Tavola per tavola, chiodo per chiodo, suggerisce l’iscrizione su cui si regge il San Ferdinando, il teatro di Eduardo De Filippo nella sua componente più concreta, si regge una tradizione.
Chi dice Napoli dice teatro, che trova nei De Filippo il proprio emblema, e in Filomena Marturano il banco di prova su cui ogni attrice, da Titina De Filippo fino a Mariangela Melato – misura la propria statura da prima attrice.

immagine per Fringe Milano-Off #4. Fuje Filumena, di e con Beppe Fonzo
Fuje Filumena, di e con Beppe Fonzo

Nella Napoli culla di tradizioni, tuttavia, ne esiste un’altra radicale e sovversiva, liberatoria e schietta come la città, sovente rimossa: quella dei femminielli, con il loro portato di culti (si pensi alla cosiddetta Mamma Schiavona, che qui invece è una Madonna delle Rose tragicamente silente e lontana, contro cui riversare la rabbia del figlio rifiutato senza più nessuno in cui credere) e rivendicazioni identitarie che vanno molto oltre il semplice travestitismo.

Il femminiello, infatti, si fa carne di un gesto politico: rivendicandosi come donna, non rimuove da sé e dal suo rappresentarsi una biologia maschile e una capacità di tenere insieme – con la lucidità che manca agli ansiosi alfieri del binarismo – la dualità che ci compone tutti.

Fuje Filumena, che Peppe Fonzo porta sul palco del Teatro Argomm al Fringe Milano Off international festival, fa qualcosa di molto più potente e denso di significati di una semplice rilettura in chiave sarcastica e dissacrante del capolavoro eduardiano pensato per la sorella: richiama in vita e porta all’oggi due tradizioni che, ricomposte, parlano di una continuità senza strappo. Se la Marturano del copione era una ex prostituta costretta a rinunciare ai propri figli, l’identità liminale portata in scena da Fonzo spoglia Filomena del velo di poesia e di lirismo che la figura teatrale le concede.

Filumena, al tempo dello smartphone, è un corpo che si vende perché la conosce, senza riconoscerla, come la strada obbligata per essere se stessa, un corpo che fin dall’infanzia scopre, insieme al sesso e alle sue possibilità, l’inevitabilità del diventare oggetto del possesso di qualcun altro. Di tutti i Domenico che, oggi come a inizio secolo, decidono per loro, costruendo loro intorno una gabbia apparentemente dorata dentro cui stringerle lentamente e abbandonarle a una solitudine senza scampo.

Passando attraverso Eduardo, si recupera il senso visceralmente politico della vita del femminiello, che attraverso la propria interpretazione di genere, anche e spesso soprattutto fuori da una scena, esiste in una realtà di cui proprio per questo porta sul palco non il folclore ma la verità in tutte le sue sfaccettature, tenere e brutali.

Per i femminielli, e così per Filumena, vestire il proprio abito non è una rappresentazione, un gioco di ambiguità, ma una certificazione di esistenza che Fonzo interpreta con sincerità ma senza rinunciare alla schietta scanzonatura che fin dagli anni Settanta e da capostipiti come Ciro Cascina la comunità ha scelto per sé.

È sfacciata e carnale, questa Filumena, ingenua e poetica nel suo sognare una favola, condannata a restare tale dal più banale e volgare dei perbenismi bigotti, per cui la relazione con una persona che, senza essere né uomo né donna, sia nei fatti entrambe, sarebbe una macchia ben più imperdonabile che essere il boss locale.

Questa protagonista, più senza filtri che farsesca, si muove in bilico su una messe di madri “nobili” (il femminile non è casuale) in cui si riconoscono le protagoniste di Annibale Ruccello e si esplicita una Medea che è lo strappo più netto e drammatico dal testo originale.

I figli, però, non possono che essere quelli di lui, esito di una società che somiglia a quel che produce, normalizza l’abuso e rende la supponenza consuetudine. Peppe Fonzo convince interpretando con un accurato lavoro fisico un testo che attraversa la vita com’è, senza tesi, e se disturba per essersi permesso di toccare un simbolo, lo fa come deve fare la realtà quando urla il suo diritto ad essere semplicemente quella che è.

immagine per Chiara Palumbo
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Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.

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