Progetto Cross 2018 #1. Cross Award. Un panorama di idee feconde e originali

Che cos’è la performance, e quindi cos’è l’arte performativa?
Il termine è di per se stesso nebuloso, di confine, molteplice. Riassume, nell’impossibilità di definirlo, una pluralità di mezzi e un incontro di strumenti. Un incrocio, dunque, ovvero il tema che fonda il progetto Cross, che a Verbania, attraverso il premio e il progetto residenziale omonimo, si pone l’obiettivo di sostenere le arti performative contemporanee.

Le seicento candidature pervenute in quattro anni, spiega Antonella Cirigliano, garantiscono «uno sguardo ampio e molto preciso su cosa è oggi il contemporaneo», e lo offrono anche al pubblico convenuto ad assistere alle tre restituzioni dei progetti Black Hole, della compagnia statunitense di Shamel Pitts, D.A.K.I.N.I delle torinesi AjaRiot, e Aspra, delle compagnie Phoebe Zeitgeist e The Verge Of Riuns.

In questi primi, parziali studi, 25-30 che fissano punti diversi del cammino di questi lavori, se danno una risposta a quale sia la definizione di contemporaneo la individuano soprattutto nella varietà e in un crescendo di inquietudine.

Il primo, in scena in una black box ricavata all’interno di Casa Ceretti, è un’espressione di danza contemporanea ormai compiuta, pronta a debuttare a dicembre al Museo Nazionale di Tel Aviv. Quasi partoriti dal buio, la brasiliana Mirelle Martins, la statunitense Joy-Marie Thompson e Tushrick Fredricks dal Sudafrica hanno corpi d’ebano e volti che evocano maschere antiche. In una trama di movimenti viscerali e plastici i loro corpi si separano e si ricompongono, come i vissuti della «diaspora africana» da cui tutti e tre provengono.

Infatti chiamano «afrofuturismo», quello che portano in scena, in un pulsare in costante crescendo di bassi che non cercano la coerenza con il movimento, ma sfidano il pubblico a una dicotomia inseparabile di suoni violenti e assordante silenzio, su cui Lucca De Carlo (brasiliano a sua volta) disegna una ardito e suggestivo videomapping di voce e suono, in cui un proiettore basta a rifrangersi, a moltiplicarsi in pioggia e a seguire i performers facendo dei loro corpi delle macchie di colore o amplificandone gli stati d’animo in un viaggio immersivo ed empatico.

Un rapporto, quello tra corpo e tecnologia, che è il cardine del lavoro delle AjaRiot. In una messe enorme di strumenti e stimoli, tra proiezioni, teatro danza e persino musica, c’è un solidissimo impianto teorico a sostenere il lavoro, che fa propria ed elabora, attraverso una drammaturgia autonoma e originale, la lezione del femminismo chiamato a confrontare le «biopolitiche del corpo» con l’emersione sempre più pervasiva e non sempre consapevole della tecnologia.

Sono infatti Paul B. Preciado, Judith Butler ma soprattutto il Manifesto Cyborg di Donna Haraway la fonte di un’analisi originale e articolata, che rivendica la contemporaneità delle riflessioni di teoriche che proponevano l’assunzione di «una nuova identità cyborg che può indicarci la via d’uscita dal labirinto di dualismi attraverso cui abbiamo spiegato a noi stessi i nostri corpi e i nostri strumenti».
Nello stretto spazio scenico emergono quindi, in una serie di quadri in cerca di coerenza, una moltitudine di DAKINI, la risposta scenica all’esortazione di Haraway ad «andare fino in fondo alla nostra postmodernità, assumendo responsabilità per la corporalità virtuale che ci caratterizza».

Il collettivo piemontese porta quindi sulla scena quella che così non è più futuro teorico, ma una realtà possibile in cui l’intelligenza artificiale e il corpo femminile, l’arte e l’ingegneria coesistono. e l’ambiguità è eletta a regola fertile, le protesi tecnologiche sono esse stesse corpo, sottolineatura di ciò che già accade. L’espediente dell’universo post-apocalittico in cui le donne sono state sostituite dai cyborg alla ricerca di sé diventa così il mezzo attraverso cui le performer Isadora Pei, Camilla Soave e Federica Guarragi – in un’architettura visivamente densa che procede per accumulo – indagano il femminismo e il suo futuro esprimendolo attraverso l’arte: «se posso raccontarmi allora posso anche immaginarmi».

Lo fanno attraverso un testo suggestivo, elaborato dalla compagnia, che pone uno dei problemi cardine che questo festival non può eludere: quale deve essere l’obiettivo della performance? Il festival, nelle parole di Cirigliano, risponde: offrire «nuove visioni, ricerca di visioni alternative, terze vie ancora da inventare, nuovi modelli di invenzione fuori dal già visto». Ma esse devono passare attraverso una limatura del testo, come chiede un pubblico sorprendentemente avvezzo allo strumento performativo, in funzione di una più chiara evocatività visiva, oppure hanno necessità di trasmettere un messaggio potente, che quindi non può prescindere da un impianto narrativo e quindi anche testuale?

Questa seconda è la strada scelta da Phoebe Zeitgeist e The Verge Of Ruins, che proprio dai testi muove, contestando la distinzione tra performance e teatro che, secondo il regista Giuseppe Isgrò porta già in sé la molteplicità di linguaggi che questo festival accoglie.

I testi di cui la compagnia di Isgrò si serve sono quelli di autori rifiutati o marginalizzati, «fatti fare fuori dalla società». È qui che il regista riconosce il contemporaneo: «antiprogressivo, rifiutato, scorretto, capace di sperimentare tutti gli estremi». Ci sono quindi le parole di Fassbinder, di Bataille e Mishima nel dirompente testo – il più prettamente teatrale dei tre – che la dramaturg Francesca Marianna Consonni confeziona. Ma c’è soprattutto l’universo lisergico, spietato e disperante di Copi, e della sua Eva Peron, che qui si trasforma in una maschera d’angoscia e disgusto di un potere in disfacimento.

In un’atmosfera cupa e postpunk, interessante anche la sperimentazione sonora della compagnia, in cui il suono elettronico dal vivo di Stefano De Ponti e Shari DeLorian si accompagna a una variegata sperimentazione sulle distorsioni, ottenute talvolta con mezzi approntati per l’occasione. Quello di Francesca Frigoli, Daniele Fedeli e Chiara Verzoli è un rentativo di messa in scena dell’indicibile, che da Copi mutua la tipica esasperazione di sessualità (che qui si esprime in dominazione).

Le donne sono mantidi, le bocche degli uomini spoche di rosso che può essere rossetto come sangue, i generi compresenti e superati, sesso e morte si compenetrano e nessuna provocazione è lesinata. In questo lavoro, innocenza e corruzione, sincerità e delirio non sono più scindibili l’una dall’altro, perché l’obiettivo è: «mettere gli uomini a conoscenza di verità che non sono in grado di adempiere».

Fuori di dubbio, la selezione di Cross sta a dimostrare la fecondità delle idee che compagnie adeguatamente supportate sono in grado di esprimere, e la loro capacità di scovare ancora vie originali, senza paura degli aspetti più cupi e viscerali della realtà perché «quando sono tormentati dall’idea della bellezza gli uomini di questo mondo, anche senza volerlo incorrono in foschi pensieri».

Info: www.crossproject.it/cross-project

Chiara Palumbo

Chiara Palumbo

Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.

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