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Berenice e l’ego dell’arte. Isabelle Huppert o della regalità

di Chiara Palumbo

È una dea terrena, Berenice, regina di Palestina; una dea costretta ad affrontare la sua caduta, con la regalità di chi ne è superiore, come una dea appunto.
L’amore dell’imperatore Tito, che a lei preferisce la ragion di Stato che gli impone di preferire Roma all’amore di una straniera, lo guarda venir meno con l’incredulità ieratica di chi non ci vuol credere, a lungo.

Si potrebbe pensare che la sua mente sia annebbiata come la sala del Teatro Dell’Arte, invasa da una coltre di fumo spesso come a Milano non si vede più. La regalità è invece, quella della sua interprete, Isabelle Huppert, per cui la qualifica di attrice è ormai sostituita da quella di icona in tutta Europa, e guardandola in scena non si fatica a capire perché.

Lo regge – o lo reggerebbe – completamente da sola, questo Berenice, andato in scena in prima nazionale in Triennale all’interno del Festival Fog; intorno e su di lei la vicenda scritta da Racine si stringe e si fa voce individuale, monologo che le dà lo spessore della statua classica: tanto è vero che persino la stessa regia, firmata da Romeo Castellucci, fa coincidere personaggio e interprete, mettendo il nome di Isabelle sia nelle lettere grandi della scena sia in quelle piccole di un testo che scorre sui sovratitoli che emergono dalla nebbia forse troppo in alto, ad onta involontaria di chi, come chi scrive, non maneggia abbastanza il francese da non averne bisogno, ed è costretto a far scorrere lo sguardo tra l’interprete e le parole, il verso alessandrino salmodiato con il suono delle invocazioni.

Fino a quando, alla resa della realtà di un amore perduto e di un altro – quello dell’amico e re Antioco, inaccettabile nei tempi, nei modi e nelle intenzioni – le parole della regina prendono il corpo violento e straziato che il testo le attribuisce, dopo averla già liberata delle componenti sensuali delle fonti che invece già Racine espunge.

Nel climax emotivo – perché tutta personale diventa anche la narrazione, che si centra sull’amore tradito e sulla statura della donna umiliata, la voce di Huppert-Berenice si spezza e si affanna, in un virtuosismo anche tecnico che rende impossibile seguire il suo ordine ultimo, il grido definitivo di una donna sconfitta che non si darà mai per vinta: “Ne me regardez pas”, non guardarmi, stretta in un abito rosso da sovrana qual si rivendica mentre accetta di rinunciare al proprio amore.

La si guarda, invece, e la si ammira, in mezzo a tutto il resto. E si pensa che sarebbero forse bastati i tessuti drappeggiati a fondo scena. Invece, Romeo Castellucci, forte a sua volta del proprio status, dopo aver descritto Huppert con un roboante “la sineddoche del teatro occidentale”, appare quasi aver voluto lanciarsi nell’agone di una competizione tra titani.

Se i rumori distorti e violenti che punteggiano la messa in scena sono una peculiarità di Castellucci, e si può accogliere (nonostante la forza che già da sola avrebbe la voce nuda) come una firma la scelta di fare del grido sul finale una eco violenta, rotta e metallica, e  le percentuali degli elementi chimici che compongono il corpo umano – e dunque quello della regina e dell’interprete, ugualmente allo spettatore – che per i primi minuti (molti) di spettacolo campeggiano a fondo scena sono una suggestione che promette sviluppi interessanti (promessa destinata però apparentemente a cadere) si rivelano molto meno suggestive – o quantomeno efficaci – altre intuizioni.

Lo strazio a cui la regina cede viene portato in scena abbarbicandola a un (piuttosto improbabile, considerato che non si scorgono le intenzioni di farne una tragedia domestica) termosifone, così come anche lo scorrere del sangue, venoso e arterioso, nell’intrecciarsi di due fili di raso rossi e blu a fondo scena sembrano la volontà del regista di lasciare il proprio segno su un’opera che più individuale non si sarebbe potuto.

Ciò nonostante si vedano in scena molti più attori di quanto sia ormai abitudine sulle scene italiane, tra cui due ballerini solisti, Cheikh Kébée e Giovanni Manzo con un’immagine che gioca sul colore opposto della loro pelle come sulle componenti dell’opposizione di ogni archetipo; i due, che evocano Antioco e Tito, mettono il loro corpo-scenico – tecnicamente precisissimo e di una inquietante magrezza, insieme a quello di intero corpo di guardia di altri nove performer – a disposizione di un lungo intermezzo danzato indubbiamente raffinato ma che finisce col sembrare completamente isolato dal resto del lavoro.

È indiscutibile che non si diano artisti – tanto più di fama – senza ego, e che talvolta esso sia essenziale tanto alle carriere quanto alla riuscita dei singoli lavori. Uno spettacolo come questo, tuttavia, rimette al centro anche il loro opposto. La necessità, perché ne giovi la comprensione,  di una disponibilità autentica di mettersi al servizio.

immagine per Chiara Palumbo
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Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.

Una risposta

  1. Grazie per queste note. Non ho visto questo spettacolo, ma ho pensato le stesse parole vedendo altri lavori con regia Castellucci. La sfida con un’attrice come la Hupper forse ha determinato una lotta che non dovrebbe mai esserci tra regista e attori. O attrici

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