ultimi articoli dell'autore

Sarah: ovvero del come si racconta, dal libro alla tv.

di Chiara Palumbo

Un paesino della profonda provincia pugliese, una quindicenne che doveva andare al mare con la cugina, sparita per quaranta giorni e poi trovata morta, uno zio – reo confesso – che sta per uscire di prigione e una zia e una cugina condannate all’ergastolo che da dieci anni si professano innocenti.

Tutti ricordiamo il volto sorridente e i capelli biondi di Sarah Scazzi, e il delitto di Avetrana ha colonizzato molte delle estati recenti del Paese. Soprattutto i suoi palinsesti televisivi. Ed è lì che adesso torna, con una docuserie. Prodotta da Sky e Groenlandia, tratta dal libro inchiesta che – al caso – hanno dedicato i giornalisti Flavia Piccinni e Carmine Gazzanni.

In Sarah, pubblicato da Fandango Libri, i due giornalisti tornano – come già nei loro libri più recenti, dall’inchiesta sulle sette religiose (Nella Setta) a quella sul rapimento del piccolo Mauro Romano (Storia di una scomparsa) – a riaprire sguardi nuovi su storie che credevamo di conoscere, su dettagli che forse non avevamo visto.

In questo caso, il dettaglio è in realtà l’elefante nella stanza, che permette ai produttori di Sky – che lo raccontano con la voce di Roberto Pisoni nell’ultima giornata di Più libri più liberi – «Perché una storia così locale doveva interessare raccontarla di nuovo?»

Foto Musacchio Ianniello & Pasqualini

La risposta, come si diceva, è l’elefante nella stanza. Perché nella vicenda di Avetrana c’è un protagonista non raccontato: il basso continuo della tv.

Quell’iperpresenza dei mezzi di comunicazione, invadenti a tal punto che per la prima volta, in questo caso, anche la notizia del rinvenimento del cadavere di sua figlia era stata data alla madre in diretta televisiva. È il modo in cui questa storia viene raccontata – sintetizza Tiziana Triana, direttrice editoriale di Fandango e moderatrice dell’incontro – a interessare davvero chi ha scritto e girato questa docuserie.

E anche chi l’ha prodotta, commenta Matteo Rovere, regista e produttore di Groenlandia, una realtà non più debuttante che ha alle spalle produzioni fortunate e di successo, da Il primo re a Smetto quando voglio, da La belva a questo nuovo esperimento nel true crime. Nuovo perché, dice Rovere, segna anche l’avvento di «un nuovo modello produttivo che crea uno stile di racconto nuovo verso cui tendere».

Del resto, lo dicono tanti lavori fortunati in Italia,  il racconto della realtà fa parte della nostra ossatura. Eppure, si riflette dal palco dell’auditorium, in questo paese spesso siamo spaventati dalle nostre ombre, ma proporre questi contenuti offre un importante strumento di riflessione. Per questo, la materia su cui, insieme agli autori, hanno lavorato Matteo Billi e il regista Christian Lauria in sceneggiatura partiva da un libro ma da dieci anni di prodotti mediali, di filmati d’archivio e non solo.

Per questo, commenta il regista, si poteva assumere il rischio di fare cronaca nera fuori dal qui e ora, e contemporaneamente se ne usciva. Quello di Sarah portato su schermo è un racconto oltre il racconto: o forse un meta-racconto, che soprattutto dice molto della società che siamo e del tempo che viviamo. E lo fa – ed è solo apparentemente un paradosso – tenendosi molto lontano dalla logica della fretta che ha pervaso (e condizionato?) il racconto da Avetrana mentre si svolgeva, e che sembra sempre più connaturato alla modalità imperante dell’infotainment.

Solo uscendo «fuori dalla dinamica dell’omicidio» dice il regista, è possibile raccontare quel che è successo all’esterno, intorno, di cui poco è stato raccontato veramente.  In una vicenda in cui, chiosa chi ha scritto, c’è una quantità di colpi di scena interni alla storia che non hanno eguali. Tornare ad accendere la luce su quel luogo dopo dieci anni significa poter metterci la giusta distanza, senza l’ansia di entrare dentro le case di ognuno. per vedere la storia come non era mai stata vista, commenta il regista. Per questo ne parla anche chi non ci si aspetterebbe, come un giornalista inglese che ha deciso di occuparsene. «Prendere la rincorsa è un modo per guardare meglio».

Il primo obiettivo, però, rivendica  la scrittrice Flavia Piccinni è quello della ricerca della verità attraverso le testimonianze, la necessità di «dare voce nuova a un caso che crediamo di conoscere ma che ha voragini che dovrebbero essere indagate». La sfida invece, come detto, è, sintetizza Gazzanni, «raccontare il raccontato tramite il racconto televisivo stesso». E come la pressione mediatica possa incidere nel modo in cui conosciamo una storia e nel modo stesso in cui il processo viene compiuto.

La funzione della serie, quindi, vuol essere trovare uno sguardo attraverso cui farsi la propria opinione. Un caso di cronaca nera come materia dell’animo umano, ricerca delle sfumature interiori». Lo si vede bene nella prima puntata, andata in onda a margine dell’incontro: accanto a una fotografia suggestiva e affascinante, c’è la prima parte della storia: i quaranta giorni in cui di Sarah Scazzi si parlava come di una ragazzina scomparsa. Un lavoro di alta qualità, assolutamente da vedere.

immagine per Chiara Palumbo
+ ARTICOLI

Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *