a chiunque è il grande trauma. Ma è impossibile tenere sotto controllo il proprio corpo costantemente per essere sicuri che non stia accadendo.
La malattia dei millennials, allora forse è il controllo?
Mi sono sempre scontrata con il mio ex compagno che fatalisticamente diceva “se ti deve succedere, succede comunque”. Mentre io dicevo “Io lo voglio sapere prima perché se lo so prima lo posso gestire”. Si può essere padroni del proprio destino e riuscire. In questo c’è una narrazione collettiva perché appunto con i social possiamo entrare in contatto con ogni aspetto della malattia, perché le persone che ce l’hanno spesso hanno spesso voglia di condividere, hanno bisogno di metterla da qualche parte e il web permette anche questo. L’unica maniera di sopravvivere è dar spazio a un buon fatalismo, provare a staccarsi dalla narrazione costante e collettiva, interrompere il rapporto con la narrazione del dolore. Ma il tema è sempre il controllo: una vita precaria è ti pone di fronte a una serie di difficoltà in cui ti sembra di non avere il controllo di niente, mentre rivolgersi verso il corpo in diverse forme è un tentativo di controllare almeno qualcosa, poterla domare, perché il resto è indomabile. Poi è molto duro uscire da noi stessi, quindi non è possibile semplicemente dire ad una persona anoressica: mettiti a mangiare, non è questo il punto. Il punto è che questa mania di controllo in qualche misura si deve allentare, cioè questa speranza di guidare fino all’ultima cellula del nostro corpo dobbiamo lasciarla andare, ma ci vuole molto tempo e fatica, come per tutte le condizioni patologiche.
A proposito di parole: Ce ne sono tantissime, ma pochissime sono pronunciate dai medici..
I medici che Loris incontra sono estremamente sbrigativi e minimizzati nei suoi confronti. Si dà notizia di sé per non sentirsi solo, in un sistema che gestisce il singolo pezzettino di malattie di cui ognuno è responsabile e spesso lascia che per il resto il paziente affoghi nel suo rimuginare. Nel libro non c’è risposta all’enorme tempesta interiore di cui il protagonista è vittima. Ho cercato quantomeno di mettere insieme un po’ di elementi radicali, come lo sono queste domande che riguardano la vita e la morte, che raccontano molto bene il nostro tempo nella loro radicalità. Volevo raccontare quel che si trova a fondo del nostro esistere. Il pretesto narrativo di una mia esperienza trasposta serve per provare a raggiungere degli affondi su alcune cose importanti. A proposito di affondi mi colpisce e mi piace molto questo discorso che è venuto fuori perché credo che riecheggi quello della consolazione dell’empatia che poi è forse la cosa più importante.
Il punto credo sia l’esistenza di una scissione profonda, che è di molti, tra quello che siamo come corpo è quello che siamo in tutto quello che non è corpo. Il bisogno di doverlo controllare proprio per rimettere insieme due metà.
Per questo c’è un grande divario tra il personaggio di Tempesta, il nonno, un uomo molto corporeo, del fare, come lo sono le generazioni anche, in cui il corpo agisce talmente tanto che la testa lo segue. Invece Loris ragazzo, spesso isolato, spesso fermo che non si occupa più di stare nel proprio corpo e dell’agire del corpo, ha tutto il tempo per rimuginare su se stesso e sulla sua condizione. C’è una fortissima scissione in lui tra il proprio corpo, che lui lascia abbandonato a se stesso pur abitandolo, e invece la parte mentale che diventa predominante, quindi disturbante.
Come se ammalare il corpo sia anche imporlo, come se fosse l’unico modo per farlo esistere, per dargli una concretezza
Esatto. Le sintomatologie, a volte, sono semplicemente un riflesso delle nostre paure.
E adesso?
Io sto lavorando su un altro progetto. Con L’acqua del lago non è mai dolce avevo raccontato l’adolescenza e l’arrivo ai 25 anni; con Loris sono nel terreno di 30 anni, poi invece vorrei andare oltre. Vorrei fare una trilogia in cui si raccontano i temi fondamentali, che per me saranno sempre lettura, formazione e lavoro, famiglia e identità. Gaia, la protagonista del romanzo precedente, esplodeva violenta, aggressiva invece Loris implode. Ora vorrei trovare una figura più adulta che riesca a raccontare tutte queste cose da un altro punto di vista. Se c’è una guarigione credo sia l’autoironia. Io spero che nel libro ci sia anche un po’ di autoironia. So, poi, che ipocondria è una malattia della mente che esiste da tantissimo tempo, su cui vi sono riferimenti letterari molto alti, oggi si riconosce in forme ed espressioni diverse.
Credo che se la letteratura qualcosa può fare – e non so se può farlo, tantomeno la mia – ma è accendere una luce. C’è molto bisogno, molta voglia di parlare di questi temi avendo un riferimento, una storia che ti possa servire per ragionare a livelli diversi e collettivi.
Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.






