Isabel Green, cosa resta dell’epica del vincitore?

L’epopea dello sconfitto nutre, da sempre, tutta la letteratura e le sue declinazioni artistiche. Ma cosa succede se, per una volta, si rovescia lo specchio dei desideri? Come si guarda il mondo dalla parte di chi vince?

Isabel Green ha portato sulla scena del Teatro Elfo Puccini l’occhio della vincente. Del paradigma perfetto e compiuto di quel che siamo portati a considerare tale: sotto i fari e l’occhio delle telecamere, davanti al mondo, solleva il suo Oscar come migliore attrice protagonista, mentre ringrazia per nome tutto l’Olimpo di “semidei” dell’arte che può venirci in mente quando pensiamo Hollywood.

Sorta dalla nebbia come nel più tradizionale e riuscito dei kolossal, sulle note di Momenti di gloria, Venere del ventunesimo secolo, nasce fasciata da un sontuoso abito rosso – come dalla conchiglia di botticelliana memoria – dalla sua stella sulla walk of fame, che si schiude perché il suo astro finalmente sorga. “The winner is… Isabel Green”. Applausi. Commozione. Sì, ma poi?

Poi, è il vuoto. Il vuoto del silenzio da riempire a tutti i costi.
Anche il come, sarebbe già scritto. Soprattutto se sei messicana, amata dalle colleghe, insomma, la perfetta vincente. L’armamentario dei luoghi comuni, delle frasi ammiccanti, del già detto migliaia di volte è lì, a portata di mano.

L’attrice deve solo imporsi di respirare a fondo, mettere insieme le poche parole che riempiano i quarantacinque secondi di prammatica dopo i quali la musica ti farà notare che il tuo tempo è scaduto, e scendere dal palcoscenico. Nulla di più facile. Basta tenere il controllo dei pensieri.

E invece no. Perché è proprio lì, nel momento perfetto, che il cristallo si spezza. Da un entrare e uscire a intermittenza dai propri pensieri, dall’ipocrisia zuccherosa che il bel mondo impone, quella di Isabel Green diventa una caduta vertiginosa nell’abisso dell’angoscia, della fatica, dell’autodistruzione.

E sembra di vedere i frammenti scoppiare, mentre Isabel fa quello che nessuna congrega di vincitori potrebbe mai permettere. Rompe tutte le regole, tutte le finzioni, gridando la propria sconfitta che è quella di tutti, vittime e complici della società della performance e del suo prezzo da pagare, spesso troppo alto.

Emanuele Aldrovandi, da autore acuto quale ormai ha ampiamente dimostrato di essere, usa un simbolo capace di colpire senza possibilità di fraintendimento, un paradigma. Eppure, sagacemente, va molto oltre l’ormai consunto adagio sul genere “anche i ricchi piangono”.

La domanda che Isabel Green pone al (suo) pubblico è semmai qualcosa di molto più articolato e dolente: come si recita la vita vera? Come si regge il peso del mondo quando – in teoria – tutto è andato come doveva andare?

Del resto, lo dimostra la fisica. Quanto più si cade dall’alto, tanto più il corpo acquista peso attraverso lo spazio, tanto più è fragoroso l’impatto. L’odio di un figlio, l’insostenibile angosciosa finzione, la fatica fisica, l’ipocrisia di messaggi a cui nessuno crede, l’essere sempre, ossessivamente, riferiti soltanto a se stessi. Eppure, la domanda di Isabel non è se ne vale la pena. È, piuttosto, se è possibile uscirne vivi.

Ci prova, si dibatte con foga e goffaggine, fingendo una malattia mortale per gestire un dolore autentico. Può salvarsi soltanto se riesce a non scendere dal palcoscenico, prolungando all’infinito quel momento di sospensione, sola salvezza perché solo in quello spazio so cosa può accadere.

E tutti sono pronti a chiamarla una posa: del resto, non somiglia molto a qualcosa che si è visto da vicino, sul palco di qualche David di Donatello fa, nelle lacrime di una donna con un doppio cognome che dice nobiltà, aristocrazia, e che fra un sandalo e una focaccia ha chiamato il riso. Volente? Nolente? chissà.

Isabel però non fa più ridere. Il suo messaggio strappalacrime al figlio perduto e lasciato andare forse è ancora un colpo di teatro. Ma dove finisce la recita? Forse dove non si torna più indietro. Cechov insegna: se entra in scena una pistola, prima della fine bisognerà che spari.

Eppure, nel suo delirante essere schiacciata dalle aspettative, dalla frustrazione dell’apice, Isabel Green ne è quello stesso ingranaggio che tiene in piedi il sistema che, c’è da pensare, ne riassorbirà l’urto con uno scossone e la parola giusta al momento giusto, infarcita di pietà e compiacenza. Il commento perfetto per zittirne l’elogio al fallimento che forse scardinerebbe il meccanismo che vuole i vincenti sempre efficienti, ma di cui forse proprio questo peana è il vaccino, il virus controllato iniettato nel corpo del sistema perché si mantenga vivo.

Questo però prescinde Isabel, la cui misura è la propria pelle, dentro cui trascina tutto il pubblico che le luci nascondono, soprattutto per merito di una sontuosa Maria Pilar Perez Aspa, che – giocando saggiamente con il mestiere e la propria storia, con il gusto d’esotico dello spagnolo, anche quando è declinato in insulti – riempie il palcoscenico e calamita l’attenzione anche restando di fatto ferma per un’ora, dentro la grande stella scomposta di cui Maria Spazzi ha fatto l’unico elemento di scenografia.

La regia di Serena Sinigaglia, pur apparentemente quasi assente, di fatto ne esalta l’efficacia visiva, fatta di fasci di luce e di una protagonista trasformata – nemmeno a dirlo – in eroina da film drammatico.
Capace di lasciare al mondo la propria citazione fuori dal tempo: «come ho fatto ad odiare la cosa che ho amato di più?»

Chiara Palumbo

Chiara Palumbo

Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.

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