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Corpi digitali e ologrammi di donne. Tra Creature del futuro e Creatrici del presente

di Chiara Palumbo

È l’antico duello tra essere umano e macchina, quello andato in scena nel Frankenstein di Ivonne Capece al Teatro Fontana di Milano. Con la consapevolezza che, se l’essere umano è una donna, si aprono nuove angolature dello sguardo. E che anche le macchine hanno oggi nuove forme, nuovi linguaggi, coerenti con il tempo del digitale.

immagine per Frankenstein di Ivonne Capece, Teatro Fontana. Foto Luca Del Pia
Frankenstein di Ivonne Capece, Teatro Fontana. Foto Luca Del Pia

Ma anche con strumenti che da qualche tempo hanno iniziato a interloquire con la narrazione teatrale, come le cuffie wireless più facilmente appannaggio delle performance site specific. Forse sorprendono, consegnate come via d’accesso a quello che dovrebbe essere uno spazio univoco e condiviso. Ma sono molto di più di un mero strumento di amplificazione.

Yvonne Capece, che fa della componente performativa una parte radicalmente essenziale del suo lavoro, ha scelto infatti di dar vita alla sua Creatura attraverso l’audio bineurale: funzionamenti tecnici permettendo, e grazie al lavoro di Simone Argaini, dell’attrice in scena si avverte ogni passo, ogni respiro, forse persino ogni pensiero, mentre il mondo esterno prova a invadere la percezione tra stridore di pneumatici che appaiono vicinissime e una musica suggestiva e avvolgente.

Un sovrapporsi complesso e studiatissimo che percorre e costruisce l’ossatura di tutto il lavoro, nel suo comporsi di frammenti tra la vicenda del romanzo – dove la testa della creatura non è nient’altro che il veicolo dell’audio stesso, che arriva all’orecchio dello spettatore proprio come la testa lo percepisce – e quella della biografia dell’autrice, Mary Shelley e della madre, Mary Wallstoncraft morta una manciata di giorni dopo aver dato alla luce la figlia, di setticemia e dell’impotenza di chi, intorno a lei, non ha saputo porre rimedio a una morte evitabile.

Nel punto di vista della donna si trova, in effetti, uno dei punti d’apertura più acuti di questa rilettura, perchè la creazione vista dal corpo di una donna può riscrivere la storia e forse spiegare l’indicibile dolore a cui il romanzo condanna chi crea.

Perchè, se “la maternità è una condanna” diventa evidente quanto più può esserlo pretendere di creare la vita dando forma a frammenti di corpi morti, come sono i frammenti scomposti e dolenti delle storie delle donne, attraverso la figlia e la madre.

 

immagine per Frankenstein di Ivonne Capece, Teatro Fontana. Foto Luca Del PiaFrankenstein di Ivonne Capece, Teatro Fontana. Foto Luca Del Pia
Frankenstein di Ivonne Capece, Teatro Fontana. Foto Luca Del Pia

E allora, il dialogo impossibile che tra loro si sviluppa, provando a portare sullo stesso piano di narrazione il corpo vivo dell’attrice, un’intensa Maria Laura Palmieri, e quello proiettato di un passato che dell’ologramma ha le imprecisioni e i movimenti frammentati, a ricordare sommessamente che la sovrapposizione, foss’anche nella necessaria illusione tutta artistica della sospensione dell’incredulità, è ancora impossibile.

Ma lo è, invece una generativa confusione dei piani, non solo quelli dell’immagine che strappandosi creano dei vuoti dove c’erano dei pieni, moltiplicando e allargando potenzialmente a dismisura le dimensioni dello spazio, almeno quello percepito.

Persino moltiplicando le possibilità del libro, che è – suggerisce Capece – la vera Creatura, soprattutto per le donne che scrivono. La possibilità di dire se stesse, spesso l’unica, ma anche il pericolo di perdere il controllo su quello che ne sorgerà.

Cosi anche la pagina, fatta schermo, diventa il luogo su cui scorrono gli incubi, e il concetto di spazio si distorce ancora. Oppure si restringe, come a fondo scena, se è vero che, siano proiettate o reali, anche in questo Frankenstein per ologramma femminile, a cui tuttavia prestano il proprio Lara Di Bello e Giuditta Mingucci il corpo della donna resta chiuso, ferito, fuori da ogni porta.

Una cupa conta di perdite, che segna il tragitto dell’intera narrazione, avvicina tutto ciò che è corporeo a un destino di morte. Se il ricorso al digitale fosse, allora, il nuovo tentativo di fuggirla?

Del resto, se la Creatura nasceva come il gioco dell’uomo che voleva fare Dio, e dunque sconfiggere la caducità stessa, la Creatrice sembra voler lottare contro la propria, non per ergersene al di sopra – una postura, forse, tutta maschile – ma per tenere vivo se non altro un dialogo, tra voci che – anche da dentro un quadro – si sussurrano come all’orecchio dando forma a una nuova intimità.

Nella sua densità di cui è difficile restituire una forma che non proceda per percezioni (limite tutto di chi scrive: nella resa scenica il lavoro è compiuto), questo Frankenstein è suggestivo ed acuto, immersivo e nuovo come lo sono gli sguardi proiettati al futuro.

E tuttavia, ripropone un dilemma antico costringendo i più di noi a confrontarsi con la porzione di sè più nostalgica e forse passatista: se per teatro si vuol intendere “incontro tra un pubblico vivente e uno spettacolo – e dunque un’interprete altrettanto vivo – irriproducibile in senso assoluto, quale spazio ha o potrà avere nella riscrittura del senso stesso del teatro l’inserimento della macchina?”

Non è, in fin dei conti, che la stessa domanda che i nuovi sviluppi della tecnica, valga ad esempio l’intelligenza artificiale, sta ponendo al nostro quotidiano: potremo convivere o saremo soppiantati? Chi vince – e si può fare una classifica tra l’emozione di un corpo vivo che si dispera e la liberazione dei limiti delle dimensioni umane cui un ologramma non è sottoposto?

Non c’è una risposta che non sia puramente personale e soggettiva, figlia molto più del gusto e dei confini della nostra etica che di una analisi filosofica o persino tecnica.

Un ologramma è ripetibile per definizione: quello, tuttavia, che non lo sarà mai – e in questo, resta e resterà squisitamente teatrale – è l’effetto che ciò che accade in scena produce su di noi. Su quello che pensiamo e forse – nel nostro essere corpi mortali – anche quello che siamo.

 

immagine per Chiara Palumbo
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Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.

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