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Qui città di M. un monologo per sette con Arianna Scommegna

di Chiara Palumbo

Del concetto di “pezzo di bravura”, si tende sempre a diffidare. Basta dirlo, e si sente odore di stantio, di arido, di richiuso in se stesso, per far spiccare un’interprete e poco altro. E, del resto, in genere i giudizi si lasciano alla fine.
Tuttavia Qui città di M. testo nato su – e per – il palco del Teatro Ringhiera, mentre continua la stagione senza fine della diaspora delle sue protagoniste (comune di Milano, rispondi?) approda sul palco del Teatro Gerolamo. Un gioiellino di Teatro all’Italiana a due passi dal Duomo che, sotto la direzione di Piero Colaprico, si sta trasformando in un vivace laboratorio di nuove drammaturgie.

immagien per Qui città di M.
QUI CITTA’ DI M.
A.T.I.R.

Tecnicamente “nuovo” questo testo non è, se è vero che proprio Colaprico lo ha consegnato alla sua anima (perché ne è più che protagonista) Arianna Scommegna, già nel 2007. Eppure da allora, diventato uno dei cavalli di battaglia di ATIR, ha mantenuto intatta tutta la sua vitalità.

Un giallista di fama non poteva che cimentarsi in un territorio a lui noto, per genere e geografia. Due cadaveri trovati adagiati (attenzione, il verbo non è casuale) in altrettanti scatoloni, dentro un cantiere dell’operosa città di M. (nascosta in piena vista – se così si può dire – sotto la coperta cortissima di una iniziale), qui tratteggiata con puntualità nelle sue asprezze, nei suoi giudizi sempre a fil di labbra ma anche nel suo talento nel far svelare umanità dove non ce la si aspetta, nei bordi di “una vita colpita al centro”, direbbe De Andrè.

Se il tempo trascorso dalla prima messa in scena lascia un segno, in un testo che per il resto non sconta la propria età, è proprio in questo resto di umanità.
I due cadaveri, cui nel procedere della pièce se ne aggiunge un terzo, ucciso da un ordigno, sono solo formalmente al centro del lavoro firmato da Colaprico, che dà vita a un rebus intricato e complesso, la cui soluzione fa tutto meno che scioglierne le complessità.

I piani si sovrappongono e – forse – si confondono, in un’architettura senz’altro avvincente e altrettanto originale dove non tutto è quello che sembra e personaggi apparentemente presenti forse non lo sono davvero, perché “pretendiamo di sapere tutto e non vediamo neppure quello che accade nel nostro letto”.

L’obiettivo di Colaprico, però, oltre che sfidare lo spettatore a seguirlo e a lasciarsi stupire, è descrivere una Milano livida e sprofondata, culla di corruzione e marginalità, molto lontana dalla pretesa capitale morale.

Eppure, in questa nuova messa in scena, questa cupezza di fondo emerge forse meno, benchè la regia – fortemente visiva – di Serena Sinigaglia non lesini su strisciate rosso sangue esposte in ostensione come sindoni – di quello che eravamo o avremmo potuto essere?

Ci sono certo le meschinità, le disparità e i pregiudizi, il razzismo a mezza bocca, che stridono forse ancora più oggi che tre lustri fa. Ma, sarà forse che alla città così com’è, e ai suoi coni d’ombra, chi lo abita si è abituato. Una città di molte anime, che canticchia Mina come ci si aggrappa all’immagine rassicurante di un passato accogliente.

Guardando M., anche riconoscendo le torri dove le famiglie “in difficoltà” sono collocate accanto ai tutori dell’ordine, molto più che la città in sè sì riconosce un intero nord, forse più ancora una postura, quella di chi sta in balia di quel che gli fa paura. Ma oggi, a giudicare dalle reazioni, la guarda forse persino con un sorriso di condiscendenza,

Si ride, molto, al Teatro Gerolamo, ma il merito è interamente ascrivibile alla poliedricità di Scommegna, che in una giostra frenetica irrompe in scena nei panni di un capocantiere bergamasco e li lascia per assumere quelli di una detective pugliese, e poi ancora cronista d’assalto, patologo nerd, e molto altro.

Bastano un paio di abiti, un gesto e una mano a raccogliere i capelli a fare dell’attrice letteralmente “una e centomila”, senza una pausa o un’uscita di scena, stoica nel gestire, senza perdere un passo, anche i malanni di stagione.

E allora forse è questa la chiave per apprezzare il teatro di qualità ma anche per capire le città che abitiamo. Niente e nessuno può essere soltanto una sfumatura. Forse mai meno di sette?

immagine per Chiara Palumbo
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Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.

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