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Tracce di teatro davvero accessibile: quando il bosco diventa palcoscenico

di Chiara Palumbo

La cultura è un diritto di tutti, ma per molte famiglie con bambini neurodivergenti il teatro resta inaccessibile — non per scelta, ma perché l’offerta non esiste.
Si parla moltissimo di accessibilità, ma raramente, per praticarla, si va oltre qualche piccolo, relativamente dispendioso, apparato a supporto di uno spettacolo che esiste già, che taglia fuori, sovente, molte persone da una inclusione nellp spazio teatrale che sia autentica. Partendo da questo – amaro – dato, la compagnia Artevox, arriva a riscrivere le regole.

Debutta infatti a giugno «Tracce», il primo spettacolo italiano itinerante nel paesaggio dedicato a bambini e ragazzi nello spettro autistico o con disabilità cognitiva.

Una coproduzione internazionale firmata, con ArteVOX,  da Campsirago Residenza, Pandemonium Teatro e Bamboozle Theatre Company che arriva al festival Vimercate dei Ragazzi il 5 e 6 giugno, in prima nazionale.

Un’idea per colmare un vuoto: un percorso sensoriale all’aperto, non verbale, con musica in cuffia, pupazzi, suoni dal vivo e la natura come scenografia. L’esito di un concept collettivo firmato da Marta Galli e Michele Losi — che ne cura anche la regia — insieme a Bamboozle.

Un processo lungo, frutto di studio, costruzione e di un ripensamento strutturale del fare teatro, che muove però da esperienze e metodologie consolidate nel teatro inclusivo internazionale. Ne abbiamo parlato con Marta Galli, fondatrice di ArteVOX Teatro, e con Michele Losi, regista.

Marta, Raccontaci ArteVOX: come nasce e quale percorso ha portato fino a questo spettacolo?

ArteVOX è una compagnia di produzione che nasce nel 2008. I primi anni abbiamo lavorato sul teatro serale per adulti, seguendo percorsi di teatro civile: l’antimafia, i diritti delle donne, figure come Antonio Gramsci, Peppino Impastato, Aldo Moro. Siamo stati al Piccolo Teatro nel 2013, all’Elfo, al Teatro India, con tournée nazionali.

Nel 2012-2013 vinciamo un bando per aprire un nuovo settore: il Teatro per le Nuove Generazioni. Iniziamo a produrre spettacoli per bambini — anche perché in quegli anni due delle tre socie, compresa me, diventano madri. Salto un decennio e arrivo alla svolta più recente: il tema dell’accessibilità culturale.

Era il 2019 e viaggiavo molto in Europa per festival. In Spagna incontro la presentazione di Safe Place, un festival di Tel Aviv completamente dedicato a bambini nello spettro dell’autismo e neurodivergenti. Le due direttrici artistiche mi aprono un mondo.

Torno in Italia e cerco cosa esiste sul tema: quasi nulla. Non sull’accoglienza dei pubblici con disabilità nelle sale, almeno. Compagnie che lavorano con attori con disabilità sulla scena, sì — ma come accogliere i pubblici? Tutta un’altra storia.
Nel frattempo lavoravo per un grosso teatro milanese dove ogni mattina arrivavano classi di bambini per gli spettacoli scolastici.

Mi rendevo conto sempre più spesso che i bambini autistici — statisticamente almeno uno per classe, il 5% della popolazione scolastica — venivano sistematicamente fatti uscire nel foyer. Espulsi dalla fruizione culturale perché vocalizzavano, non stavano fermi.

La proposta palco-platea tradizionale non era quella giusta per loro. Mi sono detta: non sono loro a essere sbagliati, è la proposta che stiamo facendo noi come operatori culturali.

immagine per lo spettacolo Tracce, compagnia ArteVox

E da lì com’è nata la risposta concreta?

Nel 2022 presentiamo al Ministero un progetto di ricerca e formazione per portare all’estero sei compagnie italiane di teatro ragazzi, selezionate tramite call, a imparare a lavorare sull’accessibilità in Inghilterra.

Siamo andati in residenza a Leicester con Bamboozle Theatre Company, una delle più consolidate al mondo nel teatro inclusivo per persone con disabilità cognitive profonde.

Poi una seconda settimana a Londra, allo Unicorn Theatre. L’idea era: andiamo a imparare da chi lo fa, e non solo noi — più colleghi e artisti possono incontrare questo mondo, più si può sperare in un cambiamento di sistema.

Tre anni dopo posso dire che tutte le compagnie che ci hanno accompagnato hanno iniziato a lavorare su questi temi. C’è anche un trend, è vero —. Ma dipende come la affronti.

Come si fa bene, secondo te?

La prima cosa che direi è: studiare. Guardare chi lo fa già, con serietà. In Italia negli ultimi tre o quattro anni sono nate delle buone pratiche, e all’estero c’è ancora di più. Poi calare il tutto nella propria realtà, con i propri linguaggi, non copiare. E, fondamentale: mantenere sempre la relazione con le persone che vivono sulla propria pelle una condizione di disabilità.

Lavorare con le comunità, coi centri diurni, coi bambini autistici. Le cose le capisci davvero solo se le vivi, o se ti lasci guidare da chi le vive quotidianamente.

Noi abbiamo una disability consultant nel nostro staff: una persona con disabilità, ricercatrice e attivista, che ci garantisce che ogni scelta — di comunicazione, di ricerca artistica, di progettualità — parta da una lente antiiabionista, antirazzista, intersezionale. È una presenza irrinunciabile.

Dopo la ricerca in Inghilterra, come avete messo a terra il lavoro in Italia?

Siamo tornati e abbiamo avviato la prima produzione di ArteVOX dedicata esclusivamente a persone con disabilità cognitiva e neurodivergenti: Il Giardino Segreto. Mette in pratica il Bamboozle Approach — basato sulla creazione di spazi abilitanti: il punto è che sono i contesti a disabilitare, non le persone.

Se io entro in una stanza completamente buia sono io a essere disabilitata, rispetto a una persona cieca o ipovedente che si muove in quel contesto con sicurezza.
Cinque partecipanti alla volta, accompagnati dai loro caregiver, esploravano i cinque regni del creato attraverso i sensi — per cinque giorni consecutivi.

La prima volta incontrano gli animali, poi le piante, il mare, il cielo, i sassi. Coi 5 sensi e poi il senso cinestetico, il caldo e il freddo, il vicino e il lontano, la luce e il buio. A oggi abbiamo fatto 65 repliche in tutta Italia. 95 persone sono andate a teatro per la prima volta.

Come descriveresti l’accessibilità che cercate di praticare?

Per noi l’accessibilità è garantire un diritto. C’è chi non può scegliere di andare a teatro o meno semplicemente perché non esiste un’offerta per loro. Se crediamo davvero che la cultura sia un diritto, è un dovere di chi la fa garantire a tutti la possibilità di parteciparvi. Altrimenti che diritto è?

Veniamo a «Tracce». Come nasce questo spettacolo?

Da una proposta che ho fatto a Michele Losi: unire la sua competenza sul teatro in natura e itinerante — che Campsirago sviluppa da anni — al teatro accessibile. Mettere insieme questi due linguaggi per creare uno spettacolo dedicato a partecipanti neurodivergenti, da fare in natura.

Abbiamo fatto un primo anno di residenza tra Leicester e Campsirago con Bamboozle, Poi nel 2025 e nel 2026 ci siamo rivisti con Bamboozle per tre settimane a Campsirago per l’allestimento dello spettacolo, al festival Vimercate dei Ragazzi — che gestiamo insieme a Campsirago, Ale’è Teatro e In Vento — all’interno di due parchi naturali meravigliosi, il contesto ideale.

Com’è strutturato lo spettacolo?

La struttura è ciclica, molto definita. Manteniamo l’impostazione di Bamboozle: si inizia con la Welcome Song, una canzone breve e originale in cui ogni partecipante viene accolto con il suo nome. È un modo per dire: ti aspettavo, c’è un posto per te qui. Questi bambini si trovano spesso inadeguati in tutti i contesti, perché i contesti raramente sono adeguati alle loro esigenze. Noi vogliamo dire il contrario.

Dopo la Welcome Song si parte con una mappa, alla ricerca di Tessy — una femmina di tasso, un pupazzo animato da una delle attrici. Si arriva alla sua casa, dove lei ci offre un tè e poi parte il viaggio. Nel percorso ci sono due tappe principali: la musica e il cielo.

Alla tappa della musica i partecipanti mettono le cuffie, trovano un microfono scenografato in natura e cominciano a produrre suoni con materiali naturali — sassi, legni, foglie, conchiglie — che vengono raccolti, editati live dal sound designer e restituiti in cuffia.

Le persone autistiche spesso usano le cuffie per proteggersi dai suoni esterni, ma qui i suoni che arrivano sono i propri: sentono la propria voce, le proprie creazioni. La reazione è sempre straordinaria.

Poi c’è la tappa del cielo: ci si sdraia, si guarda in su, si usano degli specchi per vedere il mondo da prospettive diverse. Infine si ritrova Tessy che ha trovato i suoi cuccioli — dei guantini con la faccina da tasso che ogni partecipante può indossare e con cui giocare. Si torna alla stazione di partenza, dove la Welcome Song diventa Goodbye Song.

Qual è il tuo ruolo in scena?

Faccio la guida — in alternanza con Anna Maini, la mia socia. La guida non è un personaggio: mi presento ai partecipanti come Marta e li accompagno fisicamente da una tappa all’altra. Ho un costume, sono dentro al mondo dello spettacolo, ma posso fermarmi se un bambino deve allacciarsi una scarpa, parlargli, aiutarlo. Gli inglesi lo chiamerebbero stage manager.

Gestisco quello che accade, tengo il gruppo, porto i partecipanti lungo il percorso con una corda di canapa a cui possono aggrapparsi. Sono il custode, il luogo sicuro, il tramite tra partecipanti e performer.

Si parla molto di sostenibilità economica, in scena. È possibile anche per questo tipo di teatro?

Il teatro accessibile di per sé è fuori mercato. Inevitabilmente. Bisogna fare una distinzione netta tra cultura e intrattenimento. L’intrattenimento riempie le sale, e l’attuale sistema ministeriale premia chi fa numeri: più spettatori hai, più fondi ottieni.

La ricerca, l’innovazione, i linguaggi che vanno incontro all’accessibilità — queste cose non si possono ammortizzare. Per fare «Tracce» abbiamo lavorato tre anni tra Italia e Inghilterra. E ogni replica accoglie al massimo dieci spettatori, con cinque attori in scena. Non può funzionare come un normale mercato.

Noi ci sosteniamo con i bandi. Otto per mille Valdese, Fondazione di Comunità Monzabrianza, Cariplo. Non esiste un’alternativa al finanziamento pubblico o filantropico per questo tipo di lavoro. E non mi sembra giusto che sia diversamente: il teatro accessibile è al confine col teatro sociale, e come abbiamo il medico di base garantito dallo Stato, perché la cultura accessibile dovrebbe essere diversa?

In una società che crede davvero ai diritti, questo dovrebbe essere riconosciuto come un servizio primario, non come un costo aggiuntivo opzionale.

Quello che manca in Italia sono le politiche. Il ministero nella migliore delle ipotesi ti fa flaggare la casellina: cosa fai per l’accessibilità dei tuoi pubblici? Hai aggiunto i sovratitoli? Flaggato. Ma è la punta dell’iceberg.

L’accessibilità vera significa formare il proprio staff, cambiare i tempi di produzione — perché non puoi chiedere a chi lavora con persone con disabilità di fare giornate di otto ore — e cambiare l’approccio al lavoro in tutte le sue forme. Questi sono costi reali, e nessuno ne parla.

Sulle nostre magliette di ArteVOX c’è scritto: “Il capitalismo è un evento di disabilità”. E non è uno slogan.

immagine per lo spettacolo Tracce, compagnia ArteVOX

Con Michele Losi, regista di “Tracce” scopriamo come si costruisce questo tipo di spettacolo.

Come sei arrivato a questo progetto?

Con ArteVOX ci conosciamo da almeno quindici anni, e negli ultimi anni abbiamo collaborato al festival Vimercate dei Ragazzi, sapendo che noi avevamo già lavorato su una performance — Alberi Maestri — sul teatro accessibile per persone cieche e sorde, e avendo collaborato con festival come quello che organizzava Fattoria Vittadini a Milano sull’accessibilità dello spettacolo dal vivo, abbiamo ragionato sulla possibilità di partecipare insieme a un bando ministeriale — Boarding Pass — per un periodo di ricerca su questi temi.

C’era anche un dato concreto che ci aveva colpiti: nelle nostre produzioni in natura e immersive erano venute più volte famiglie con bambini autistici, e l’esperienza per loro era stata molto positiva. Sia l’ambiente naturale che il teatro immersivo sembravano funzionare.

Dopo la prima fase di ricerca, abbiamo deciso di produrre uno spettacolo: «Tracce». Un lavoro che mette insieme teatro nel paesaggio, teatro immersivo e le tecniche di Bamboozle — quarant’anni di esperienza. È nato da un percorso di ricerca durato circa due anni e mezzo.

Quali sono le specificità di uno spettacolo itinerante per persone neurodivergenti? Che tipo di sfide comporta?

Le tecniche del teatro nel paesaggio erano già di partenza molto adatte. Quello su cui ho lavorato molto è stata la drammaturgia: ridurre la quantità di informazioni, lasciare tempo sufficiente perché ciascuna azione si sedimenti. E costruire una dinamica di spettacolo molto rituale — ogni passaggio è un passaggio di esperienza che i bambini compiono direttamente.

Per esempio, alla Welcome Song, oltre all’accoglienza e al canto, viene consegnato ai partecipanti uno zaino-cuscino su cui possono sedersi nelle varie tappe. La destinazione è un personaggio da scoprire: non una figura guida, ma un abitante del bosco da seguire, da osservare.

Da quel momento in poi gli attori agiscono più come funzioni che come personaggi, costruendo piccoli rituali — entrare nel bosco, fermarsi sotto gli alberi nella “stanza della musica”, sdraiarsi a guardare il cielo. Una storia molto semplice, con tempi molto dilatati, in cui i ragazzi possono davvero godersi ogni fase.

Come cambia il tuo lavoro con i performer in questo tipo di contesto?

Amo molto lavorare sulle funzioni dei personaggi, e gli attori di Campsirago sono abituati a questo approccio. Quello su cui ho lavorato molto con tutti i performer è stato togliere: non costruire un personaggio con caratteristiche psicologiche, ma essere sempre, ad ogni tappa, pienamente presenti in quel momento preciso.

Sapere qual è il passaggio di soglia che si vuole attivare, e portarci ciascuno dei bambini — senza imporsi, senza recitare in senso classico. Un lavoro di spoliazione. Nel teatro contemporaneo si va già in questa direzione, ma qui chiedo ancora di più: un’essenzialità assoluta nella relazione con l’obiettivo di ciascuna azione.

Cosa aggiunge la natura come contesto, rispetto al teatro tradizionale?

In natura succedono accadimenti imprevedibili che, se i performer sono pronti a coglierli, amplificano il senso di quello che sta accadendo. Inizia a piovere, passa un uccello vicino al pubblico, un raggio di sole colpisce un oggetto: queste cose assumono immediatamente un significato molto profondo.

La natura aiuta a evidenziare e potenziare le sorgenti di relazione — sia dei performer che del pubblico — e alimenta l’aspetto creativo e immaginativo di tutti.

Certo, ci sono molti accorgimenti: sapere dove sarà il sole a quell’ora, come si comporta il vento in inverno, come la luce cambia il carattere di uno spazio. Ma il risultato è che il corpo si attiva — e un corpo attivo porta con sé un pensiero diverso.

Questo vale per tutti, a prescindere dalla neurodivergenza. E per i bambini nello spettro autistico ha un effetto ulteriore: la natura ha qualcosa di calmante, riduce l’ansia, abbassa la soglia di stimolazione sensoriale che in una sala teatrale tradizionale potrebbe invece diventare un problema.

La musica in cuffia è un elemento molto specifico di «Tracce». Come funziona e perché è così centrale?

I bambini neurodivergenti spesso usano le cuffie per ripararsi dai suoni improvvisi del mondo esterno. Già riconoscerle come strumento familiare è un elemento rassicurante. Ma quello che succede poi è più interessante: i partecipanti si rendono conto che sono loro stessi ad agire sulla musica.

C’è una base, c’è un musicista, ma quello che entra nelle cuffie viene anche da quello che loro suonano — con strumenti semplici ma ben sonori, accordati con la musica del sound designer. Il suono che producono entra nel microfono ed entra nel tessuto musicale che accompagna tutta la scena.

Questo crea un clima di fiducia molto potente: la musica non ti accade, la fai tu.

Cosa hai imparato da questo processo che vale la pena trasmettere?

Il punto di fuoco è stato questo: immaginare non tanto una drammaturgia tradizionale, ma i vari passaggi di stato che il pubblico poteva compiere nell’arco di un’ora di spettacolo. Capire dove volevi portarli emotivamente, sensorialmente, relazionalmente — e costruire ogni azione in funzione di quello.

E poi il tempo. Non è un lavoro che si fa in un mese. Due anni e mezzo di sperimentazione — a Leicester, a Torino, poi le prove aperte a Campsirago con bambini e educatori.

Ogni fase di test ha restituito qualcosa di fondamentale. Questo, forse, è la cosa più importante che ho portato via da questo lavoro: la necessità di prendersi davvero il tempo.

immagine per Chiara Palumbo
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Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.

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