Tremate, tremate, le Morgane son tornate

Claudette Colvin ha quindici anni, è incinta di un uomo sposato molto più grande di lei. È stanca, solo stanca, e si è seduta su un autobus. Solo che siamo nella Montgomery del 1939, e quel posto è riservato ai bianchi. Claudette è nera, e rifiuta di cedere il posto. Viene arrestata. E non succede nulla. Nove mesi dopo, Rosa Parks sarà protagonista di un episodio sostanzialmente identico, e cambierà la storia.

Cosa è cambiato, in quella manciata di mesi? Nulla. Cosa c’è di diverso allora? Che Claudette «era la donna sbagliata nel posto sbagliato». Nessuno voleva essere Claudette. Tutti volevano essere Rosa. Un’attivista, di un’altra età, di un’altra consapevolezza e di un’altra biografia. Decisamente più rispettabile, più “spendibile”, anche per le donne nere che lottavano per i loro diritti.

È a Claudette, scovata nelle pagine di Jonathan Safran Foer, che Michela Murgia e Chiara Tagliaferri dedicano il loro Morgana (Mondadori), il libro tratto dal fortunato podcast in onda da circa un anno su storielibere.fb.

Una dedica venuta naturale, perché Claudette è il prototipo della Morgana, della donna ribelle, anticonformista, ma mai accomodante, mai buona per farne un simbolo. Cattiva, sbagliata, a volte persino stronza. La donna che, spiegano, mancava da raccontare.

Nel florilegio dei racconti sul femminile che – vivaddio – riempiono le librerie, si affastellano cataloghi ed elenchi di donne che hanno un intento condividibile, ma il risultato è una messe di «figure edificanti, modelli ispirazionali». Dall’epica dell’uomo eroe si è scivolati nell’agiografia alla donna eroe.

Nelle Morgane di Murgia e Tagliaferri, invece, di eroico non c’è quasi nulla. «Noi volevamo fare i conti con figure che hanno nutrito se stesse col fallimento che nessuno vuole leggere. Un fallimento da cui però loro non rinascono, trovano nel fallimento l’alternativa che il monomodello del successo non lasciava vedere».

Anche le donne più consapevoli, infatti, si lasciano andare a un velo di compiacimento davanti a un uomo che per dirsi femminista le racconta migliori, si scoprono vittime dello schema per cui devono fare il doppio della fatica per dimostrare che le donne siano migliori. E così, da generazioni, chiosa Murgia «l’emancipazione passa attraverso una somma di fatiche ulteriori».

Per le Morgane non è così. Loro fanno passare l’idea che si possa uscirne senza farne una lotta di militanza ma per sé.

Così, alle dieci donne del libro si potrebbero aggiungerne altre, come Grazia Deledda, che lotta per scrivere, non perchè le donne scrivano». E nonostante questo, naturalmente, la sua battaglia ha aiutato tutte, perché «le donne che hanno preso a testate l’orizzonte hanno spostato, che lo volessero o meno».

Le Morgane sono donne diverse, donne che rovesciano le aspettative. Anche quelle di chi già si sa diverso dal suo tempo. Racconta Tagliaferri. «Quando mi sono fidanzata ho sentito di tradire quello che mi aveva chiesto mia mamma, che mi invitava a non sposarmi e non fare figli. La sua idea di libertà era non sposarsi e non l’ha potuto fare».

E allora forse la verità è che le Morgane di ieri e di oggi, sono raccontate come ribelli e trasgressive «perché il sistema è stretto, non lo sono, lo diventano, quando si accorgono che il sistema che credono le includa in realtà le reclude». Marina Abramovic, ad esempio, una delle dieci Morgane che trovano spazio nelle pagine, si sente nel pieno diritto di declinare la sua arte a modo suo, «diventa trasgressiva quando gli altri le dicono che lo è».

Ma se sono definizioni che gli altri danno di loro «per quante se stesse c’è posto nel mondo?» Si chiede Murgia, rispondendosi che forse ci sono modi di sè che vanno ancora rivendicati. Eppure, molte di loro non sono rivoluzionari, danno consigli di buonsenso: Vivianne Westwood e Zaha Hadid invitano a credere nel proprio talento, individuano l’unico modo di affrancarsi nella vita nello studio. Sono loro e non le loro parole a essere portatrici di rivoluzioni, mai fatte di buoni sentimenti, chiosa Tagliaferri.

Così viene chiamata trasgressiva chi fa paura, e rispettata solo perché temuta. Ma le Morgane lo sanno, essere temute porta essere sole, ed è la parte più difficile della loro rivoluzione. «Non puoi essere te stessa se non vuoi essere sola.  Se tu cerchi un perché, non un per chi, sei sola».

Le Morgane ne sono consapevoli, e di questa alterità fanno materia di creazione di ciò che sono. Sono diverse, perché maneggiano materiali scomodi che chiamano in causa chi legge, ma in prima battuta chi le ha raccontate. Ad esempio «la materia artistica di Abramovic è l’inquietudine, la mia è usare l’inquietudine degli altri per lenire la mia», spiega Tagliaferri, che nelle storie di queste dieci Morgane ha trovato lo spazio per «mettersi da parte, schermandosi di storie degli altri che hanno aiutato a schermarsi con la mia».

Per Murgia invece, raccontare queste donne è stata l’ammissione di un limite. Spiega ai giornalisti intervenuti a Pordenonelegge: «Non amo scrivere, sono una militante, sono una persona più politica che artistica: quando posso agire agisco, quando non posso racconto. Gran parte delle cose che scrivo nasce dall’impotenza di poterle cambiare, dalla speranza che dalle parole sorgano nuovi strumenti che formano e riformano la realtà».

Un’attitudine, oggi, comune a sempre più intellettuali: «Smettete di chiedere sui giornali dove sono gli intellettuali – tuona – non ci sono mai stati intellettuali così attivi. Anche chi “non aveva bisogno”, come quel Domenico Procacci che portava a spalla una cassa sotto il Parlamento in difesa del lavoro di Mediterranea Saving Humans. Molta politica si sta facendo fuori dalla politica, e molti ci chiedono di continuare a farlo. Agli intellettuali oggi spetta tenere aperto lo spazio dove le domande di giustizia possono essere fatte, non strumentalizzate» e le Morgane fanno anche questo.

E che mettono non temono di lasciare scomode anche le persone che potrebbero sentirsi rassicurate, come le donne che, dal loro genere, si fanno carnefici di altre donne. Come ben ha raccontato Margaret Atwood, nel suo Racconto dell’ancella «prima dell’uomo che opprime l’ancella ci sono due ordini di donne. Il patriarcato paga dividendi a scalare a tutti quelli che collaborano, fa accedere a privilegi cui potresti non dover rinunciare. Perché volere tutta la libertà in un fuori in cui non so cosa aspettarmi quando mi viene dato un posto di potere. Spesso, a due ragazze, già poco più che bambine, per darsi della troia a vicenda non serve che ci sia un maschio, perché lo sguardo dei padri e dei fratelli, appartiene già anche a loro».

Lo sa bene un’altra Morgana, Madonna, il cui sguardo più crudele è delle donne; il peccato più grande di Madonna è continuare a essere se stessa nonostante l’età, spiegano le autrici, davanti a chi l’accusa di essere grottesca: un’accusa, ha ribadito in diverse occasioni la pop star, che a Mick Jagger non verrebbe mossa. «Anche per questo, è vitale che una donna si riappropri di sé, a partire dal nome del suo ruolo: «se una donna fa una cosa quella cosa deve prendere il suo nome, altrimenti si sarà fatto sembrare che spetti all’uomo».

Le dieci Morgane che popolano le pagine di Murgia e Tagliaferri sono artiste, cantanti, attrici, personaggi letterari, sportive. Tutte si muovono dentro un sistema più grande di loro: quanto, allora, sono davvero fuori dagli schemi? Quanto è lecito usare un sistema per sovvertirlo restando al suo interno?

Il tema è delicato e porta risposte composite: «Non tutte siamo ribaltatrici di sistemi, Moria Orfei, ad esempio, si comporta coi suoi animali esattamente come gli uomini fanno con le donne, non è libera da questa forma mentale.

Eppure «ha vestito i clichè per cancellarli. Deledda invece, usa un clichè che il sistema ha per una donna, per guadagnare quello che il sistema non ha per una scrittrice Non scantona di un millimetro alle aspettative sociali borghesi, però dentro il suo essere moglie e madre secondo le aspettative è potuta passare la rivoluzione della scrittura e del Nobel»

Unica italiana a vincerlo per la letteratura era senz’altro fuori dagli schemi e odiata dai colleghi: anche questo è essere Morgana.

Chiara Palumbo

Chiara Palumbo

Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.

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