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Improvvisamente, visioni di verità. Tennesse Williams tra incubo e desiderio

La pazzia è stata l’arma più ricorrente ed efficace per ridurre al silenzio la verità delle donne. O meglio, la sua presunzione, nella compiacenza di medici pronti ad emettere fogli pronti a ridurre un dolore a patologia. Lo è stato, anche. nell’America scintillante di inizio Novecento (valga un nome dei molti: Zelda Fitzgerald) dove la patina del genio e il segreto che doveva alimentarlo valeva il corpo di donne derubate della propria stessa esistenza e di menti fervide.
Come – e forse per questo, accade anche in Improvvisamente l’estate scorsa, tornato in scena in un allestimento elegante e rigoroso del LAC, al Teatro Carcano. Uno squarcio – come una lama di coltello a fendere le profondità di certe giungle dell’anima e della mente in cui si è trasformato il giardino in cui Sebastian, protagonista in assenza, era tenuto come sotto vetro.

immagine per Improvvisamente l’estate scorsa - al Teatro Carcano
Improvvisamente l’estate scorsa – al Teatro Carcano. Foto Luca Del Pia

E come quella che il regista Stefano Cordella sceglie di evocare per ambientarvi l’opera forse più intima di Tennessee Williams. Dentro l’ombra di famiglie (delle famiglie) dove il disprezzo e il denaro alimentano e legano molto più del sangue. E la fame di una narrazione idilliaca è disposta a sacrificare chiunque, meno che se stessa.

È la giovane Cathrine, infatti, a dover pagare il conto tragico della morte misteriosa del cugino Sebastian durante un viaggio in Europa, non sua madre Violet, la cui immagine di giovane poeta deve coprire ogni altra possibile verità, a partire dal suo desiderio per altri uomini, al suo bisogno di fare, del corpo di altre donne (la madre prima, la cugina poi) schermo ed esca delle proprie fugaci conquiste.

Nel capolavoro di Tennessee c’è un nucleo incandescente di verità strazianti, forzatamente compresse  come dentro l’auto che ingombra il centro della scena, là dove accade tutto ciò che è indicibile: c’è la catena perversa dell’amore morboso che non sa concepire se stessa fuori dall’immagine del figlio che si è fabbricata, c’è la condanna di una verità che non fa sconti a chi resta, destinata a perseguitare una ragazza come un incubo senza scampo.
E c’è la schiavità del potere, del denaro, di quella che in altri tempi si sarebbe chiamata classe.

Da una parte i cascami grotteschi di un’aristocrazia in decadenza, erede ancora degli esotismi da grand tour a scoprire l’Europa nei suoi volti più marginali, da consumare nella bulimia di incontri fugaci e feroci, rivestiti di una spacconeria che forse è soltanto il simulacro della solitudine e della vergogna di chi sa che fuori dall’altrove di una spiaggia galiziana il suo desiderio non ha diritto di esistere.

Dall’altra la povertà più assoluta, che non a caso nella metafora diventa bestiale, di giovani indios che covano vendetta per chi, nonostante tutto, il guarda dall’alto, o quella sottile e più cinica della morale chi vede brillare la ricchezza da abbastanza vicino da poterla sfiorare, ma solo a patto di vendere se stessi.

O un pezzo di famiglia, appunto, come nel caso della madre e del fratello di Cathrine, cinici e terrorizzati – i convincenti Elena Callegari e Ion Donà – pronti a tutto pur di compiacere la zia, Violet, nascondendo, per quanto in bella vista, un odio spietate nutrito d’invidia.

immagine per Improvvisamente l’estate scorsa - al Teatro Carcano
Improvvisamente l’estate scorsa – al Teatro Carcano. Foto Luca Del Pia

Nel suo testo più personale, il drammaturgo americano ha messo in scena se stesso: nella omosessualità ambivalente e nel suo portarsi addosso spinta tragica e mortale al sacrifcio come fosse un’espiazione, nell’immagine quasi religiosa di un giovane rivendicato come “un creatore, non un distruttore”. Che dalla realtà ha dato forma a una la catarsi lirica.

C’è il suo vissuto e la sua angoscia profonda nella lobotomia inflitta alla sorella Rose da una madre ossessiva, che si specchia in quella che, sulla scena, desidera essere la sola donna, la sola compagna, l’unico possibile paradigma del figlio. E che sul palcoscenico è una Laura Marinoni che riesce a essere insieme composta e straziata, crudelissima e quasi ingenua nel suo rifiuto della realtà: un esercizio di gestione della temperatura emotiva per cui occorre – ed è questo il caso – l’impegno di  una fuoriclasse.

Quasi quanto n’è occorso a Leda Kreider a non mandare fuori giri la sincerità viscerale di Cathrine, trasformandola in un’icona che, senza farne sentire il peso, ma restituendone la verità, porta sulle spalle un numero incalcolabile di donne condannate alla follia per aver riconosciuto e accolto senza giudicarlo il mondo così com’è. Nelle sue vette e nei suoi abissi, nelle visioni di libertà ed incubo.

Ne emerge così una messa in scena potente e accurata, decisamente suggestiva,  e capace di tenere insieme con sapienza buio e luce, carnale e poetico, immagini e corpi che – sul palcoscenico, nel dilagare dell’ombra  – si scontrano sempre come in duelli a singolar tenzone, a misurare chi – tra la verità e la menzogna, avrà la forza sufficiente a restare in piedi.

A meno che qualcuno, come il dottor Zucchero, un convincente Edoardo Ribatto – non scelga di riscrivere il paradigma. Di riscattare la condanna al silenzio con gli stessi strumenti che l’hanno perpetrata: col diritto concesso dal suo mestiere, scegliere di depatologizzare, e riportare la finzione alla verità: o almeno – ed è forse ancora più profondo, alla sua possibilità. Con la stessa profondità di esperienza che, anche oltre il reale, può solo il teatro.

immagine per Chiara Palumbo
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Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.

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