Oggi, la dizione “teatro borghese” è – quasi universalmente – deteriore. La verità è che, invece, dentro ai salotti delle famiglie comuni, dove i padri hanno studiato e i figli cercano – a fatica – un posto in un mondo che non li ha previsti, ci sono ancora argomenti di cui parlare.
Temi di cui crediamo di aver detto ma che, una volta messi in scena, rivendicano tutta la loro scomodità. Il Teatro dei Lupi ha scelto di fotografare quello di cui, forse, la conciliazione tra le due posizioni opposte è strutturalmente più difficile: l’aborto.
Il motivo, lo squaderna efficacemente nel salotto che Secondo Luca costruisce al Centro Studi Circolo Caldara, dove un padre anestesiologo e cattolico, obiettore di coscienza, si trova a cercare di convincere una figlia diciottenne, rimasta incinta alla sua prima volta di un ragazzo conosciuto per caso, ma con gioia, nella sua fame di provare il mondo e i corpi.
Una giovane figlia del suo tempo; a cui è accaduta la gravidanza ma non la consapevolezza. Sa che quel figlio non lo vuole, sa che come comportarsi e parla con la lucidità e la maturità di chi, prima di quel giorno ad un concerto e di quel bel ragazzo con i capelli lunghi, non ha mai lasciato neanche per un momento che le cose semplicemente accadessero.

È uno spettacolo di visioni inconciliabili, ma forse – più e oltre che una sintesi dello stato dell’arte tra antiabortisti e chi rivendica il diritto all’interruzione volontaria (se non altro, come stabilita dalla legge di uno Stato che si vorrebbe laico), è un confronto tra visioni di mondo. Tra un’adolescenza presente al suo mondo e una generazione aggrappata al principio d’autorità per darsi senso, anche quando vorrebbe emanciparsene per trasformarsi in genitore moderno.
In scena c’è la restituzione di un tempo – questo – in cui la scienza, l’anagrafe, persino Dio, sono diventati un appiglio che disinnesca – anche a costo di diventare quasi grottesco – ogni ragionamento.
Così una riflessione su “pro” e “contro” di questa come di qualsiasi scelta si trasforma letteralmente in un gioco, in cui ad una giovane che rivendica il diritto di decidere sul proprio corpo, viene tolto – prima che quello – il diritto ad esistere come individualità e come adulta.
Una donna che sa cosa ha scelto per se stessa non sarà mai adulta abbastanza, consapevole abbastanza, finchè non si uniformerà – per forza, o per il più tossico e mostruoso degli amori senza via d’uscita – a quello che il maschile, autoritario soprattutto quando dichiara di non esserlo, ha scelto per lei.
Più che uno spettacolo sull’aborto, Secondo Luca è uno spettacolo sul patriarcato, dove è lui stesso che tra una parabola e una metafora cristologica e l’altra, poggia sul tavolo con apparente non curanza il pessimo stato di salute di un Paese dove il diritto alle donne di disporre di sé non esiste.
Dove rivendicare se stesse esige una fuga (fuori regione, se va bene) da quel biasimo, collettivo e individuale, dal paese intero alla farmacista, dalla professoressa di disegno) di cui il patriarcato porta le voci come spauracchi senza scampo.
E per una donna, l’amore che finge di cambiare non è che illusione: è prigioniera, dei velluti e dei mostri televisivi del suo salotto borghese, e di un patriarcato sempre più grottesco e mostruoso che si arroga il diritto di operare (letteralmente) lui solo sul corpo delle sue figlie.
E non basta riconoscerlo perché non vinca, nei panni di un padre o di uno Stato che, nelle sue leggi travestite da tutela dei diritti, gli fornisce le armi sotto forma di scadenze, di obiezioni di coscienza che non possono essere rotte nemmeno una volta, per esercitare il suo potere sul corpo di una e di tutte le donne (e in questo, la metafora religiosa che chiama Maria la giovane donna ne consegna, con pari efficacia, l’universalità).
Forse è un maschile fragile e disperato, ma è – ancora – un maschile che può permettersi, con un riso mellifluo, di sapersi protetto, perché “negli ospedali siamo tutti obiettori”, o semplicemente perchè ha convinto ogni figlia a fare i conti, oltre che con il mondo esterno, con il proprio senso di colpa.
È un patriarcato che uccide sapendo di farla franca, perché, se il diritto della donna si scontra con il muro dell’indisponibilità di ogni ascolto, quello del patriarcato può brandire la propria apparente disgregazione per essere consolato e autorizzato ad agire sostituendo a propria misura il confine tra giusto e sbagliato in “quello che è giusto per me”.
Detto tutto ciò, certo. Nel salotto delle famiglie borghesi restano aperte le domande su etica, bioetica, ciò che è vita per la fede e non lo è per la scienza, e nella mente delle donne il dubbio su quali ferite lasci agire – sia ripetuto fino allo sfinimento: sul proprio corpo – in questa direzione. E la risposta non può stare, saggiamente, che nella mente di ogni spettatore e, soprattutto, spettatrice come individuo.
Ma se Secondo Luca funziona è, soprattutto, per la capacità del testo di Alessandro Mauri di essere insieme assolutamente lineare e metaforico.
È merito – sotto la regia non invadente di Alberto Corba – della interpretazione matura di Bianca Serfilippi e Claudio Gay, che sanno dar spazio all’intensità dei sentimenti senza perdere la misura, evitando l’enfasi melodrammatica che ha lasciato in eredità la sua connotazione negativa all’idea di teatro borghese. Il dramma, invece. È che da questo testo si esce ancora scomodi. Non soltanto per i temi. Ma – ed è la cosa forse peggiore – perché fuori e dentro i salotti delle nostre famiglie siamo, ancora, questi.
Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.






