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Nuda proprietà. L’amore e la vita che travolgono. Anche a 60 anni

di Chiara Palumbo

Il tempo: quello di una donna, che – superati i sessant’anni – corre nel verso opposto con il sogno di arrestarne lo scorrere e i segni a forza di fiumi di parole.

Quello lento di un uomo di qualche anno più giovane, abituato ad ascoltare gli altri piuttosto che a raccontare se stesso.

Tempo che si dilata quando i due scoprono di provare sentimenti che ormai non ritenevano più possibili.

E che poi si accorcia, improvvisamente, nel modo più brutale, quando l’ineluttabile irrompe a dare agli eventi una necessaria acceerazione. Potrebbe essere questo il punto nodale di Nuda proprietà tratto da Piangi pure di Lidia Ravera, per la regia di Emanuela Giordano, che ha ripreso al teatro “Giuditta Pasta” di Saronno una fortunata tournèe lo scorso 7 novembre, in un teatro gremito, e davanti un pubblico che gli attori medesimi riconoscono caldo e partecipe.

Un ambiente scarno e minimalista – giocato sui grigi richiamati dagli abiti dei protagonisti – accoglie Carlo, uno psicanalista acuto e sfrattato da un basso al pianoterra, quando gli viene subaffittato uno studio da Iris, dissipatrice accanita che si trova a dover vendere il suo solo bene – la nuda proprietà della casa – al migliore offerente, l’inquietante Marra Pietro, ai cui occhi è costretta a fingersi – con risultati particolarmente comici – molto più malandata di quanto non sia.

La necessaria coesistenza e un progressivo ma inesorabile svelarsi l’uno all’altra di Iris e Carlo li porterà ad avvicinarsi finchè, contro le certezze di entrambi, riscopriranno la forza di un amore che arriva anche quando non lo si aspetta più.

Una forza capace di affrontare il contraccolpo improvviso della scoperta di un male che lascia a Carlo un breve orizzonte e a Iris lo spasmodico desiderio di riempirlo, e che li porta a scegliere di trascorrere al meglio ed insieme, il tratto di strada che li attende.

Una relazione capace di far crescere e mutare ancora entrambi: di pacificare l’una con il proprio tempo e i propri mai affrontati terrori, e l’altro con la propria professionale misura e pacatezza, a lasciarsi travolgere, a vivere appieno la vita che il destino gli concede

Nel frattempo, sarà la bella e nullafacente nipote di Iris, Melina, a sparigliare ulteriormente le carte dell’acquisizione della propietà da un lato, e ad aiutare dall’altro nonna Iris ad affrontare ciò che ha scelto di vivere.

A incarnare alla perfezione la vitalità, l’ironia, e la profondità di Iris è una Lella Costa che per la prima volta rinuncia ai suoi apprezzati monologhi per calarsi nei panni dell’interprete di testi altrui affrontando l’ipotetica difficoltà dell’adattamento a tempi dettati dalla condivisione della scena, con naturalezza e grande forza interpretativa, cucendosi addosso un ruolo che le calza, e che porta, senza una sbavatura.

Accanto Iris ha un Carlo di pari spessore, un co-protagonista – Paolo Calabresi – a sua volta credibilissimo, il quale dimostra -dopo una lunga serie di ruoli televisivi- la sua capacità di gestire i tempi e i modi teatrali dando corpo a un personaggio che spicca per finezza di costruzione e interpretazione.

Melina e Pietro Marra sono i giovani Claudia Gusmano e Marco Palvetti, che in questa ripresa della pièce riescono con abilità ad evitare lo strisciante pericolo di rendere macchiettistici due personaggi delineati in modo più netto.

Una commedia in dieci quadri, tratteggiati da una azzeccata scelta di silenzi e musiche – ad opera di Antonio Di Pofi – di luci e buio, che ricamano ed evidenziano la carica emotiva delle scene.

Il testo è un costante crescendo che, partendo nei toni allegri della commedia si fa via via tragico, non solo per la svolta degli eventi, ma per la profondità degli argomenti che tocca e dei modi nei quali li sviscera, trattandoli pur sempre con una assoluta ed elegante levità di fondo che consente a chi guarda di trovare il sorriso nelle pieghe del dolore, di ridere e commuoversi nella stessa scena senza soluzione di continuità, ritrovando in Iris e Carlo tutta la concretezza e le contraddizioni della vita.

immagine per Chiara Palumbo
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Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.

2 risposte

  1. A 60? Ma anche a 70 e a 80, e ho visto amori e passioni fiorire in corpi e menti 90enni straordinari. Banalità? Verità: l’amore non ha età…!

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