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La scena dei vivi in una città perduta.

di Chiara Palumbo

Ci auguriamo sempre che a noi non succeda. Mai di non essere noi a farlo. Partire dalla fine è leggere il senso di quella che – fin dalla sua prima maniffestazione in formato libro, e poi in podcast, e adesso di spettacolo teatrale, è innanzitutto una indagine sul male.

Si parla de La città dei vivi, di Nicola Lagioia, che della morte del giovane Luca Varani per mano di Manuel Foffo e Marco Prato ha fatto prima una inchiesta scritta, poi un approfondimento che attraverso i suoni, permetteva di allargare l’angolo di osservazione, e oggi cede la mano a Ivonne Capece per restringerlo (ammesso che sia davvero così) ai confini netti del palcoscenico del Teatro Fontana.

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La città dei vivi, Teatro Fontana

Alla limitatezza imposta dallo spazio e dai corpi in scena – tre, gli attori Sergio Leone, Daniele Di Pietro, Pietro De Tommasi, Cristian Zandonella, ed è più che mai questo il caso di parlare di corpi prima che di interpreti – Capece fa corrispondere una narrazione immaginifica ed evocativa, che sintetizza innanzitutto le molte anime della protagonista – non occulta, a ben osservare il titolo – del lavoro di Lagioia: Roma, coi suoi mondi che si sovrappongono, col potere e la perversione che si agiscono liberamente e si allacciano inesorabilmente dietro le porte chiuse.

Sulla scena Roma diventa luogo di sfarzo decadente e quotidiano insieme, con le sue statue antiche sorrette da oggetti d’uso, lavatrici e frigoriferi dentro cui quasi nascondere una normalità ambigua.

La vicenda, datata 2016, della brutale uccisione del giovane Luca Varani, ragazzo di borgata rimasto intrappolato nella rete di due figli di buona famiglia e di quattro giorni di abruttimento tra sostanze e solitudine, è qui quasi un pretesto, in cui la violenza prende la forma, controllata e sincopata al tempo stesso, dalla danza, per dare spazio a ció che ne è seguito, al balletto di vergogne – niente di peggio, anche a fronte di un omicidio – che qualcuno scoprisse un attimo di debolezza in forma di rapporto con un altro uomo – ipocrisie e rabbie di cui la terra su cui questa morte sorge si nutre.

immagine per La città dei vivi, di Nicola Lagioia Teatro Fontana
La città dei vivi, Teatro Fontana. Foto Luca Del Pia

La lente della narrazione di Capece inchioda, soprattutto, le relazioni che la legano. In particolare, quella tra i padri e i figli, tutti e tre, tanto votati ai loro figli da farsi ciechi alla loro realtá, o quantomeno alla sua possibilità.

Se anche questi figli fossero altro, in questa enorme messa in scena di cui é fatta la loro vita non resta che agirlo dentro un conflitto sempre brutale e disperato, che nasconde una solitudine che puó emergere solo in forma di canzone sul filo tra la vita e la morte, come la voce di Dalida, ossessione di Marco Prato.

Non c’è altro sfogo, dentro una società in cui il cinismo si è fatto fede, e la noia una speranza di sentire se non altro qualcosa, come concede soltanto la coca, eletta a collante sociale in una città che oltrepassa le sue determinazioni geografiche, fatta di colpi e polvere, dove anche il sesso è una forma della disperazione.

Una città abitata di morti che qui hanno una forma olografica e imprecisa, in cui intravedere – in video – molti volti, molti attori, a far da contraltare alla ineludibilità dei corpi, precisa e spietata, che emerge dal buio o palpita sotto le luci stroboscopiche.

Capece affronta un racconto monumentale e stratificato trovando una forma efficace per un vivido e suggestivo immaginario scenico, con attori pronti a offrirsi senza riserve all’idea registica.

Si sperimentano molte delle possibilità che stanno sotto il cappello spesso generico di teatro contemporaneo.

L’apparenza di accumulo di scene accostate come rimandi interni più che per sviluppo cronologico riflette la confusione di tempi a cui il teatro – come la scrittura – non pretende certo di offrire una risposta, ma sa trovare una lingua per poterli raccontare. E forse, sentire, nel conflitto atavico tra la periferia della vittima e il centro dei colpevoli.

Una antitesi che è ancora tutta lì, ma della marginalità dei ragazzi di vita Pasoliniani ha perso tutta la poesia e l’innocenza, nascondendo la profondità disturbante e sordida del suo vuoto dietro il tupè del più noto della festa.
O la porta di un appartamento elegante.

immagine per Chiara Palumbo
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Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.

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