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Ginesio fest #1. La vocazione e lo spasmo delle “bellissime bambine”, da Marilyn ad Anna Cappelli attraverso Valentina Picello

di Chiara Palumbo

“Perché la mia anima vi fa così paura?” Vale la pena scomodare Marylin, o meglio, la verità di Norma Jean Baker, come la interpreta una intensa Giuliana Vigogna per raccontare la giornata che il Ginesio Fest dedica all’Anna Cappelli di Annibale Ruccello e, soprattutto, a Valentina Piciello.

immagine per Anna Cappelli
Valentina Picello: Anna Cappelli, Ginesio fest

Entrambe, in certo modo, si possono guardare attraverso Norma Jean. Lieve e acuta, come la racconta nei suoi dialoghi pieni di verve e umanità eternati nella Musica per camaleonti di Truman Capote, che sul palco del festival marchigiano prende la cadenza programmaticamente svogliata di Leonardo Lidi, mentre veste per un attimo i panni di direttore artistico. Ma soprattutto, smaniosa di raffinare e costruire il proprio talento oltre la maschera che Hollywood ha voluto forzarle addosso.

È la Marilyn più autentica – oltre la bellezza e la solitudine – la donna che prega Lee Strasberg di raggiungerla per poter continuare a studiare. È una donna affamata più che d’amore di maestri, la stessa che nel ritratto di Capote piangeva Mrs. Collier, che dopo aver coltivato il talento di entrambe le Hepburn aveva voluto anche lei, perché aveva letto nei suoi occhi qualcosa di forse troppo fragile per il palcoscenico, ma che solo la pratica devota del teatro poteva far brillare.

Una goccia di verità intima, la scintilla senza la quale gli artisti non si possono dire tali. Questo vale, forse, soprattutto per le attrici. O almeno, questa è l’impressione che da Valentina Picello, e che con lei sembra condividere Claudio Tolcachir, arrivato al Piccolo Teatro di Milano per dare a Picello, racconta a Christian La Rosa “il maestro dei nostri tempi” capace di cambiare la traccia del suo mestiere e forse, confida, riportare a se stessa una parte della sua stessa vita.

Partendo da dietro le porte delle case di Buenos Aires, dove il suo teatro prendeva forma con quel che c’è, con amici e parenti, senza una tecnica ma con la sensibilità per svelare, a un’artista, se stessa.

Lo ha fatto, racconta l’attrice nata a Bari, in un modo molto lontano da quello degli altri che ha incontrato lungo la strada, a partire da Ronconi che la fece debuttare a 20 anni. Tolcachir non ha un metodo da imporre, ma una sincerità da e-ducare, far emergere come la maturazione di un segreto cambia le parole che si esprimono. Non idee da imporre, quindi, ma la scoperta che il tono o il senso di una battuta si danno da sé, nell’azione scenica, quando questa si è fatta, da sé, una cosa sola con la comprensione e la sensibilità dell’attore.

Solo così, forse, si poteva portare in scena l’Anna Cappelli di Annibale Ruccello, prova d’attrice per fuoriclasse. E Picello come tale la gestisce – più forte anche di un riallestimento dell’ultimo secondo causa maltempo che costringe a ripensare, ristretta, la messa in scena.
Rende autentica con un esercizio di controllo abbagliante dei propri mezzi espressivi (quando sarebbe stato fin troppo facile lasciare a briglia sciolta l’emozione) l’implacabile disperazione di una donna persa perché sola.

Molto si è scritto, della figura ruccelliana, della sua assenza di senso critico, della debolezza. Nel filtro attraverso di sé che ne fa Picello ha, invece, lo strazio epico di una Medea del Novecento, che al mondo, all’uomo che ama, e forse a se stessa, chiede soltanto il diritto di appartenere, a qualcosa o a qualcuno.

Espone se stessa, la sua solitudine e la povertà, profonde come solo quando dipendono l’una dall’altra. E la fame di esistere che conosce ogni vita, ogni corpo, quando ha poco da offrire. Afferra parlandoci i fantasmi di un passato a cui rendere ragione di se stessa, delle scelte compiute e degli strappi, quando affermare se stessi passa anche – e forse soprattutto – dal fuggire dalla propria famiglia che, fin troppo facilmente, le dà l’impressione di volerla rimpiazzare, con qualcuno abbastanza simile a lei, come una sorella, da non farne sentire l’assenza.

Così diventa una sorta di elisione persino la semplice cessione di una stanza alla sorellina “minore, figlia di piccola gente, impudica per passività, indecente per obbedienza, che corre dietro ai fratelli più grandi, e ride e piange con loro, per imitarli”. Sono le parole che in La rabbia, Pasolini usa per raccontare Marilyn, e fa impressione quanto possano raccontare Anna, calata in quegli stessi anni Sessanta, disperatamente tesa tra la leggerezza (che potrebbe, come qui, suonare con Raffaella Carrà) e un bisogno di senso che non può più essere dio ma ne cerca le forme, e lo supplica come si potrebbe fare con un amante: “tu sei la mia vita, altro io non ho…”.

La straordinaria forza interpretativa di Piciello, in questo senso, acquista ancora più valore se la si mette in relazione all’esercizio di sincerità occorso per produrla che, dopo essersi svolto a porte chiuse nelle prove che dalle classiche “italiane” al tavolino, con Trolcachir si facevano “portoghesi” , – con il ritmo sincopato di quei suoni nel non essere mai uguali a se stesse – si svolge anche di fronte al pubblico del Genesio Fest, e lo travolge, come sempre il teatro dovrebbe fare, nel suo essere incontro tra umanità.

La Piciello svestita di Anna che si presenta al dialogo che precede lo spettacolo è generosa di risate, di quelle istintive e senza misura, che servono a proteggere un animo esposto, e più ancora lo è di evocazioni di un vissuto non avaro di ferite, di mancanze, di fughe e di paura. È così intimamente sua, Anna Cappelli, perché forse in lei, confida, e nei suoi fantasmi, ha potuto richiamare a se una famiglia da cui ha avuto bisogno di cercare una misura di distanza.

È così autentica perché solo la povertà, l’assenza di alternative, ti costringe a imparare l’arte dell’ingegno e a dimenticare la paura di non avere protezioni.

Solo così il teatro può trasfigurare in scena un’attrice al grado di composto lirismo che ha mostrato Picello, – qualcuno, prima dello spettacolo, evocava non impropriamente Eleonora Duse, la sua devozione alla scena e la sua capacità di vibrare all’unisono col pubblico – solo se hai evocato alcuni tuoi istanti di così intima solitudine (il filo rosso che unisce gli spettacoli scelti per il Ginesio Fest).

Puoi fare “mio, proprio mio di me”, come direbbe Anna, un luogo fragile come il palcoscenico solo se hai saputo offrirti al pubblico con l’incoscienza del volo senza rete e la purezza di una “bellissima bambina”: è, ancora una volta, la descrizione che Capote da di Marilyn dopo Marylin, ma con cui, si è scritto “dovrebbero essere considerate tutte, assolutamente tutte, le donne con le ossa spolpate dall’anima e dal talento”.

E se Anna Cappelli si spinge fino a mangiare colui a cui si è data purchè continui ad appartenerle, Valentina Picello si fa, fosse anche solo per una sera, un esempio della vocazione alla scena e, come un’altra rispetto a poche ore prima e insieme il suo esito, si mangia il palco, perché le appartiene.

immagine per Chiara Palumbo
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Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.

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