«La prima sciagura dopo vent’anni di lavoro pulito». Anna e sua figlia Giulia stanno in questa battuta, nel quasi divertente biasimo per la prima volta in cui il loro lavoro è andato male, o potrebbe, se è vero che non solo le categorie stesse di male e di bene, ma anche il dato di realtà rispetto a quanto sia effettivamente accaduto si scompone via via in modo senore più serrato per Anna e Giulia, le protagoniste del Raggio bianco.
Due donne che sono un simbolo della marginalità che oggi Milano nasconde, ha espulso. Ma anche di quella Malavita che, direbbe Carlo Fava, «non è più».
Sono due donne abituate a campare di piccoli espedienti, due solitudini che non hanno nemmeno le parole per dirsi una vicinanza che ha bisogno di un’intrusione esterna per non suonare recitata come appare nei primi secondi in cui Milvia Marigliano, – di ritorno nella sua città in teatro, il luogo che da sempre le appartiene, proprio nei giorni della candidatura ai David di Donatello – la restituisce in un lavoro arrivato sul palcoscenico del Teatro Elfo Puccini oltre che in libreria per i tipi di Palingenia con la firma di Sergio Pierattini.

Si tratta di una sorta di delitto della camera chiusa, dove ognuno è vittima di qualcosa e i colpevoli sono troppi o forse nessuno, in un incontro di disperazioni che provano a tenersi a galla.
L’Anna di Marigliano ha la sagacia e la franchezza della ligera milanese ma la veste di una verità e di un’ironia puntuta diventate architrave di un dialogo femminile in cui gli uomini non entrano perché sanno agire soltanto «controvoglia e male», come il marito che nella vita sua e di sua figlia non c’è più e che per la figlia non più giovane ma mai davvero adulta – impersonata con trasporto e vividezza da Linda Gennari – è la ferita imputata alla madre senza davvero mai volersene emancipare o guarire.
Del resto questo maschile evocato è soltanto una possibilità, proprio come Matteo (Roberto Barca) il cugino è arrivato all’improvviso a rompere l’isolamento delle due donne e a fare immaginare all’una una possibile fuga, per giunta covata da decenni, come un potenziale amore mai confessato, e fare intravedere all’altra il buco nero dell’abbandono.
Ma i maschi in questo serrato thriller dai toni cupi, non sono che funzioni di un modo perverso di amarsi, che forse adombra la tolstojana infelicità di tutte le famiglie e senz’altro disinnesca qualsiasi natura moralista.

Quello che nelle due donne si mette all’indice non è che la versione minima e un po’ goffa, dove la bigiotteria si nasconde nelle scatole di biscotti, di quello che si è disposti a tollerare a livello sistemico – sia nelle grandi fatture dello zio commercialista, sia nell’apparente felicità delle famiglie normali – e in certi casi persino a premiare come esempio di efficacia da contrapporre alla mesta semplicità della scena borghese e dimessa disegnata da Dario Gessati nella scena con i vecchi frigoriferi e la carta da parati di prammatica.

Nella regia chirurgica e di Arturo Cirillo c’e spazio per tutte le temperature emotive, dalla risata al dramma, per fotografare con una precisione non didascalica l’odio e il risentimento profondo, che – esplodendo in manifestazioni scomposte e tutte teatrali, sostengono in realtà una viscerale appartenenza reciproca, che regge a sua volta solo fino a che si rompe il delicato equilibrio della dipendenza morbosa, disposta a tratteggiare l’altra nella peggiore delle sue versioni possibili per mantenersi in una catena senza scampo.
Il quotidiano omicidio/suicidio simbolico -che hanno ben saputo raccontare autori come e in Martin McDonagh, in salsa italiana prende una umanità che riconosciamo soprattutto grazie a due interpreti e soprattutto d’eccezione, che restituiscono una immagine tagliente come il raggio bianco arrivato per illuminare un istante, rompendo il buio senza cancellare nulla, tutt’al più offrendo il modo di osservarlo.
La realtà non fa sconti a nessuno, è difficile uscire dalla gabbia che ci si e costruiti per darsi un senso e forse non c’è ssalvezza per tutti gli ultimi a cui è stata lasciata soltanto la possibilità di togliersi a vicenda la piccola speranza che avevano ostinatamente e infantilmente coltivato e che ha sempre a che fare con un legame, sia da inventare con un nuovo amore, o da ricostruire, con una sorella perduta.
È un lavoro spietato e notevole, dalla forma classica e dalla sensibilità complessa e tutta contemporanea, come sa essere il teatro che – a differenza dei suoi personaggi, ha trovato la giusta misura.
Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.





