Quanti modi ci sono di raccontare una storia?
E soprattutto, qual è il ruolo della storia sulla scena, intesa come il dipanarsi degli eventi e la costruzione della sua narrazione? La posizione di Daniele Timpano, che porta al Teatro PimOFF Caccia ‘l drago, lettura fortemente timpanesca di un racconto di Tolkien, è sarcastica quanto netta: “il teatro non è la storia, la tramina” ma la via che scegli per farle vita.
Partendo da qui, può avere senso aprire una riflessione che si pone in – forse solo apparente – antitesi, tra questo e un altro lavoro, visto al Teatro Elfo Puccini, Ivan e i cani di Federica Rosellini, ambientato in Russia ma di penna dell’autrice inglese Hattie Naylor, tradotta da Monica Capuani.
Apparentemente, due monologhi che non potrebbero apparire più distanti.
Scanzonato e surreale l’uno, teso e drammatico l’altro, calato con ironia nell’Inghilterra medievale il primo, sprofondato nel cupo sottoterra della Mosca sovietica il secondo. Ad avvicinarli c’è, però, da un lato la forma della favola, nera, nerissima nel caso di Rosellini, con un respiro più lieve nell’ironia di Timpano, e la presenza – preponderante – dei cani, corpi simbolici.
Per Timpano il frenetico scuotersi di un drappo nero mentre per Rosellini sono un’evocazione di calore modulata con le parole, e la protezione di un feroce abbaiare a difesa di una creatura più fragile, Ivan, ragazzino sradicato con la fuga da una famiglia di appartenenza solo di sangue per trovarne, sulla strada, una di elezione – sognandone una sulle riviste fatta solo di un nome e di un volto – di cui non ha nessuna importanza la specie, e anzi, fa dei cani una possibilità di fiducia e affidamento istintivo e senza riserve che dagli umani non gli é stata mai concessa.

A cucire un filo tra entrambi gli spettacoli è peró la musica, tutt’altro che orpello scenico, ma protagonista, in dialogo col corpo dell’attore.
In Ivan e i cani, anzi, la musica elettronica suonata dal vivo si fa anche corpo scenico, dato che una postazione con tastiere, batterie elettroniche e sintetizzatori si frappone, di fatto, tra il corpo dell’attrice e quello dello spettatore, riempiendo lo spazio del palcoscenico.
Per Timpano invece, la musica si é, al contrario, fatta eterea nel tempo. Questo lavoro – spiega l’attore sugli applausi – nato infatti come il secondo monologo della sua intensa produzione, prima della fusione dei percorsi con la compagna di sempre, Elvira Frosini, era infatti pensato come accompagnato da un gruppo di strumentisti, poi ridottisi per esigenze pratiche a un solo pianoforte, poi a una tastiera, e infine all’uso di basi che lasciano spazio, invece, al corpo dell’attore in un linguaggio scenico fatto di movimenti talora piccoli e talora enfatici, talvolta ironici e talaltra lievi, che l’attore romano ha costruito negli anni come una cifra stilistica precisa, nata per un’esigenza e – oggi è evidente – fattasi lingua personale, riconoscibile e con la quale vestire le storie da cui si fa attraversare.
E se di lingua si parla, in quelli che sono di fatto due racconti, pensati per la pagina e non per la scena, inevitabilmente e acutamente anche la parola si fa musica, in forma di ripetizione, cellula ritmica ostinata, eco del buio di certi romanzi di solitudine e violenza o parodia dei menestrelli e dei cantori da cui traiamo l’immagine di una Britannia antica e immaginaria.

Se però per Rosellini tutto si demanda al suono, dentro al quale il corpo di ragazzino (coi suoi pantaloni corti e i capelli biondissimi, nei tratti elegantemente androgini dell’attrice) quasi sprofonda, la narrazione di Daniele Timpano è tutta corpo, che gioca e sfida lo spettatore con la sua mobilità follettesca e con lunghe, eloquenti stasi che chiamano la reazione divertita degli astanti.
Una partitura fisica che, nella sua apparente leggerezza delle forme richiede una grande maestria tecnica per essere gestita, come ne richiede l’immobilità di Rosellini per riuscire a non svuotare di senso il suo racconto.
Quando il teatro si confronta con la parola pura è infatti, obbligato a riscoprire il suo senso e la sua funzione – e torna la domanda: cos’è il teatro? A chi guarda, infatti, in entrambi i casi supplire con l’immaginazione.
Seguendo, per costruire le atmosfere la voce misurata, mai eccessivamente enfatica di Rosellini, che non cede alla facile emotività anche quando le pagine più dure della vita del giovane Ivan in strada lo consentirebbero, o lasciandosi spiazzare, per contro, dalle scelte sceniche di Daniele Timpano, vestito di un completo bianco sul quale spicca una sgargiante cravatta gialla e un paio di occhiali da sole che ammiccano a un moscone da cartone animato, per portare dentro a un mondo dove la brutalità – al contrario dell’altra – diventa quasi un gioco, e le spade sono ombrelli.
Ma del resto, se le favole sono strumenti per dare ai più giovani gli strumenti per decodificare la vita, e hanno noccioli serissimi anche quando i frutti sono all’apparenza sgargianti, entrambe le storie sono un omaggio ai margini. Se l’abbandono di Ivan, nella sua drammatica prossimità, ci risuona più spietato, quello del contadino britannico trovatosi suo malgrado raccontato come vincitore dei draghi senza aver nessuna fame di violenza fa eco da più lontano, ma parla ancora di cosa può accadere, davanti al potere, a chi non ha armi per difendersi.
Due visioni distanti ma personali, mature e portatrici di un percorso precisato negli anni, personale e autonomo, affascinanti e rotonde. Allo spettatore – lui si, bambino in mezzo ai grandi, scegliere come farsi porgere, a sera, le storie.
Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.





