“Non è che ho fame, è che non ho niente da fare”.
Come si racconta il vuoto? Con il pieno di un frigo, di notte, a dare luce – abbagliante e netta, come sempre fa Lucia Calamaro – al buio della mente.
Con L’origine del mondo, il testo che nel 2011 l’ha proiettata nel novero dei classici del teatro contemporaneo, Calamaro racconta la depressione in assenza.

Non evita solo il didascalismo di nominarla, ma costruisce intorno allo spazio stretto che la sua protagonista ha scelto per sé un’impalcatura di parole, una gabbia rassicurante dentro la quale accomodarsi, una rete di citazioni fitta e tessuta con la cura di chi non spende per sfoggio una sola parola: l’amato Zanzotto, brandito come un’arma e uno scudo, Wittgenstein, e Onetti (numi tutelari ben noti a chi conosce anche le sue produzioni successive) sono i fili stesi sotto di sé, come ad afferrare la caduta inevitabile del volo d’equilibrista della vita.
Al di sopra, a farli quasi affogare come nella sua consuetudine, ma forse solo a proteggerli come si fa con l’eco della parte di sé più intima, una messe di altre parole. Quotidiane e comuni, vitali e riempitive al tempo stesso. Il linguaggio che lega e fa scontrare madre e figlia, nello specifico due madri e due figlie per tre personaggi.
Rivisto a tre lustri di distanza, L’origine del mondo è una summa del Calamaro-pensiero, e non potrebbe essere altrimenti. Una densità programmaticamente impossibile da sintetizzare, in cui la parola resta il cardine di ogni scelta drammaturgica. Non se ne sente l’età, e il merito è – anche – di un cast azzeccato e – a tratti, sorprendente.
Francesca Santoro è stata sostituita da Alice Redini, mentre Calamaro ha affidato il proprio stesso ruolo a Lucia Mascino, dopo Smarrimento, scritto per e su di lei, consegnata quasi al ruolo di epitome designata, se non di alter ego vero e proprio. A raccogliere il ruolo già di Daria Deflorian, forse sfidando i pregiudizi di molti, Concita De Gregorio: non una giornalista prestata al teatro, ma un’artista consegnata – lo ha rivendicato più volte, nelle interviste e non solo – al desiderio di sempre.
L’esito è indiscutibilmente felice, così come la libertà che il testo si prende dai vincoli naturalistici della credibilità anagrafica: l’incursione di Lucia Mascino, nonna senza filtri, chiamata a mettere alla “messa a terra”, alla compensazione concreta dell’elaborazione intellettuale di tutto il primo atto, a chiamare per nome un’autoreclusione taciuta per tutto il primo atto.
È un’esplosione di energia e tecnica attoriale, per far esplodere la risata che mascheri l’atteggiamento tipico di chi, mangiato dalla paura, preferisca nasconderli con la rabbia e il giudizio.
Un esercizio di ritmo, per convincersi che la depressione colpisca soltanto chi non è abbastanza “forte per combatterla”. A suo agio anche nelle incursioni smaccatamente comiche della psicanalista, che pur nella forma grottesca portano in scena con la cifra caratteristica di Calamaro anche un ambito così solidamene teorico.

chiaraAd Alice (Redini: come spesso, per Calamaro, interprete e personaggio, almeno nominalmente, coincidono) figlia due volte, tocca soprattutto il peso dell’invisibilità, l’obbligo ad essere il punto di equilibrio tra un eccesso di esuberanza e la scelta dell’assenza, al prezzo di sacrificare se stessa, perché in mezzo rumore dal pensiero a briglia sciolta c’è sempre qualcuno che non viene ascoltato. E reagisce con dedizione commuovente e mai pietosa, raccontata con cura, esprimendo i bisogni che la madre, in scena, sfiora.
Sorprendente, la sintonia con Concita De Gregorio, che incarna con una misura da interprete di razza il sentire della protagonista. Un ruolo che le è stato – di nuovo, come sempre per la drammaturga – cucito addosso, ma sarebbe una colpa ridurre a questo la naturalezza con cui rende credibile la Concita, madre e figlia al contempo, voce di tutte quelle che di sé possono dire “non sono una donna, sono coscienza”.
Reagisce ritirandosi al peso delle responsabilità pretese dal mondo, per cercare in sé la forza di ricominciare a vivere come una forma di vendetta al ricatto del mondo, a un esterno a tratti invadente, da sempre incapace di sopportare il cadere. Ma anche alle proprie stesse paure, alla trappola che l’angoscia tende a chi la vive, facendo temere nel sollievo una trappola .
Calamaro ha dato forma, qui, le prime elaborazioni di una poetica in seguito precisatasi, ma che già esprime tutte le sue chiavi, a partire da una scena asettica, come la casa pulita che “cancella il segno di un’esistenza” di chi si dibatte per cercare di vivere.
Ne emerge, ancora adesso, un lavoro potente e intellettualmente densissimo, a dimostrare – a patto che si abbia l’incoscienza di questo gruppo di lavoro, che anche il pensiero può farsi azione scenica, e la sottrazione diventare un cult. Del resto “stare nella noia senza affogare si chiama vivere”.
Ma non ci si annoia, in questo spettacolo, si ride molto e si pensa, ci si guarda dentro in rapporto al mondo per scoprire che esso “da me smaccatamente prescinde”.
E scoprirlo non è una resa, ma una liberazione.
Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.






