ultimi articoli dell'autore

Festivaletteratura #1. David Sedaris: Contro cosa è impotente l’umorismo? Animali con gli occhiali da sole.

di Chiara Palumbo

Secondo Marco Archetti, i motivi per invidiare David Sedaris, icona newyorkese della scrittura umoristica sono saper fare racconto anche di quel che non lo è. Raccontare l’incomunicabilità, a partire da quella tra padre e figlio, perché partendo dal vissuto singolare smaschera il mondo.

In sintesi, «saper scrivere racconti che è impossibile leggere rimanendo composti».

immagine per Festivaletteratura #1. David Sedaris: Contro cosa è impotente l’umorismo? Animali con gli occhiali da sole.

Se ne è parlato in uno dei primi appuntamenti del Festivaletteratura 2023. Ma – sgomberato il campo dalle note biografiche spicciole, da dove arriva, davvero, Sedaris? Secondo Archetti «Dietro a uno scrittore umoristico di valore c’è un uomo che voleva farla pagare a qualcuno e invece di un fucile ha scelto le parole per raccontare che il mondo è un posto assurdamente divertente».

La risposta dell’autore è più circostanziata, e dà il sapore delle sue pagine. Ha a che fare, come tutta la sua opera, con la sua vita. «Ho iniziato a scrivere al liceo, ma ho lasciato gli studi. Non avevo amici e ho fatto la tessera della biblioteca: lì sono cascato su Carver e sulle sue frasi brevissime e incatenate».

Un esempio folgorante, ma non (solo) come ce lo si immagina. Come accade con certe opere d’arte «Ho pensato che potevo farcela». Ma di cosa scrivere? Di nuovo, il fatto disdicevole di possedere una biografia, aiuta. Sedaris infatti è greco, anzi, dice, «mezzo greco, ma mezzo è sufficiente».

Se in America possono passare dei mesi prima di parlare di legami familiari. Non così in Europa, e in Grecia in particolare, dove le appartenenze di sangue sono il primo argomento di conversazione. Lo scrittore è, al solito, fulminante nella sua sintesi «Avevo 27 anni e neanche un ragazzo. Di cosa altro potevo parlare? Di loro. A volte puoi capire dopo decenni che qualcuno della tua famiglia ti sta sulle palle. A me è successo».

Le appartenenze, però, non solo sono quelle famigliari. Sono l’humus in cui cresciamo, i modelli che ci facciamo, e spesso fanno tutt’altro, nella vita. Ad esempio Whoopi Goldberg: «Lei ti cattura, poi ti tira un cazzotto nello stomaco, tu ti pieghi in due ma poi ridi. E puoi andare avanti all’infinito» questo fanno i maestri. Che, se hai fortuna, sono anche persone abbastanza generose e divertenti da invitare, ed è stato questo il caso, fino in Inghilterra una «colossale scatolona di biscotti deliziosi» in risposta a un commento gentile.

Certo, chiosa l’autore, è molto bello conoscere i propri maestri, se sono questo, ma non altrettanto se scrivono. Anzi, meglio gli infermieri, agli scrittori. Sono un serbatoio molto più interessante di aneddoti gustosi e scorrettissimi, soprattutto a proposito di oggetti con cui fare usi impropri. Ma in generale, per chi vuole scrivere facendo ridere con e sulla realtà, il segreto è solo uno, l’ascolto.

L’incontro con le urgenze delle persone che vengono ad ascoltarti, e con quello che fanno per te, per venire ad ascoltarti. Rimettere il reggiseno per uscire dopo averlo già tolto ad esempio, come gli è stato detto dopo una presentazione, e come fa una donna finita al centro di uno dei suoi romanzi in forma di racconto.

Eccolo, il segreto di David Sedaris. L’apertura. Per questo «Fa crepitare le pagine. Che non sudano mai della fatica di essere pagine che devono far ridere. Lo fanno e basta» la qualità che distingue chi sa davvero scrivere, e facendolo innesca la voglia di leggere e di scrivere.

E ascoltando, cambia. Nell’ultimo libro: Cuor contento il ciel l’aiuta (Mondadori). «I ricordi si fanno in chiaroscuro, il tempo è passato, i membri della famiglia che abbiamo imparato ad amare sono calati». Ma il loro autore resta capace di far ridere e insieme dire cose di grande lealtà.

Proprio le presentazioni, e i reading, diventano una scuola: «Prendo appunti su quello che avviene nelle letture pubbliche. Dove le persone ridono, o quando tossicchiano, che vuol dire “mi annoio da morire”. Sono diventate loro il mio editor, migliaia di persone che coi loro segnali e rumori mi dicono in modo schietto e autentico cosa vale e che effetto fa quello che scrivo. L’ironia, anche quando non viene capita, non si spiega, si verifica».

Con questa lezione di umiltà, agli occhi del lettore Sedaris si è guadagnato il diritto di dire quello che crede che vada detto, perché lo dice nel modo giusto». Che non è mai edulcorato. Sono anzi, le sue, immagini anche di grande intensità drammatica o spietatamente comica.
Ma se nel tempo del sarcasmo è sparito l’umorismo, l’irruenza ha sostituito l’intelligenza intelligenza, la messa al centro di chi la esercita anziché di tutto il resto, cos’è l’ironia?

«Qualcuno disse che fare umorismo significa prendere in giro me stesso, e io cerco di fare più questo che prendere in giro gli altri. Detesto lo snork, l’atteggiamento di chi è sarcastico senza un granello di intelligenza. E quando uno mi fa un complimento per questo, io che di solito rispondo a tutte le email, quella la butto. So farlo, ma quando lo faccio mi sembra di essere una drag queen un po’ stronza e non mi piace. Quando mi capita di farlo scrivo un paio di pagine in cui mi prendo per i fondelli da solo e mi tornano chiare le idee». Del resto, come ha scritto, anche tra quello che ha scritto di certe pagine può dire: “Alla gente piace, si ma è la gente sbagliata”.

Le persone, la misura anche del suo procedimento di lavoro, scandito così: tour di letture pubbliche, scrittura, ripartenza, osservazione, appunto, poi riscrittura. Quando la pila dei fogli è abbastanza alta è venuto fuori un libro. «ll mio titolo universale potrebbe essere “la roba che ho scritto dall’ultimo mio libro».

Non si vede la rabbia, nei suoi scritti. C’è qualcosa contro cui l’umorismo può poco? La risposta che chiude l’appuntamento mantovano è un sunto della postura nel mondo del principe degli umoristi: «Non mi offendono le battute sui gay, sul mio paese, su mia sorella, non me ne frega niente. Mi offendono gli animali con gli occhiali da sole».

Prima di chiudere, c’è tempo per l’ennesima, obbligata, domanda su Trump: «me la fanno anche altrove. E lo capisco. Abbiamo fatto Presidente un pazzo. C’è gente che lo venera come un dio, ed è un uomo orrendo. È una cosa affascinante a suo modo».

In un lampo, si fa evidente il compito – e la straordinaria dote dell’umorista. Essere nel suo tempo e oltre di esso allo stesso tempo. «Trump ha avuto un senso, la “sua” America non è quella che celebro, ma è quella in cui vivo parte del tempo. Alla fine dei conti sapete che vi dico? In fin dei conti è offensivo quanto gli animali con gli occhiali da sole»

immagine per Chiara Palumbo
+ ARTICOLI

Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *